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domenica 15 ottobre 2017

Oliva ascolana "regina" del gusto Mediterraneo.

Se mi chiedete qual'è quel cibo, quella pietanza, quel gusto che più di ogni altro rappresenti il sole, il mare, il profumo, l'aroma dell'intero bacino del Mediterraneo, risponderei sicuramente l'oliva ascolana.
Nessun'altra pietanza racchiude infatti tutto ciò. Nessun altro sapore è in grado di rappresentare nella maniera migliore quella macro area, culla di formidabili civiltà e di enormi culture, anche e soprattutto alimentari. E ancor oggi, nel bene e nel male, il Mediterraneo ci abbraccia tutti, indistintamente.
Questo scritto vuole essere una piccola ode, un tributo, a questo incredibile concentrato di sapore, che non ha eguali in Italia e nel mondo e che per tanto tempo è stata bistrattata o addirittura disconosciuta dai tanti. E che all'estero è praticamente sconosciuta.
L'oliva ascolana nasce nella notte dei tempi. Ne scrivono addirittura i romani invasori dell'antica Ascoli, ma ha mantenuto nei secoli la sua connotazione, la sua particolarità. E perché proprio ad Ascoli? Semplicemente perché le olive ascolane fresche, le famose olive tenere ascolane, fin da allora si distinsero dalle altre per un particolare gusto e morbidezza della polpa.
Scrive Plinio il Vecchio: “Le olive picene e quelle dei Sidicini sono preferite a tutte le altre”
C'è chi le vuole di nobili natali perché nate per rispondere al lusso e a soddisfare il gusto delicato dei nobili; chi invece le vuole di umili natali, nel senso che inizialmente sembra essere stato il cibo dei contadini ascolani, che soprattutto d'inverno, terminate le feste natalizie, utilizzavano gli avanzi di carne pensando bene di inserirli dentro le olive, che crescevano in abbondanze sui pendii attorno Ascoli. I famosi 2 piccioni con una fava.
La ricetta originale del ripieno delle olive ascolane prevede infatti che si utilizzino 3 tipi diversi di carne – manzo, pollo e maiale – cotte insieme con gli odori, cioè un trito contenente anche sedano e rosmarino e macinato almeno 2 volte, per ottenere un impasto facilmente malleabile.
Ma non è finita qui! All'impasto viene aggiunto parmigiano, noce moscata e uova, tanto per rimanere sul leggero.
Ora arriva il momento dell'oliva. Viene tagliata a elica, a spirale, un'operazione che richiede una passione certosina e che comunque le brave “Vergare”, le padrone di casa ascolane, fanno con grande dedizione e passione. Questo tipo di taglio e preferibile perché permette all'oliva di mantenere la sua forma originale anche quando vi è stato inserito il ripieno.
Ora i laboratori ascolani che forniscono di olive ristoranti e gastronomie, ovviamente non le tagliano a spirale, bensì a metà, questo per motivi di semplicità e di razionalizzazione dei tempi, ma è interessante scriverVi che la ricetta originale prevede proprio questo tipo di taglio, che sommato ai tempi e alle modalità delle altre fasi di preparazione, rende l'oliva ascolana uno dei piatti dalla complicazione e dai tempi di preparazione più alti in assoluto. E chi l'avrebbe mai detto, vero?
E' infatti tradizione ascolana che durante le feste principali o quella del patrono, l'intera famiglia partecipi alla preparazione delle olive ascolane e in famiglia, si sa, la manodopera non costa nulla.
Quindi una volta preparato l'impasto e averlo inserito, sempre manualmente, nelle nostre belle olive tenere ascolane – che preventivamente avremo lasciato a bagno nell'acqua per almeno 12 ore - le passiamo prima nella farina, successivamente nelle uova e infine nel pangrattato.
A questo punto le nostre “regine” sono pronte per essere fritte. Immerse per qualche minuto nell'olio ben caldo, il tempo per farle indorare, vengono poi prese con una cucchiaia forata e posate su una carta assorbente per eliminarne i residui d'olio.
Dopo di chè ... pancia mia fatti capanna!
L'oliva ascolana ha il grande pregio di essere deliziosa sia così calda, appena tolta dall'olio, che fredda. Anche fredda infatti mantiene il suo gusto e la sua prelibatezza. Un autentico piacere per il palato dal gusto unico ed inconfondibile, l'”Oro di Ascoli” come l'ha definita l'amico Giuseppe Frollo che proprio a l'oliva ascolana ha dedicato tutta la sua vita di ristoratore e per la quale ha ideato e realizzato un DVD, dove racconta la sua storia e la sua preparazione, e al quale anch'io mi sono in parte ispirato nella redazione di questo scritto.
Quindi una pietanza complicatissima e laboriosissima da preparare, avete letto solo una parte dei passaggi, che scaturisce da una grandissima cultura e rispetto del cibo, che trova pochi eguali in altre parti d'Italia e soprattutto d'Europa.
E proprio questa cultura e questo rispetto che fa grande e unica l'oliva ascolana e la cucina italiana nel mondo.
E sempre questo aspetto universale mi porta a fare una riflessione: immaginatevi se l'oliva ascolana fosse lanciata nel mondo intero un pò come McDonald's ha fatto con gli hamburger.
O meglio, usando un termine molto in voga negli ambienti del marketing, se l'oliva ascolana fosse correttamente “brandizzata” e si lanciassero una catena di ristoranti o fast food nel mondo dove la si propone in esclusiva, magari affiancandovi le altre golosità fritte ascolane o italiane in generale.
Sono sicuro sarebbe un successo, non solo perché oggettivamente buona, ma perché rappresenta un cibo veloce da consumare, energetico, appagante e tutto sommato molto più sano di tante altre cose.
Ma questo rimane solamente un sogno ad occhi aperti di un vecchio mercante, goloso e sovrappeso come il sottoscritto.
Restando nella realtà consiglio a tutti di farsi un giro ad Ascoli Piceno, per gustare le deliziose olive ascolane e per visitare e fare shooping in una bellissima città.
A proposito, le olive ascolane si trovano anche in buste sul banco surgelati dei maggiori supermercati. Non è la stessa cosa ma sono buonissime e sfizziosissime lo stesso.
Buon appetito!



