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sabato 17 giugno 2017

10 curiosità sul Giappone e i giapponesi.

La valuta giapponese yen, una delle più potenti al mondo, viene così definita solo nella capitale Tokio, mentre nel resto del Giappone la pronuncia a essa attribuita è "en". Voglio raccontarvi 10 curiosità sul paese più affascinante che conosco.



Una tra le aziende a conduzione familiare più antiche del mondo si trova in Giappone. Si tratta del Nishiyama Onsen Keiunkan Hotel, con sede a Hayakawa, fondato nel 705 d.C. e a cui è attribuito il record di hotel più vecchio esistente sul pianeta. L'attività è stata portata avanti da più di 50 generazioni.

Il Giappone è passato da un'economia a stampo feudale a un'economia moderna nel 1868. Fu l'imperatore Meiji a modernizzare l'economia seguendo l'esempio dei paesi americani ed europei. In tale occasione furono assunti circa 3000 occidentali per importare e sviluppare un nuovo sistema educativo.

Il Giappone è uno dei maggiori paesi importatori a livello mondiale. La nazione infatti scarseggia di risorse naturali. Inoltre, per via della densità della sua popolazione, il "piccolo" arcipelago non ha abbastanza terreno disponibile per agricoltura e allevamento. Pertanto vengono importati molteplici tipi di beni: da materie prime come il cotone a prodotti pronti all'uso dei consumatori come bibite, carne, frutta e verdura.

Nintendo, famosa azienda giapponese per la produzione di videogiochi, fu fondata nel lontano 1889. Originariamente si occupava della vendita di carte da gioco. Entrò nel settore dell'elettronica così come è conosciuta oggi solo dopo 79 anni, nel 1977.

Il settore dei trasporti giapponese è tra i più sviluppati ed efficienti a livello globale. In Giappone si trovano i treni più puntuali del mondo e porti e aeroporti di fama mondiale. Tra le opere di ingegneria avanzata si distingue il tunnel di Seikan, una delle gallerie sottomarine più lunga del mondo: dei 53,85 chilometri totali, 23,3 si trovano sotto il livello del mare. Fu inaugurato nel 1984.


Le attuali condizioni dell'economia nipponica, riflettono ancora gli effetti della bolla speculativa giapponese nata nel 1986. La stessa scoppiò all'inizio degli anni 90', quando le aziende finanziarie, industriali e privati, si resero conto di come il valore dei loro investimenti in immobili e azioni fosse sceso drasticamente. La perdita ammontò a circa 1 miliardo di yen.

In Giappone è possibile comprare angurie di lusso. Tale frutto viene
fatto crescere all'interno di contenitori di diverse forme, in modo da renderlo speciale e fuori dal comune. Non stupisce quindi andare al supermercato e acquistare un'anguria di forma cubica o addirittura a forma di cuore. Proprio queste ultime hanno un prezzo minimo che si aggira attorno ai 20.000 yen, circa 160 neuro.

In Giappone sono ancora poche le donne che lavorano. Secondo diversi studi, la percentuale di donne impiegate rimane molto bassa rispetto a quella delle economie occidentali. Inoltre, una volta sposate, molte delle poche impiegate decidono di dimettersi per dedicarsi alla vita casalinga e prendersi cura dei figli.

Il Giappone è uno degli Stati con il più basso tasso di criminalità. Il benessere economico e la scarsa commercializzazione di armi da fuoco, incentivano la buona condotta.

Il governo giapponese, ha stanziato 19,5 miliardi di yen per la realizzazione del computer più potente del mondo. Negli ultimi anni l'economia giapponese è stata indebolita dai progressi tecnologici di nazioni emergenti come la Cina e pertanto adesso vuole aggiudicarsi il primato per la realizzazione del computer più veloce del mondo. Esso potrà essere utilizzato in ambito aziendale, per sviluppare progetti richiedenti un'elevata intelligenza artificiale.


sabato 3 giugno 2017

Modi di dire 29.

Si dice . . . “tirare l'acqua al proprio mulino”

Significa argomentare un discorso o proporre una tesi in funzione del proprio interesse. Fare insomma, con un giro di parole, il proprio gioco.
Il riferimento alla frase fatta e il mulino ad acqua, uno dei più antichi impianti meccanici creato dall'uomo per la produzione di generi alimentari, già presente al tempo dell'antica Roma e diffusosi in Europa a partire dal IX secolo. L'energia prodotta dalla ruota a pale di un mulino ad acqua, (in genere mossa dal corso di un fiume o di un torrente), permetteva alla macina di polverizzare 150kg di grano in un'ora, l'equivalente del lavoro di 40 schiavi. Ecco dunque perché era importante che al proprio mulino, arrivasse più acqua possibile.


Si dice . . . “riso sardonico”

Il riso sardonico, (dal greco: sardonios ghelos), è uno spasmo dei muscoli facciali che produce un curioso ghigno. Come fenomeno patologico lo si osserva nei soggetti colpiti da tetano, ma è detto così anche un semplice sorriso di tensione, malevolo o sarcastico. “Sardonico” è aggettivo riferito agli antichi sardi e lo si trova anche nell'Odissea (VIII a.C.). Omero infatti così definisce il riso beffardo di Ulisse, dopo aver schivato un oggetto scagliatogli da Ctesippo. Più tardi Simonide di Ceo, chiama così il riso di dolore provocato dall'abbraccio rovente del mitico automadi bronzo Talos, ai predoni sardi che tentavano di sbarcare a Creta. In realtà, all'origine sembrano esserci le maschere funebri dei fenici di Sardegna, il cui ghigno esagerato doveva servire a proteggere il defunto dagli spiriti maligni.


Si dice . . . “i giorni della merla”

Con “giorni della merla” ci si riferisce agli ultimi tre giorni di gennaio, un tempo considerati come i più freddi dell'anno. Secondo una diffusa leggenda sul tema, la merla, in origine di piumaggio bianco, veniva perseguitata dal mese di gennaio che, dispettoso, si divertiva a ricoprire il terreno di ghiaccio per impedirle di beccare il cibo. La merla allora un certo anno, si chiuse in una tana con cibo sufficiente a superare l'odioso mese, che al tempo contava solo 28 giorni. Gennaio, infuriato per la furbizia della merla, rubò tre giorni a febbraio riempiendoli di tormente di neve. La merla, rimasta senza cibo, dovette rifugiarsi in un camino e quando uscì si trovò per sempre con la livrea grigia di fuliggine. Questa antica leggenda fa riferimento all'avvento del calendario di Giulio Cesare, che nel 45 a.C. aggiunse due giorni a gennaio, da 29 a 31, ritardando l'inizio dei riti di purificazione previsti in febbraio.


Si dice . . . “fare questioni di lana caprina”

Questo modo di dire significa fare discussioni inutili e prolisse con scarso fondamento, oppure dispute intorno ad argomenti superflui, allorchè si vuole cavillare su questioni di poco conto o di difficile decifrazione. De lana caprina, (intorno alla lana caprina), è una locuzione già in uso presso i latini, (ne troviamo riferimento nelle epistole del poeta Orazio), ed aveva già il significato attuale. L'immagine della frase fatta ha come origine la difficoltà a classificare il mantello che ricopre le capre: se si tratti di lana, di pelliccia o di vello. Ed inoltre, trattandosi di pelo in genere corto, ispido e pungente e dunque inadatto ad essere utilizzato come fibra tessile, è considerato di scarso valore, come le dispute a cui si fa riferimento.


Si dice . . . “essere una pecora nera”

L'espressione denuncia un elemento che si distingue in maniera negativa dal resto dei membri di un gruppo, (una famiglia o un clan ad esempio). La frase fatta trae origine dagli allevamenti ovini, incentrati sulla produzione di lana. Le pecore nere, (fenomeno genetico detto “melanismo”), sono infatti mal accette presso gli allevatori, in quanto possono compromettere il pregio della lana bianca, la più facile da lavorare e colorare. Per questo le pecore nere vengono in genere trattate in maniera separata, oppure escluse dalla tosatura. Vi è inoltre un aspetto visivo: in un gregge composto da capi bianchi, un ovino scuro non si perde di vista. A ciò si aggiunge il riferimento alla superstizione sul colore nero, per esempio “sfortuna nera”.


Si dice . . . “essere un allocco o fare la civetta”

I rapaci notturni per il loro aspetto inquietante e certe cupe caratteristiche di vita, colpiscono da sempre la fantasia popolare. Da qui vari modi di dire che li riguardano: “non fare il gufo”si dice a chi fa previsioni negative e deriva dal lugubre richiamo del grande predatore e dalla sua espressione che pare accigliata; “fare la civetta” si riferisce invece a una donna che ami farsi corteggiare e origina dalla caccia con la civetta viva, oggi vietata, che è in grado di attrarre le allodole con le sue buffe movenze; dare dell'allocco, ossia dello stupido a qualcuno, deriva dallo sguardo fisso e in apparenza sgomento di questo uccello, invece tutt'altro che sciocco; si definisce infine “vecchio barbagianni” un anziano brontolone perché questo pennuto, che sa emettere acuti stridii, ha il muso bianco e ciò evoca l'aspetto di un vegliardo.



Si dice . . . “essere ai nastri di partenza”

Vuol dire apprestarsi a intraprendere qualcosa, in genere una competizione sportiva, ma in senso figurato anche un viaggio, una carriera, un'impresa. L'immagine si riferisce alla sottile striscia di seta tesa al punto iniziale di un percorso sportivo, (su strada o pista), che viene tagliata o fatta cadere al via della gara dal direttore di corsa o da un inviato ufficiale. La più antica installazione del genere appartiene alle corse dei cavalli: basti pensare al canapo, il cordone teso al punto di partenza di un palio ippico, (quello di Asti per esempio è del XIII secolo), e che viene abbassato dal mossiere al via della corsa. Questa stessa funzione è stata riprodotta dal nastro inaugurale, che, tagliato da un'autorità politica in una cerimonia apposita, saluta l'entrata in funzione di un'opera di pubblico interesse.


Si dice . . . “gli alti papaveri”

La definizione di “alti papaveri” indica personaggi eminenti che hanno molto potere o ricoprono cariche importanti. L'origine del detto risale ad un episodio narrato dallo storico latino Tito Livio, (59 a.C. - 17 d.C.): nella sua Storia di Roma Livio racconta che il 7° re di Roma Tarquinio il Superbo, volendosi impadronire della città ostile di Gabi, vi mando il figlio Sesto Tarquinio in finto esilio. Il giovane raggiunse una posizione di rilievo ma, in difficoltà di fronte ai propositi di rivolta locali, inviò al padre un messo per un consiglio. Il re non rispose, ma si diresse con il messo in un prato e con un bastone falciò i papaveri più alti. L'inviato tornò a Gabi e riferì il gesto. Sesto Tarquinio afferrò il messaggio paterno e si affrettò a far sopprimere i cittadini più importanti, indebolendo così la città che venne poi facilmente assoggettata da Roma.