giovedì 7 settembre 2017

Modi di dire 30

Si dice . . . “mollare i pappafichi”

Indica un atteggiamento di resa, un cedere psicologicamente, un rassegnarsi agli eventi. Nel linguaggio sportivo, una squadra che “molla i pappafichi” non crede più nella vittoria o nella rimonta nei confronti dei rivali. L'espressione, mutuata dal gergo marinaresco, è stata lanciata da Gianni Brera, (1919-1992), celebre giornalista sportivo che ha coniato o ripreso moltissimi termini ed espressioni oggi nell'uso comune. Il termine pappafico, che deriva dallo spagnolo papahigos, indica nei velieri una vela minore usata di rinforzo, (detta anche di straglio), che si posiziona come seconda vela quadra più alta dell'albero di trinchetto. Mollarlo, ossia ammainarlo, ha il senso di adeguarsi a un'andatura più lenta.


Si dice . . . “scoprire gli altarini”

Il detto “scoprire gli altarini”, allude alla rivelazione di segreti imbarazzanti per chi li aveva gelosamente custoditi fino a quel momento. Per qualche linguista, l'espressione deriverebbe dalla liturgia della settimana della Passione, quando nelle chiese altari, tabernacoli ed immagini, vengono coperti da panni viola, ma prima o poi devono rivedere la luce. Per altri esperti invece, il motto ha un'origine molto antica e fa riferimento ai piccoli altari di case e cappelle private, o posti davanti a tabernacoli in strade o piazze. Questi altari sono da sempre ornati di rose e proprio alle rose, simbolo di segretezza fin dall'antichità, forse a causa della sua forma a petali sovrapposti intorno a un bocciolo sempre chiuso, si riferirebbe il senso ultimo del detto. Da notare che la frase equivalente in francese è “decouvrir le pot aux rose”: alla lettera, scoprire il vaso di rose.


Si dice . . . “essere una vecchia cariatide”

Dare della “vecchia cariatide” a qualcuno, vuol dire presentarlo come una persona molto vecchia e malridotta, o anche superata nel modo di agire e di pensare. Più anticamente “cariatide” indicava anche qualcuno che se ne stesse impalato e silenzioso senza muoversi o prendere iniziative. Il riferimento è a quelle figure femminili scolpite, che venivano usate con funzione di colonne o pilastri, a sostegno di parti architettoniche sovrastanti. Le più celebri sono quelle situate a fianco dell'Eretteo, sull'Acropoli ateniese. Il nome deriva dalle donne di Karya, antica città greca del Peloponneso, fatte schiave dagli ateniesi e forse in origine fanciulle danzanti. Il riferimento alle persone vecchie o superate, è riferito all'antichità delle sculture che sono del V secolo a.C.


Si dice . . . “da strapazzo”

La locuzione “da strapazzo”, (ad esempio: pittore da strapazzo, musicista da strapazzo, intellettuale da strapazzo ecc.), si riferisce a persone le cui attività vanno considerate di nessun valore. Questa definizione era un tempo più diffusa con riferimento a capi di abbigliamento vecchi, di basso costo o di scarsa eleganza, che vengono indossati per giardinaggio, lavori pesanti o altre situazioni in cui degli indumenti non si deve avere troppa cura: calzoni da strapazzo, giacca da strapazzo ecc. E' proprio quest'ultima accezione, il riferirsi cioè ad oggetti che essendo di poco o nessun valore possono essere stracciati e strapazzati, è quella che ha dato origine al senso figurato che abbiamo prima descritto.


Si dice . . . “uscire dai gangheri”

L'espressione figurata “uscire dai gangheri” o anche “essere (o andare) fuori dai gangheri”, ha il significato di perdere la pazienza, incollerirsi, agire e sbottare in modo sconsiderato. I gangheri a cui si fa riferimento, sono la parte del cardine costituita da un pezzo di ferro ripiegato a uncino, che forma il perno da inserire nell'occhio della bandella e che permette l'apertura e la chiusura dell'imposta di una porta, di una finestra o dello sportello di un armadio. In sostanza, è la parte del cardine fissata al telaio o al muro su cui si infila il battente, permettendo a quest'ultimo di girare, in equilibrio. Uscire dai gangheri è quindi, figurativamente, perdere l'equilibrio psichico e dunque la ragione.


Si dice . . . “avere voce in capitolo”

Vuol dire avere autorità e credito per poter intervenire in una discussione, o per prendere una decisione. All'origine del modo di dire vi è il Diritto Canonico. Avere voce in capitolo infatti, era riferito inizialmente agli ecclesiastici che nei capitoli, o collegi, ossia nelle riunioni degli addetti a un istituto religioso, avevano diritto di parola e voto. E' probabile che il termine capitolo cui si fa riferimento, si riferisca alla locuzione latina ire ad capitulum, ossia andare alla lettura di un capitolo delle Sacre Scritture. Va inoltre detto che l'espressione ha un equivalente nella locuzione francese avoir voix au chapitre, documentata in vari scritti.


Si dice . . . “avere mangiato le noci”

L'espressione ironica poco nota, ma di spessore storico e letterario, “aver mangiato le noci”, (“hai mangiato le noci oggi?”, “quello mangia noci ...”, ecc.), indica coloro che siano spesso mal disposti e di cattivo animo verso il prossimo, specie verso coloro che, viceversa, cercano di assecondargli in ogni modo. Chi “mangia noci” insomma, è colui che parla male di tutti in modo gratuito. L'espressione è una metafora: si riferisce infatti, in senso figurato, al fatto che l'ingestione eccessiva di noci può favorire l'alito cattivo e dunque rende di pessima qualità, anche le parole che escono dalla bocca. Non mancano passi letterari prestigiosi su questo tema, come quello del letterato fiorentino Emilio Cecchi: “Bè Crezia / Tu ti sei risentita in mal tempra; / Oh si, iersera tu mangiasti noci / Che t'anno fatto si cattiva lingua”.


Si dice . . . “fulmine a ciel sereno”

L'espressione segnala una notizia o un accadimento improvvisi, inattesi e spesso sconvolgenti. Ma cadono davvero i fulmini a ciel sereno? Il fulmine è una scarica elettrica che si crea in certe condizioni fisiche, all'interno dei cumulolembi, i nuvoloni grigi che portano i temporali. A determinarli è il campo elettrico che si crea nella nube a causa delle opposte cariche elettriche delle goccioline che la formano. Queste, in presenza di forte vento tropicale, si separano e la differenza di potenziale che si crea origina la scarica elettrica. Queste possono generarsi anche tra due nubi, o tra una nube e il suolo. In rarissimi casi i fulmini non partono dalla base della nube, ma dalla sua sommità e una parte di loro giunge al suolo fuori dal perimetro del temporale: sono i “fulmini positivi” che arrivano fino a 40km. Sono questi i fulmini a ciel sereno, ma c'è sempre in origine una nube …


Si dice . . . “essere un ammazzasette”

Dare dell'ammazzasette a qualcuno vuol dire attribuirgli patente di vanaglorioso, di millantatore di grandi prodezze. L'origine della definizione è una sarcastica fiaba dei fratelli Grimm: Il coraggioso piccolo sarto. Vi si narra di un giovane sarto, che torturato dalle mosche mentre mangia in una pausa di lavoro, con una stoffa ne uccide 7 in un colpo. Felice per questo, incide sulla cinta la frase “Sette in un colpo” e va in giro ripetendolo a tutti. Poichè chi lo incontra pensa che parli di nemici, il sarto viene ammirato e temuto. E in lui cresce talmente l'autostima da riuscire in imprese tanto mirabolanti, da divenire braccio destro del re, sposarne la figlia e infine diventare re egli stesso.



Si dice . . . “semel in anno”


La locuzione latina semel in anno licet insanire, (una volta all'anno è lecito fare pazzie), viene tuttora accennata, semel in anno, negli ambienti colti per scusare follie passeggere, in genere innocue, proprie o di altri, giustificandole col fatto che di tanto in tanto è ammesso per tutti contravvenire alle regole e alle convenzioni sociali. Il concetto fu espresso, sia pur con leggere varianti, da autori antichi come Seneca, Orazio e Sant'Agostino d'Ippona, (Tolerabile est semel anno insanire). L'espressione divenne proverbiale nel Medioevo e richiama antichissimi riti liberatori o preparatori ai periodi di penitenza, di cui abbiamo ancora viva testimonianza nella celebrazione del Carnevale, festa fole per eccellenza.

venerdì 18 agosto 2017

Ritorna obbligatorio il servizio militare.