Si dice . . . “prendersi la briga”

La frase idiomatica, “prendersi la briga” (di fare qualcosa), vuol dire assumersi la responsabilità di affrontare una situazione noiosa, fastidiosa, sgradita. Più in generale assumersi un incarico che va svolto comunque. Troviamo il termine “briga” già nella letteratura medioevale, da Dante Alighieri a Giovanni Boccaccio, col significato di bufera, turbine di vento e metaforicamente di conflitto, lite, contesa. Da qui il modo di dire tuttora in uso “attaccare briga”, ossia cercare un pretesto per litigare. L'origine del vocabolo non è certa, ma è sicuramente antichissima visto che si ritrova in molte lingue di tutta Europa. E' sicuro comunque che nel Medioevo briga indicasse anche una piccola compagnia di soldati di ventura, da cui sono derivati i termini “brigata” e “brigante”.


Si dice . . . “discutere del sesso degli angeli”


Vuol dire cavillare su cose oziose, perdendosi in dettagli futili, marginali e sprecando così del tempo prezioso. Nelle prime raffigurazioni di angeli dell'arte paleocristiana, essi sono mostrati come giovinetti efebici senza ali né aureola, (si consoliderà poi nel corso dei secoli l'aspetto che conosciamo). In nessun testo sacro si parlava del sesso a cui appartenessero, il che fece nascere infinite e spesso aspre dispute teologiche, nell'ambito della chiesa cristiana. Al punto che rimase nella convinzione popolare, il fatto che i teologi bizantini continuassero le loro sterili dispute sul sesso degli angeli, anche mentre i turchi di Maometto II espugnavano Costantinopoli (1453) ponendo fine all'impero romano d'Oriente.

mercoledì 24 maggio 2017

Addio Roger Moore lo 007 autenticamente british.

Per gli over 40 Roger Moore è un’immagine dell’infanzia. È il compassato Simon Templar o lo stiloso Lord Brett Sinclair di Attenti a quei due (e alzi la mano chi non si è commosso almeno una volta riascoltando la bellissima sigla di John Barry che, tra l’altro, fu l’autore del James Bond Theme). Per tutti, l’attore londinese resta 007.
Ed è stato lo 007 più british. Più dello scozzese Sean Connery, più dell’australiano (ma di solide radici inglesi) George Lazenby, più del gallese Timothy Dalton, costretto ad americanizzare il personaggio.
Gli altri, chiediamo scusa ai fan, non sono paragonabili: non lo è l’irlandese Pierce Brosnan, che tentò di modernizzare il personaggio di Connery, ed è meglio stendere un velo non troppo pietoso su Daniel Craig, che solo lo scadimento del gusto femminile ha potuto rendere credibile.
Non è questione di cinefilia, ma di bondologia, che è una disciplina che richiede una dedizione ai limiti del fanatismo e tocca tre settori: di sicuro il cinema, ma anche la letteratura e il costume.
Come già aveva intuito il più autorevole e affettuoso bondologo, cioè Umberto Eco, James Bond è riuscito a rendere appassionante l’inverosimile. E, soprattutto, a rendere gradevole il politicamente scorretto che trasuda da tutta la saga di 007.
Ed ecco che torme di comunisti hanno affollato le sale cinematografiche, femministe convinte hanno trepidato davanti alle peripezie (anche e soprattutto amorose) dell’icona più maschilista della storia del cinema, seriosi critici si sono convertiti al mito e hanno contribuito alla sua iconografia.
Roger Moore è riuscito a fare di più: ha reso simpatico il personaggio che nell’interpretazione di Connery era solo affascinante. E lo ha modernizzato.
Ormai lo sappiamo: Moore, per non fare la fine di Lazenby, chiese e ottenne di ritoccare qui e lì 007, che nelle sue mani divenne autoironico, brillante e facciatosta. Insomma, un Bond con la cazzimma.
Connery seduce perché, al netto dell’estetica ci sa fare e rende alla grande l’idea del superuomo di massa: suda poco, anche dopo un inseguimento rocambolesco, sanguina il minimo indispensabile, anche dopo una sparatoria (ricordate il rivoletto di sangue in una scena chiave di Thunderball? Ecco, è il massimo che si possa pretendere) e i lividi spariscono al ciak successivo.
Moore, invece, seduce perché è un fusto: paragonati a quelli dello scozzese, i metodi del suo Bond sono da playboy di paese. E lo stile lascia qui e lì a desiderare: uccide con un missile una killer che cerca di eliminarlo da un aereo, parla con la bocca piena, spara battutacce e si cava fuori dai guai in maniera paradossale.
Ma forse gli anni ’70 richiedevano proprio questo 007: l’era Breznev aveva sclerotizzato il gigante sovietico e le dinamiche della guerra
fredda non emozionavano più. Ed ecco che il Bond di Moore va nello spazio, sfida stregoni vudù, improbabili superuomini nazisti e fascinosi killer con tre capezzoli. Però il pubblico apprezzava e poco importa se, nel caricaturare 007, Moore caricaturò sé stesso, mandando in soffitta le galanterie di Simon Templar e il garbo antico di Lord Sinclair. Anche la critica dovette arrendersi quando Octopussy, il penultimo film con Moore, batté al botteghino Mai dire mai, interpretato dal redivivo Connery.
Morire a novanta anni non fa notizia. Ma quando se ne va uno come sir Moore c’è di che commuoversi e preoccuparsi perché sparisce un pezzo dell’immaginario collettivo.
Addio Simon, addio Lord Sinclair. E, visto che ci siamo, addio a Bond.
Tutti i bondofili veri si dividono in due categorie: conneryani e mooriani, che hanno declinato il mito in due modi diversi, i primi definendone la cattolicità, i secondi tracciandone una originale riforma, protestante ma non troppo.
La scomparsa del grande attore inglese, che ha resistito alla grande anche a un tumore per conformarsi il più possibile al mito, che per definizione è immortale, apre una voragine. Già: se Atene piange Sparta non può ridere. D’altronde Judi Dench, la M in gonnella del ciclo interpretato da Brosnan, era stata chiarissima: «Lei, mister Bond, è un rottame della guerra fredda». E a vedere il Bond di Craig comportarsi in modo da far sembrare lord un marine, è difficile darle torto.