Per prima ci aveva pensato la ministra della Difesa Roberta Pinotti, che però si è limitata all’ipotesi di reintrodurre il Servizio Civile obbligatorio.
L’idea di ricostituire la naja, invece, l’accarezzava Matteo Salvini, il segretario della Lega Nord, da circa un anno. E, da fine maggio, il desiderio del leader leghista è diventato un disegno di legge depositato a Palazzo Madama dal litigioso senatore leghista Sergio Divina (sì, è proprio quello della rissa in Aula sullo jus soli di metà giugno) e assegnato alle Commissioni riunite affari costituzionali e difesa.
Le motivazioni del ddl, intitolato Ripristino del servizio militare ecivile obbligatorio in tempo di pace e delega al Governo per la sua attuazione, riprendono alla lettera gli slogan scanditi a più riprese da Salvini sui vari palchi del Carroccio: «Ricostruire una cultura della solidarietà e rispondere altresì ad alcuni bisogni primari del territorio, soprattutto in situazioni in cui dovessero manifestarsi necessità particolari, dando modo a tutti di rendersi utili alla società nell’ambito per il quale ognuno si sente più portato: la protezione civile o la difesa militare».
Prima domanda: questa riforma, che verrà discussa alla ripresa settembrina dei lavori, è fattibile a livello costituzionale e giuridico? E, se sì, in che misura?
La risposta è stata anticipata alcuni mesi fa dalla ministra Pinotti mentre promuoveva la sua iniziativa: sì, è fattibile, perché la sospensione del servizio militare obbligatorio, la vecchia naja per capirci, non ha eliminato l’obbligo di leva, tant’è che l’articolo 52 della Costituzione (che recita: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge») non è stato mai toccato e i Comuni ogni anno redigono una lista dei 17enni residenti.
Il nuovo servizio militare obbligatorio delineato dal ddl Divina avrà una durata ridotta: otto mesi anziché un anno, quasi come in Svizzera (dove la durata è di sei mesi) e coinvolgerà anche le donne (come in Israele, dove il concetto di difesa della Patria è più stringente).
Il bacino di reclutamento e l’addestramento saranno su base regionale, e riguarderanno tutti i cittadini tra i 18 e i 28 anni di età, «compatibilmente con gli obblighi scolastici e universitari». La scelta tra servizio militare o civile sarà libera. Il periodo di leva sarà retribuito con
circa 700 euro al mese e sarà computato ai fini pensionistici.
Una sorta di lavoro svolto a non troppa distanza da casa.
Altra novità: l’obbligo della naja sarà esteso agli stranieri residenti in Italia da almeno cinque anni, che verranno reclutati nella misura del tre per cento del totale.
Al netto dei proclami generici, quali possono essere le motivazioni reali di quest’iniziativa?
Secondo il testo del ddl si intende fornire alle Forze Armate «un bacino più ampio di riserve mobilitabili, qualora la situazione internazionale non accenni a migliorare e risulti invece indispensabile affiancare ai professionisti attuali, di cui peraltro dovrebbe essere ridotto in maniera consistente il numero, una più vasta platea di persone che abbiano svolto un servizio militare addestrativo di base». Non è difficile leggere in controluce innanzitutto l’esigenza di risparmiare sul costo dei professionisti e l’esigenza di ricondurre l’Esercito a dinamiche più democratiche, cioè il timore che un esercito di soli professionisti possa diventare uno strumento politico.
Per quel che riguarda il servizio civile, che sarà svolto all’interno della Protezione Civile, le motivazioni reali sono addirittura più intuibili: rendere meno problematici i meccanismi del volontariato, magari sganciandoli da rapporti troppo stringenti con la politica, e ridimensionare il ruolo dell’associazionismo all’interno del settore.
Ovviamente è presto per dire altro, visto che la discussione del ddl entrerà nel vivo in autunno e si preannuncia non facile, se si considerano i tanti interessi consolidati da circa 12 anni che sarebbero toccati dalla naja 2.0 ideata da Salvini e disegnata da Divina.

Saverio Paletta

sabato 5 agosto 2017

Sfatiamo gli stereotipi su Italia e italiani.