Saverio Paletta

venerdì 19 maggio 2017

20 maggio giornata mondiale del Whisky.

Il 20 maggio si festeggia la giornata mondiale del whisky. L'intento è quello di celebrare la degustazione della cosiddetta aqua vitae, la quale continua a conquistare i palati di tutto il mondo.

Il whisky, così chiamato da scozzesi e canadesi, o whiskey, nome attribuito invece da irlandesi e americani, ha origini incerte.
Sembrerebbe infatti che questo distillato sia stato prodotto per la prima volta da San Patrizio, patrono dell'Irlanda, ma le prime prove del consumo dello stesso risalgono a uno scritto del frate John Cor del 1494 ritrovato in Scozia. Il dubbio dunque su chi sia il vero padre del whisky rimane, ma è certo che, dal 13º secolo in poi, abbia assunto sempre più importanza sino a sentir necessario istituire, non solo una giornata mondiale in cui apprezzarlo tra la convivialità degli amici, ma anche dei club di assaggio e conversazione a livello internazionale come, "The Scotch MaltWhisky Society" o il "50of5 Whisky Club". In tali associazioni è possibile dilettarsi in degustazioni per percepirne e giudicarne le diverse sfumature di sapore, magari con l'aggiunta di qualche goccia d'acqua, la quale, come diceva Winston Churchill, aiuta a sprigionarne gli aromi.
I whisky più commerciati in Occidente sono il Bourbon, l'American Whiskey, il Canadian Whisky, l'Irish Whisky e lo Scotch Whisky, prodotti rispettivamente in Kentucky, Stati Uniti, Canada, Irlanda e Scozia. Senza grande stupore, data la vastità del territorio, gli Stati Uniti risultano il paese che registra i maggiori ricavi, i quali nel 2016 ammontavano a 10.179 milioni di dollari.
Tuttavia un fatto sorprendente è che nessuno dei paesi sopra menzionati, si posiziona ai primi posti in classifica se ci si riferisce al consumo pro capite.
Nonostante i francesi siano conosciuti per la produzione di vini di fama mondiale, in realtà a loro piace bere anche la famosa aqua vitae, ritenendola forse essenziale proprio come l'acqua, dato che lo scorso anno ne hanno consumato 2,1 litri a testa. Tale quantità, costante da anni, sembrerebbe diminuire solo irrisoriamente guardando le previsioni per il 2020. In particolare, nell'esagono è molto gettonato lo Scotch Whisky, le cui vendite mensili superano addirittura quelle annuali di cognac, ( www.scotch-whisky.org.uk ).
Un dato altrettanto sorprendente è il quantitativo bevuto dagli spagnoli, pari a 1,9 litri pro capite. Secondo i dati del 2015, alcuni abitanti, che
seppur costituiscono una piccola parte della popolazione, (102mila spagnoli), amano così tanto il whisky da averne bevuto almeno 10 bicchieri la settimana. Si tratta dunque di dati eccessivamente alti, se messi a confronto con la quantità di whisky bevuta da altri protagonisti europei, ben conosciuti per la produzione e vendita di birra, la quale in fin dei conti è mosto di malto non sottoposto alla doppia o tripla distillazione necessaria invece per ottenere il whisky. È il caso del Belgio, della Cechia e della Germania, in cui il consumo pro capite si aggira tra i 0,6 e 0,8 litri.
Altro dato interessante è che anche nel Regno Unito il consumo risulta limitato, nonostante si tratti di uno dei paesi che producono più whisky al mondo: solo in Scozia si contano più di 100 distillerie, che producono il 90% circa del Single Malt Whisky commerciato globalmente.
A gennaio 2017 i dati si aggiravano intorno a un consumo medio di 0,9 litri a testa, mentre circa il 93% della produzione veniva destinata alle esportazioni, soprattutto verso la Francia e gli Stati Uniti. Queste hanno da sempre costituito un'enorme fonte di guadagno, tanto che nel 2009 si è addirittura raggiunto il record di 1,1 bilioni di bottiglie esportate.
L'Italia, invece, con un po' di sorpresa, è una delle nazioni che consuma meno whisky in tutto l'Occidente. Pertanto gli abitanti del bel paese non potranno godere dei suoi benefici. Secondo uno studio, infatti, tale alcolico, se consumato abitualmente in dosi molto moderate, contribuirebbe ad aumentare la quantità di colesterolo buono, a ridurre del 50% il rischio di ictus e a distruggere le cellule cancerogene grazie alla presenza di acido ellagico.
Anche se il whisky non incontra i gusti degli italiani, essi potrebbero comunque comprare una bottiglia al solo scopo di lucro. Secondo un articolo pubblicato dalla Cnn, infatti, negli ultimi anni sta addirittura nascendo una vera e propria professione, consistente nell'acquisto di bottiglie rare pregiate per poi rivenderle a prezzi che aumentano in modo esorbitante in brevissimo tempo: l'Investment Grade Scotch Index, che registra i prezzi di vendita all'asta di bottiglie di whisky, ha evidenziato come il valore dei 1000 migliori Single Malt Scotch Whisky, ha avuto una performance di circa 430 punti percentuali dal 2010 a oggi.
Allora, se non bevete whisky perché non ripensarci? Ci si può solo guadagnare in salute o nel conto in banca.
Ma attenzione a non esagerare.