Quando viene chiesto agli stranieri cosa pensano degli italiani, nella maggior parte dei casi molte delle risposte sono identiche, anche se a rispondere sono persone provenienti da diversi paesi. In particolare, due sono gli stereotipi più frequenti: gli italiani mangiano sempre pasta e pizza e sono mafiosi.
Probabilmente la credenza che gli abitanti della penisola mangino sempre solo pasta e pizza, dipende dal fatto che all'estero nell'insegna di molti dei ristoranti italiani o subito più giù, si trova scritto "pasta e pizza".
Ma sono davvero i piatti principali della famosa dieta mediterranea? Secondo una statistica pubblicata da UN.A.F.P.A. (Associations of Pasta Manufacturers of the European Union), gli italiani nel 2015 hanno consumato in media 23,5 kg di pasta, posizionandosi come i maggiori consumatori a livello mondiale.
Sono seguiti da Tunisia e Venezuela, mentre solo al quarto posto è possibile trovare un altro paese europeo, la Grecia, che ne ha consumati 11,2 kg. Non sorprende, a questo punto, che gli italiani siano anche i maggiori produttori di pasta al mondo, riuscendo a produrne 3.246.488 tonnellate l'anno. Coldiretti invece, ha stilato una classifica con i maggiori mangiatori di pizza al mondo e, sorprendentemente, in questo caso gli italiani non si trovano al primo posto. I primi in classifica sono gli americani, i quali mangiano quasi 13 kg di pizza a testa ogni anno; gli italiani invece ne mangiano soltanto la metà, 7,6 kg.
Tuttavia, sebbene non si tratti di un business tanto grande quanto quello americano, riveste pur sempre un ruolo molto rilevante in Europa, producendo un fatturato di 10 miliardi di euro solo in Italia. Per proteggere tale settore dunque, il presidente della Coldiretti ha candidato l'arte dei pizzaioli di Napoli come patrimonio dell'Unesco.
La seconda immagine che si presenta nella mente degli altri, quando pensano agli italiani, è quella della mafia. E' probabile che coloro che non sono mai stati in Italia, o che non conoscono degli italiani, si siano lasciati condizionare dalla miriade di proiezioni cinematografiche basate su tale tema. Tuttavia il termine mafia viene oggi utilizzato con molte accezioni: se gli stranieri fanno effettivamente riferimento a quella forma di criminologia, chiamata anche Cosa Nostra e tanto popolare per via del film Il Padrino, allora bisogna smontare questo falso mito, perché l'italiano medio non è mafioso.
Se invece si fa riferimento alle attività illegali effettuate dei cittadini italiani, allora la risposta potrebbe un po' cambiare. Il fatturato europeo relativo alle attività connesse alla mafia, si aggira attorno ai 110 miliardi di euro l'anno, l'1% del PIL, di cui 15,9 miliardi sono legati all'Italia (ocportfolio.eu).
Naturalmente oltre a questi, di stereotipi sugli italiani se ne annoverano anche molti altri. Un altro famoso cliché ci vede grandi intenditori e bevitori di caffè. Effettivamente secondo una ricerca pubblicata da Altroconsumo nel 2015, il 96,5% degli intervistati ha affermato di consumare caffè o bevande che lo contengano. Tuttavia, il consumo pari a 5,65 kg di caffè l'anno, basta solo a posizionarci al nono posto a livello mondiale, venendo ampiamente sorpassati dai paesi nordeuropei.
Per gli italiani infatti non è la quantità che conta, bensì la qualità. Così, le torrefazioni italiane, utilizzano pregiati chicchi di caffè per rispettare gli standard qualitativi e non deludere i loro consumatori: nel 2015 il fatturato del settore è stato di 3,3 miliardi di euro e le esportazioni pari all'11% del valore totale (comitcaf.it).
L'italiano è anche considerato poco rispettoso delle regole, specialmente quando si tratta di codice stradale. E purtroppo i dati lo confermano: anche se nel tempo è stato registrato un miglioramento, gli italiani rimangono il popolo che riceve più multe in Europa, principalmente per eccesso di velocità. Per esempio, solo nel primo semestre del 2016, il governo italiano ha incassato 476 milioni di euro provenienti da multe per mancato rispetto delle regole, da parte di automobilisti.
Infine abbiamo anche le etichette di latin lover, di ritardatari, di persone che parlano a voce troppo alta o che gesticolano molto, di essere alla moda e di amare la nostra famiglia. La verità è che di stereotipi sugli italiani ce ne sono a migliaia e con molta probabilità saranno quasi tutti veri. In fin dei conti, un motivo per il quale gli stereotipi esistono ci dovrà pur essere.
Ma attenzione, mai fare di tutta l'erba un fascio e non preoccupiamocene troppo: siamo anche il popolo più invidiato al mondo. In una classifica pubblicata da US News, gli italiani si classificano come il popolo migliore al mondo per la bontà del cibo, il grande gusto nella moda e l'invidiato stile di vita.

martedì 25 luglio 2017

La Massoneria compie 300 anni.