domenica 7 maggio 2017

Da Le Ore a Men: storia della pornografia in Italia.

Primo punto: l’hard sta all’editoria ufficiale e perbene come certe lobby alle istituzioni ufficiali. C’è eccome, ma meglio non vantarsene troppo, non esibire. Tant’è: il primo ha mosso soldi e fatto girare le rotative allo stesso modo in cui le seconde hanno determinato eventi politici importanti dalla loro (non troppo) confortevole penombra.
Secondo punto: è esistita una circolarità perfetta, inconfessabile quanto si vuole ma innegabile, tra l’editoria porno e quella normale. Una circolarità fatta di personaggi, che sono passati, anche più volte e comunque con disinvoltura, dall’uno all’altro settore. Per dirla con un’immagine, dal salotto buono all’alcova più indecente.
Terzo punto: la pornografia ha inciso, dai retrobottega delle edicole, in maniera determinante sull’evoluzione del costume, molto più dei movimenti libertari e radical.
Quarto punto: il porno ha innescato un meccanismo autofago che lo ha portato al declino editoriale proprio nel momento in cui è diventato un elemento normale della cultura quotidiana.
Intendiamoci, non tutto il fenomeno, ma solo quello che Gianni Passavini, giornalista trasformato dal bisogno in pornografo, ha definito Porno di Carta, che è poi il titolo del suo bel volume uscito a novembre per i tipi di Iacobelli.
Passavini parte da sé stesso, cioè dalla propria decennale esperienza presso l’International Press, la casa editrice di Le Ore, per raccontare, attraverso la biografia di Saro Balsamo, l’editore e fondatore dell’International, la storia dell’editoria per adulti.
L’avventura di Passavini, un passato da cronista giudiziario tra gli eskimi delle redazioni militanti, alla corte di Balsamo iniziò nel 1982: «Allora, ancora non sapevo che quella scelta mi avrebbe cambiato così irrimediabilmente la vita. Ma dovevo farla, dopo che, per divergenze politiche, mi erano state imposte le dimissioni da redattore oltre che da direttore responsabile del Quotidiano dei Lavoratori, il giornale militante dove avevo lavorato praticamente gratis negli ultimi tre anni».
Dall’impegno politico e sociale al disimpegno erotico, anzi porno? Certo. Ma quello di Passavini non fu un tradimento dettato da motivi alimentari: nel 1982 quell’ambiente politico in cui lui e tanti altri si erano formati e da cui erano passati al giornalismo era in riflusso. Al contrario, l’impero di Balsamo era fortissimo.
Questione di generazioni e di fortuna: fai il’68 frequenti gli ambienti giusti, che poi sono quelli egemoni, e fai carriera; nasci un po’ dopo, oppure sbagli qualcosa nel tuo percorso, e ti ritrovi da Balsamo, se ti va bene.
Tanto più che il pornomagnate siciliano, che esibiva lauree non verificate e un titolo nobiliare che lo avrebbe apparentato addirittura a Cagliostro, non andava troppo per il sottile, per quel che riguardava la politica. Passavini era di sinistra, come gran parte della redazione dell’epoca. Ma Walter Peroni, cognato dell’editore e direttore di Le Ore, «alla fine degli anni Sessanta era stato uno dei più attivi ragazzotti della destra milanese».
Ma nessun problema, Balsamo accoglieva davvero tutti: «Gente come me, sessantottini, extraparlamentari di sinistra, ex partigiani che avevano sognato di fare la rivoluzione. Ma anche gente che era stata sulla barricata opposta e aveva sperato nel colpo di Stato. Senza dire dell’apporto delle donne: femministe impegnate, madri di famiglia trepidanti per un accenno di tosse dei loro pargoli».
A proposito di politica: quando Balsamo, fresco del successo delle sue riviste giovanilmusicali come Big, decise di tentare il salto nell’editoria per soli uomini (era il ’66 e di porno proprio non si poteva parlare) e fondò Men e Playmen, le prime due testate del settore, pescò alla grande nella redazione de Lo Specchio, settimanale di destra conservatrice e, per usare un termine dell’epoca, atlantica. Facciamo qualche nome: Marcello Mancini, Luciano Oppo, già guastatore e sabotatore della Rsi, Giò Stajano, Pierfrancesco Pingitore (già dirigente universitario del Msi e poi fondatore della compagnia teatrale Il Bagaglino), Armando Stefani, che proveniva da Tabularasa, periodico di eretici del neofascismo, e, dulcis in fundo Enrico de Boccard, il più interessante tra tutti i pornofascisti. Nobile di nascita, già repubblichino e poi missino, de Boccard era riuscito a farsi chiacchierare dalla sinistra in vena di dietrologie perché aveva organizzato nel 1965 il celebre convegno su La guerra rivoluzionaria che si tenne all’Hotel Parco dei Principi, dove aveva invocato, neppure troppo tra le righe, la necessità di un golpe anticomunista. Anche con Balsamo il vizio non se l’era tolto del tutto: nel ’67 andò a Tel Aviv a seguire la guerra dei sei giorni. Tornò con un reportage sui combattimenti, uno sulle prostitute e qualche soffiata per i Servizi. Tra una cosa e l’altra, curò l’edizione italiana della Psychopathia Sexualis di von Kraftt-Ebing e scrisse un Dizionario della letteratura erotica.
Con questa X Mas dell’erotismo convivevano senza problemi Luciano Massimo Consoli, il leader del movimento gay italiano, Milena Milani, autrice del libro scandalo La ragazza di nome Giulio, e l’anarchico-ateo Piero Cimatti. A tacere dell’ex azionista di origine ebraica Franco Valobra, finissimo intellettuale vicino al Partito radicale. Proprio a questa corte si formò Riccardo Schicchi, futuro mentore di Cicciolina, Moana e Eva Henger.