Di come si sia svolto il celebre incontro conviviale si hanno notizie frammentarie e confuse. Le certezze sono poche: la data, il 24 giugno 1717, il luogo, The Goose & Gridiron (alla lettera, L’Oca e la Graticola), una taverna londinese piuttosto popolare nei pressi della chiesa di St. Paul, e la provenienza del vino, rigorosamente italiano e imbarcato a Livorno.
Di solito, e ciò vale praticamente per quasi tutti i grandi eventi della storia, esiste un problema delle origini, che sono spesso avvolte da una specie cortina fumogena che contribuisce a creare un’aura mitica. Per la Massoneria, a dispetto della sua fama di segretezza, no. Come si è visto, si sa dove e come è nata. Se ne sanno anche i motivi, anche se non sono facilissimi da spiegare. E si sa il nome del primo gran maestro: Anthony Sayer, un oscuro artigiano londinese.
C’è da dire che i membri delle quattro logge massoniche che si fusero durante il sontuoso banchetto per dar vita alla Gran Loggia Unita, non sapevano bene cosa facessero. Né potevano: volevano solo salvare quel che restava di una tradizione plurisecolare, prossima ad essere cancellata dall’incipiente rivoluzione industriale che stava per trasformare l’organizzazione del lavoro. Finita la sostanza (quindi la trasmissione orale dei segreti del mestiere dalle bocche degli esperti alle orecchie degli apprendisti, che richiedeva strutture chiuse i cui membri erano vincolati da giuramenti) restava la forma: le logge, uniche superstiti della composita galassia delle corporazioni, delle gilde e delle associazioni di arti e mestieri.
Queste logge si erano fatte conoscere già nel medioevo perché autrici di bellissime opere architettoniche, in generale chiese e strutture militari. E, rispetto alle vecchie corporazioni muratorie, avevano una marcia in più: una spiccata vocazione internazionale.
Sul punto si è espresso con una certa efficacia Paul Naudon (1915-2001), giurista francese, studioso della Massoneria e già pezzo grosso della Grand Loge Nationale Française: le logge massoniche si distinguevano dalle altre corporazioni di muratori anche per via dei loro committenti. Che non erano i signori o le autorità civili o religiose delle città in cui operavano, ma gli ordini monastici cavallereschi, cioè i Cavalieri Templari, i Cavalieri di San Giovanni in Gerusalemme, che poi sarebbero diventati i Cavalieri di Malta, e i Cavalieri Teutonici.
In altre parole, una loggia massonica custodiva segreti militari non irrilevanti, che non potevano essere divulgati a cuor leggero. E questo spiegherebbe, se la tesi fosse confermata, il perché di tutti i giuramenti, delle parole segrete e dell’estrema riservatezza. Le altre corporazioni, infatti, erano sottoposte all’autorità del territorio, a cui dovevano fedeltà. Le logge massoniche no: obbedivano solo ai gran maestri degli ordini cavallereschi loro committenti, che a loro volta obbedivano solo al Papa.
I muratori normali lavoravano nel loro territorio. I massoni no: giravano l’Europa e andavano nei cantieri in cui li chiamavano, a costruirvi chiese e fortezze portando con sé i loro segreti. Per ribadire questa libertà nei confronti di tutti (da cui deriva l’espressione Liberi Muratori), si scelsero inoltre come protettore San Giovanni, indifferentemente il Battista e l’Evangelista.
Queste tracce storiche, ben ricostruite dallo studioso francese, aiutano a capire tante cose: dai riferimenti alla tradizione templare, che hanno motivato l’ideologia anticlericale della Massoneria più classica (sebbene il quadro di riferimento restasse cristiano), l’attitudine scientista e la fascinazione per la cultura esoterica.
Con questo po’ di tradizioni alle spalle era ovvio che i Liberi Muratori del 1717 avessero le idee confuse. Tra l’altro, nei loro ranghi c’era finito di tutto: medici, architetti e sacerdoti, presenze fisse in tutti i cantieri edili dalla fine dell’Impero Romano all’età moderna. Solo i muratori, assorbiti dal nuovo capitalismo, erano calati.
Un altro dato storico della celebre riunione del San Giovanni 1717 chiarisce questa confusione: i massoni inaugurarono la riunione con i canti della tradizione muratoria, ma tra i coristi c’era gente del calibro di Isaac Newton. Insomma, gente che contava nella borghesia che iniziava ad ascendere, e che nelle logge si mescolava con gli aristocratici da pari a pari.
Di questo problema si accorse due anni dopo Jean Désaguilier, ugonotto francese sfuggito per un soffio al massacro dei protestanti e riparato a Londra, dove era diventato uno scienziato influentissimo
grazie alla protezione di re Giorgio. Désaguillier iniziò a elaborare i concetti che qualche anno più tardi il reverendo James Anderson avrebbe trasformato in norme, contenute nelle Costituzioni e nel Libro degli Antichi Doveri. A quel punto la Massoneria, gestita da persone che nella stragrande maggioranza non avevano mai respirato cemento o visto un calcinaccio, aveva preso la sua forma: internazionalista, umanitaria, interclassista e, ciò che più contava nell’Europa ancora traumatizzata dalle guerre civili a sfondo religioso, interconfessionali. Per distinguersi dalla tradizione passata, adottò l’aggettivo speculativo: i templi da costruire, da allora in avanti, sarebbero stati solo spirituali.
La cosa era nata.
Tre secoli sono una bella tappa per un’organizzazione esaltata e demonizzata senza soluzione di continuità. Il compleanno italiano, ad esempio, è stato celebrato in maniera frammentaria.
I tempi dei grandi scandali sono lontani, ma la Massoneria è di nuovo impegnata a difendersi dalle polemiche politiche scaturite da alcune recenti inchieste giudiziarie. In prima fila nelle celebrazioni, ovviamente il Grande Oriente d’Italia, che ha organizzato convegni un po’ dappertutto, culminati nella festa romana svoltasi nei giardini del Vascello (la sede del Goi) la sera del 24 giugno. Purtroppo, però, il piatto forte di questo trecentesimo compleanno non è stato l’opera umanitaria e progressista della Libera Muratoria, ribadita dagli ospiti illustri che hanno animato i dibattiti, ma il braccio di ferro con la Commissione parlamentare antimafia nella versione sciapita della presidenza di Rosy Bindi e il disegno di legge sulle associazioni segrete, che si traduce nell’ennesimo giro di vite contro i grembiulini italiani. Stefano Bisi, il gran maestro del Goi, ha reagito a muso duro. Ma la sua è una lotta contro il tempo: da un lato, Bisi si è impegnato a portare avanti la politica di trasparenza e di templi aperti inaugurata dal suo predecessore Gustavo Raffi, dall’altro, c’è in effetti la necessità di una nuova normativa sul diritto d’associazione, che regoli in maniera diversa i gruppi culturali che a vario titolo operano in Italia. La Massoneria, con molta fatica, si appresta a diventare 2.0. Riusciranno i grembiulini a costruirsi un tempio su misura nella società liquida?

Saverio Paletta

Fonte Indygesto.it

domenica 16 luglio 2017

Bruno Contrada mafioso mafiosissimo anzi no.

Mafioso, mafiosissimo, anzi no. E sul caso Contrada, in seguito alla recente pronuncia della Cassazione, si è scatenata la solita ridda da curva sud, aggravata questa volta dall’ipocrisia per cui i forcaioli di ieri sono diventati i garantisti di oggi o, nell’ipotesi meno pesante, si sono limitati a raccontare la vicenda in maniera secca, come Il Fatto Quotidiano. E c’è da scommettere che non mancherà chi, pur di svelenare, si appiglierà ai soliti discorsi antiformalisti: dirà, cioè, che una cosa sono gli appigli da legulei un’altra i fatti.
Come se la Corte europea dei diritti umani fosse un covo di Azzeccagarbugli. Come se, invece, la giustizia regnasse in Italia. Come se, a proposito di giustizia, la Corte d’Appello di Palermo non avesse preso uno svarione pesantissimo.
No, stavolta c’è una cosa che molti cronisti giudiziari, i quali a vario titolo si sono esercitati (e non poche volte accaniti) su questa storia, non hanno capito: il diritto fa parte del fatto. Perché è un fatto che Bruno Contrada abbia avuto determinati rapporti e abbia parlato con certe persone senza avere la consapevolezza di commettere un reato. E questo senza nulla togliere alla validità di quella nebulosa figura che è il concorso esterno in associazione mafiosa, senza cui molti amministratori infedeli e collusi ora starebbero al loro posto anziché in galera.
È lecita, anzi doverosa, una domanda, a questo punto: come mai c’è voluto tanto perché la Cedu scoprisse che le Corti italiane avevano violato un principio cardine dell’ordinamento giuridico? Si badi bene: non dell’ordinamento giuridico italiano, ma di tutti gli ordinamenti giuridici: il principio di legalità, secondo il quale una persona non può essere condannata o processata per un fatto se la legge non lo prevede prima come reato.
Il concorso esterno in associazione mafiosa iniziò ad essere elaborato in seguito al delitto Lima, uno degli episodi più terribili dell’infame stagione dello stragismo mafioso. «Hanno creato un clima infame», disse allora Craxi. Giusto: di quel clima ne ha fatto le spese anche Contrada. E con lui interi apparati dello Stato. Che andò in frantumi con la classe politica che lo dirigeva e che stava per essere travolta da Tangentopoli.
Contrada finì in manette per accuse relative a fatti che risalivano alla fine degli anni ’80, quando lui non era più il poliziotto che in più di un’occasione aveva messo Palermo a soqquadro, ma un big del Sisde. E questo passaggio impone un altro quesito: è possibile che un poliziotto dimostratosi capace, acuto e brillante, una volta entrato nei servizi segreti impazzisca e, di punto in bianco, si metta a trescare con i soggetti che dovrebbe ammanettare?
Il grande Montanelli, a proposito del caso Contrada, aveva formulato una domanda piuttosto provocatoria: «Si possono applicare agli uomini della polizia e dei carabinieri, e a maggior ragione a quelli dei servizi segreti, le stesse regole morali che valgono per i comuni cittadini? Il campo d’azione di questi uomini sono le fogne. C’è qualcuno capace di rimestare nelle fogne senza sporcarsi le mani e contrarne il fetore?».
Sempre per restare agli amarcord giornalistici, è doveroso citare un riferimento importante all’operato del Contrada sbirro. Importante soprattutto perché proviene da fonte insospettabile di tenerezze nei riguardi dell’ex poliziotto: Francesco Viviano, storica firma di Repubblica, una testata non proprio innocentista. Nel suo Il caso De Mauro, il giornalista siciliano mise a paragone l’operato di Contrada con quello di dalla Chiesa durante le indagini sulla scomparsa del celebre cronista dell’Ora di Palermo: in quell’occasione, il poliziotto, che aveva sperimentato anche alcune artigianali intercettazioni telefoniche, si era avvicinato alla verità molto più del giovane e promettente ufficiale dei carabinieri. Ma la reale differenza tra dalla Chiesa, demolito in vita da certa intellettualità gauchiste perché persecutore delle Br e piduista, e Contrada consiste in una sola cosa: la morte. Quella morte, cruenta, che, mutatis mutandis, ha beatificato anche Falcone, osteggiato da vivo in tutti i modi, anche dalle toghe rosse, che fino all’ultimo gliene fecero di tutti i colori.
Contrada, che ha tirato fendenti pesantissimi a Cosa Nostra, forse non è stato ammazzato perché nel suo caso l’ammazzatina non serviva. Già: un agente segreto (ché questo era quando avrebbe commesso le cose per cui fu arrestato) ha abbastanza peccati. Di più: una buona fetta del mestiere consiste nel peccare, sia in relazione ai parametri legalitari, sia in relazione a quelli etici. Le barbe finte hanno una
deontologia a parte, che si riassume in un solo concetto: lealismo, che è poi l’unico metro di giudizio con cui le istituzioni possono e debbono giudicarne il comportamento.
Quindi la domanda, che non si sono posti gli innocentisti (troppo indaffarati a usare Contrada come feticcio per la consueta e non disinteressata crociata contro la magistratura), né i colpevolisti (che in maniera altrettanto non disinteressata hanno preferito raccontare le cose di mafia come un western grossolano) è più sottile: Contrada è stato sleale nei riguardi di quelle istituzioni per conto delle quali doveva rimestare nel fango? Contrada ha parlato coi mammasantissima per dovere o, più prosaicamente, per farsi i fatti suoi? La vera risposta è qui che va cercata, se si vuole davvero scrivere la parola fine all’episodio più paradossale dei fatti di mafia. Il diritto ha stabilito che l’ex capo della Squadra mobile più in trincea d’Italia è innocente. È innocente come sbirro, perché da sbirro nulla gli si è imputato. È innocente come 007, perché il reato contestatogli all’epoca non esisteva.
Di questo non si è accorta la magistratura che lo ha prosciolto solo una volta, ma nel merito, cioè giudicando sui fatti come se il reato ci fosse.
Ma dalla cronaca non è emerso un altro dettaglio, tutt’altro che secondario: condannare Contrada avrebbe significato condannare l’intelligence in quanto tale. E questa considerazione vale molto più, in questo caso, di un tomo di Verri o di Beccaria. Solo una cultura come la nostra, abituata a demonizzare lo Stato a prescindere poteva insistere a oltranza sulla linea della colpevolezza. Ora il sipario è calato e i titoli di coda consistono in un’unica frase dell’ex numero due del Sisde: rivoglio il mio onore.