Già, recitava l’editoriale del primo numero di Men: «Noi non abbiamo santi in Paradiso, la politica non ci interessa se non per quel tanto che ci disturba».
E il porno? Roba innocente, che oggi non stuzzicherebbe nemmeno l’ultimo sito glamour. Ciò non bastò a evitare il sequestro ai primi otto numeri di Men e la galera a Mancini.
Era solo l’inizio di una lunga contesa giudiziaria, tutta giocata attorno alle interpretazioni degli articoli 528 e 725 del Codice penale. Anche Balsamo, che nel frattempo si era rimangiata l’indifferenza politica e si era messo a fiancheggiare il Psi e manifestava nei confronti di Craxi quella simpatia che sarebbe diventata amicizia stretta, passò i suoi guai: si fece la galera e un anno di latitanza all’estero, finito il quale si ritrovò senza giornali né casa editrice: glieli aveva soffiati sua moglie, Adelina Tattilo, stanca delle sue bizzarrie e, probabilmente, delle corna, che i bene informati riferiscono seriali.
A proposito di circolarità con l’editoria ufficiale e di contatti con la politica, val la pena di ricordare una chiacchiera che girò poco prima che Adelina silurasse il consorte: secondo Lo Specchio il Psi si preparava a stringere rapporti più stretti con Balsamo, che aveva dichiarato guerra alla Dc, attraverso Felice Fulchignoni, ex fascista e faccendiere, passato alla storia, oltre che per essere finito in manette durante Tangentopoli, per aver fondato Adnkronos, la seconda agenzia di stampa italiana dopo l’Ansa…
La ricetta di Men funzionava e il Nostro, bon vivant e spendaccione, lontano dal suo omologo americano Larry Flint, la replicò, a partire dal 1971 con Le Ore, che, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, sarebbe diventata sinonimo di pornografia. Dapprima fu il mix di nudi femminili e inchieste giornalistiche, che aveva già fatto la fortuna di Men (e al riguardo possiamo citare i topless di Patty Pravo), poi l’aspetto erotico prese il sopravvento, fino a scivolare, anche sotto la spinta di una concorrenza agguerrita (chi non ricorda Pop e La Coppia Moderna? ) e grazie a una giurisprudenza più benevola, verso il porno.
E qui parliamo di nuovo di donne. Non delle modelle, famose o meno, bensì delle redattrici. Fu Maria Jatosti, nel lontano ’75, a decidere il passaggio all’hard, dopo un lungo braccio di ferro con il direttore Giorgio Colorni. La Jatosti, background sinistrorso ed ex compagna dello scrittore Luciano Bianciardi, rilevò la direzione, mentre Colorni tornò, con tanto di autocritica, nelle file di quel Pci che aveva abbandonato per darsi all’erotismo…
Da allora in avanti, fu tutta una progressione che toccò l’apice negli anni ’80, quando bastava dire Le Ore per evocare zozzerie. E, con grande abilità, la rivista di Balsamo riuscì a bucare l’immaginario collettivo, attraverso due mosse: l’alleanza strategica con i francesi, cioè con Gabriel Pontello (il futuro mentore di Rocco Siffredi), che aveva organizzato una vera e propria factory in un teatro di posa parigino, e l’uso di starlette in declino, che accettavano di posare in servizi più o meno hard per il giornale, nel frattempo diventato patinato e costoso. Alcune, Karin Schubert e Paola Senatore, avevano già sfiorato l’hard senza lasciarsene coinvolgere. Per altre, Lilli Carati, era la prima volta. Per altre ancora, Tina Aumont e Minnie Minoprio, era solo un passaggio fugace, prima del definitivo addio alle scene: semplici pose di nudo in mezzo a figuranti che facevano ben altro. Ma la botta più forte all’immaginario collettivo Le Ore l’azzecca con la definitiva consacrazione di un personaggio: Ilona Staller, in arte Cicciolina. E non c’è bisogno di dire altro.
Il culto creatosi attorno alle riviste zozze creo un business miliardario, che tuttavia si incrinò a partire dalla seconda metà degli anni ’80. Il primo colpo fatale fu inferto dal mercato dell’home video, che mise in difficoltà prima le riviste e poi le sale a luci rosse. La botta finale arrivò nei ’90, quando i pc, i cd rom, poi i dvd e, infine, il web, fecero fuori definitivamente quell’editoria che aveva aperto i giochi a prezzo di durissime battaglie giudiziarie.
Le Ore chiuse, dopo un penosissimo declino, nel 2000. Balsamo sopravvisse al proprio impero di cinque anni, dopo aver anche tentato di riciclarsi nell’editoria normale. Era finita un’epoca.
Dal porno di carta a quello digitale c’è una distanza di anni luce: consumare il primo era trasgressione e prova iniziatica, guardonare il secondo, propinato ai limiti dell’anestesia sessuale, è una banalità.
Niente più collette davanti all’edicola vicino a scuola, niente più giornaletti nascosti nei fondi dei comodini, dietro i termosifoni e tra quei libri che venivano trascurati in nome di quelle - si fa per dire - letture maledette. Eppure, oggi che basta un clic, anzi un tap sul display, l’amarcord di Passavini risulta bellissimo. E non solo per la solita nostalgia, canaglia per definizione, ma perché Porno di Carta racconta, attraverso i consumi erotici, la differenza antropologica tra quegli italiani che certe cose le limitavano ai cessi e quelli che oggi le vedono in tv. Le tette agli italiani? Quando Balsamo cominciò, quasi non ce n’erano. Ora che sono persino troppe, verrebbe quasi il desiderio di una nuova censura pur di trasgredire a qualcosa.

Saverio Paletta

sabato 29 aprile 2017

Allucinante: Igor non lo vogliono prendere.

Sabato 8 aprile nelle zone del Mezzano, ferrarese, nell'oscurità della notte compare alla vista di tre pattuglie dei carabinieri un vecchio fiorino; uno di quelli degli anni 80, derivati dalla 127. A bordo c'è Igor, il serbo dai tanti alias su cui pende un mandato di cattura internazionale. E' ferito e non certo per merito delle nostre forze dell'ordine ma probabilmente per la precedente colluttazione in cui ha
ucciso il barista di Budrio Davide Fabbri, maneggiando un fucile. Si accorge del posto di blocco e decide di forzarlo accelerando. Nessuno dei componenti del posto di bocco oppone resistenza, anzi si scansano. Mettiamoci nei panni di quegli agenti e ricostruiamo la scena. Si tratta di posti molto isolati, scarsamente illuminati; a quell'ora le campagne sono vuote, non c'è pericolo di colpire nessuno. La sproporzione di sei uomini di pattuglia contro uno, ferito, è evidente. Eppure il serbo ha la forza di scendere dall'auto e scappare. Nessuno spara; neppure alle gambe. Igor fa perdere le sue tracce immediatamente. Nessuno lo insegue.
Più tardi il procuratore capo Bruno Chierchi chiarirà la dinamica e il perché di quel gesto. Dice subito che nessun carabiniere ha sparato: "innanzitutto posso escludere che vi siano stati conflitti a fuoco durante la fuga, nessuno ha sparato". "Nessuno ha sparato", continua, "perché non c'erano le condizioni di sicurezza per poterlo fare". In mezzo alla pianura, tra le paludi, con nessuna anima in giro non c'erano le condizioni per sparare? Eppure è proprio così: nessuno gli ha sparato a gambe, piedi, in aria. Niente.
Perché Igor è pericoloso, è armato, dicono. Inutile rischiare di allungare la scia di sangue. Lo ammette lo stesso Chierchi soffermandosi sul fatto che "se i carabinieri non hanno sparato sabato sera è perché si aveva, e si ha, consapevolezza che Igor sa usare le armi in modo micidiale".
"Quello che è successo nel Mezzano con la morte di una guardia ecologica e il ferimento dell'altra lo conferma: Igor è uscito dall'auto sparando, senza dare la minima possibilità di azione ai due agenti che non gli avevano nemmeno chiesto i documenti" conclude.
Così, da allora, da quel momento, è partita la caccia all'uomo più imprendibile d'Italia. Sono stati mobilitati 1000 uomini, reparti speciali dei Cacciatori di Calabria, Tuscania, Gis, Uopi antiterrorismo della Polizia, parà. Gente tosta questa, che ha combattuto in condizioni
disumane, nei luoghi più pericolosi al mondo, addestrata ad ogni evenienza. Insomma super uomini contro un altro super uomo (così almeno ci fanno credere). Eppure quella sera sarebbe bastata una o più sventagliate di mitraglietta. Ma non si poteva. Era troppo pericoloso, forse le pallottole avrebbero rimbalzato indietro, avrebbero avuto pure loro paura di Igor. Dopo qualche giorno si pensa all'uso massiccio di cani molecolari. Teniamo presente che fino a ieri sera in quelle zone c'era una siccità spaventosa, per cui le tracce di un ferito sanguinante sarebbero state intercettate subito. Ma nulla. I cani si fermano sempre in riva ai fiumi, non riescono mai a proseguire sull'altra riva, perdono sempre le tracce. Dicono che succede perché Igor si tuffa e riesce a stare ore e ore sott'acqua con una cannuccia di bambù che gli permette di respirare, alla Rambo. E' pericoloso per cui è meglio non avvicinarsi. Uomini con giubbetti antiproiettile, elmetti in kevlar, visori notturni. Non bastano. Troppo pericoloso. Allora ci si affida ai droni. Quattro per la precisione. Sono quelli professionali, militari, con dispositivi sofisticatissimi, agli infrarossi, riescono a percepire il calore umano.
Purtroppo, nelle campagne piatte, dove di rado si trova un albero alto uno di loro si schianta proprio contro un albero. Forse era l'unico alto della zona. Meglio non rischiare ancora. Vengono lasciati a terra. Sembra che Igor sia molto esperto nel fabbricarsi armi letali come archi e frecce. Li potrebbe abbattere. Ha tempo però per aggiornare il proprio profilo FB. Di questi tempi è importante, fondamentale. Igor sembra che in realtà si chiami Norbert Feher, 41 anni, nato a Sobonica seconda città del paese serbo. Nel profilo compaiono molti possibili parenti, stesso cognome e soprattutto tanti post condivisi sulla vita delle persone normali. Le feste, i compleanni, l'amore e tanto altro. Informazioni preziose, determinanti per la cattura. Purtroppo ricerche approfondite sulle utenze di cellulare usate per entrare e postare nel profilo, non hanno portato a risultati. Forse è un hacker perfetto, in grado di far perdere qualsiasi traccia. Lo vedete, vero, in mezzo agli acquitrini del basso ferrarese, con un tablet che smanetta? E' pericoloso, meglio non avvicinarsi. Dicono che si nasconda nelle tane delle volpi. Anche loro hanno paura e se la sono data a gambe. Torna in mente quando anni fa due semplici carabinieri delle piccole stazioni dell'Argentano lo stanarono proprio di notte in un nascondiglio e lui disse loro "siete stati fortunati". Oggi non potrebbe più accadere. Oggi non è più l'Igor Vaclavic di allora, è un Norbert Feher, killer spietato, per cui sono stati mobilitati i reparti speciali dei carabinieri del Tuscania.