Saverio Paletta

sabato 17 giugno 2017

10 curiosità sul Giappone e i giapponesi.

La valuta giapponese yen, una delle più potenti al mondo, viene così definita solo nella capitale Tokio, mentre nel resto del Giappone la pronuncia a essa attribuita è "en". Voglio raccontarvi 10 curiosità sul paese più affascinante che conosco.



Una tra le aziende a conduzione familiare più antiche del mondo si trova in Giappone. Si tratta del Nishiyama Onsen Keiunkan Hotel, con sede a Hayakawa, fondato nel 705 d.C. e a cui è attribuito il record di hotel più vecchio esistente sul pianeta. L'attività è stata portata avanti da più di 50 generazioni.

Il Giappone è passato da un'economia a stampo feudale a un'economia moderna nel 1868. Fu l'imperatore Meiji a modernizzare l'economia seguendo l'esempio dei paesi americani ed europei. In tale occasione furono assunti circa 3000 occidentali per importare e sviluppare un nuovo sistema educativo.

Il Giappone è uno dei maggiori paesi importatori a livello mondiale. La nazione infatti scarseggia di risorse naturali. Inoltre, per via della densità della sua popolazione, il "piccolo" arcipelago non ha abbastanza terreno disponibile per agricoltura e allevamento. Pertanto vengono importati molteplici tipi di beni: da materie prime come il cotone a prodotti pronti all'uso dei consumatori come bibite, carne, frutta e verdura.

Nintendo, famosa azienda giapponese per la produzione di videogiochi, fu fondata nel lontano 1889. Originariamente si occupava della vendita di carte da gioco. Entrò nel settore dell'elettronica così come è conosciuta oggi solo dopo 79 anni, nel 1977.

Il settore dei trasporti giapponese è tra i più sviluppati ed efficienti a livello globale. In Giappone si trovano i treni più puntuali del mondo e porti e aeroporti di fama mondiale. Tra le opere di ingegneria avanzata si distingue il tunnel di Seikan, una delle gallerie sottomarine più lunga del mondo: dei 53,85 chilometri totali, 23,3 si trovano sotto il livello del mare. Fu inaugurato nel 1984.


Le attuali condizioni dell'economia nipponica, riflettono ancora gli effetti della bolla speculativa giapponese nata nel 1986. La stessa scoppiò all'inizio degli anni 90', quando le aziende finanziarie, industriali e privati, si resero conto di come il valore dei loro investimenti in immobili e azioni fosse sceso drasticamente. La perdita ammontò a circa 1 miliardo di yen.

In Giappone è possibile comprare angurie di lusso. Tale frutto viene
fatto crescere all'interno di contenitori di diverse forme, in modo da renderlo speciale e fuori dal comune. Non stupisce quindi andare al supermercato e acquistare un'anguria di forma cubica o addirittura a forma di cuore. Proprio queste ultime hanno un prezzo minimo che si aggira attorno ai 20.000 yen, circa 160 neuro.

In Giappone sono ancora poche le donne che lavorano. Secondo diversi studi, la percentuale di donne impiegate rimane molto bassa rispetto a quella delle economie occidentali. Inoltre, una volta sposate, molte delle poche impiegate decidono di dimettersi per dedicarsi alla vita casalinga e prendersi cura dei figli.

Il Giappone è uno degli Stati con il più basso tasso di criminalità. Il benessere economico e la scarsa commercializzazione di armi da fuoco, incentivano la buona condotta.

Il governo giapponese, ha stanziato 19,5 miliardi di yen per la realizzazione del computer più potente del mondo. Negli ultimi anni l'economia giapponese è stata indebolita dai progressi tecnologici di nazioni emergenti come la Cina e pertanto adesso vuole aggiudicarsi il primato per la realizzazione del computer più veloce del mondo. Esso potrà essere utilizzato in ambito aziendale, per sviluppare progetti richiedenti un'elevata intelligenza artificiale.