Si diffonde una voce. E' stata rubata una zattera. Manca una zattera all'appello di un pescatore. Forse, sfruttando la notte è riuscito a
prendere il largo, verso il mare. Non è consigliabile chiamare i guardiacoste, forse nemmeno le navi da guerra. E' troppo pericoloso. Si lascia perdere. Iniziano a spuntare dei dubbi. E se ci fosse un mitomane che agisce in contemporanea? Alcune ragazze sembra lo abbiano visto su un treno locale, davanti a loro. Ne sono certe.

Contadini novantenni raccontano che ha capacità di volare usando una particolare mimetica che gli permette di spiccare balzi antigravitazionali. La teoria della relatività viene per la prima volta messa in serio dubbio.
Cherchez la femme. Ecco la nuova pista. Del resto Igor è stato gigolò a Valencia. Potrebbe aggirarsi in giacca e cravatta tra i casolari e trovare appoggio tra le bellezze del posto usando il suo fascino.
La storia per ora si conclude con il solito politico incapace in visita. Si tratta del ministro dell'ambiente. Del resto l'ambiente sembra proprio che copra la fuga del serbo. "Resteremo finchè non lo prenderemo" assicura. Ma non per sempre, dice. Perché i costi iniziano a lievitare.
Sapete cosa vi dico? Che Igor non lo vogliono prendere e non lo vogliono prendere perché nessuno vuole assumersi la responsabilità di questo gesto. Hanno tutti paura di rimanere invischiati in un gioco più grande di loro, anche perché una volta libero, e qualche giudice comunista in una terra comunista lo metterebbe quanto prima in libertà (Igor doveva scontare due anni di galera ma l'hanno fatto uscire prima) la farebbe pagare a colui che gli metterà le manette ai polsi. Come dice un giudice di Bologna i delinquenti slavi godono di una particolare impunità in Italia, al contrario di casa loro.
E questo mi sa tanto essere uno di quei casi.

Ludovico Polastri

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venerdì 14 aprile 2017

Paese che vai, social network che trovi.

Lo sapevate che il secondo social network per numero di utenti in Italia e negli Stati Uniti è Instagram, mentre in Francia, Regno Unito e Spagna è Twitter?


Che i social network abbiano rivoluzionato, nell'arco dell'ultimo decennio, non solo il modo in cui intratteniamo le nostre relazioni interpersonali, ma anche le modalità con cui ci informiamo su ciò che accade intorno a noi, (dall'attualità allo sport), ci formiamo opinioni e persino in taluni casi cerchiamo di costruirci una carriera, è una realtà ormai pienamente assodata. Sebbene questa rivoluzione sia avvenuta a livello mondiale, vi sono però delle differenze tra paese e paese.
Il social network con il maggior numero di utenti al mondo è il social per antonomasia, Facebook. Questa supremazia si afferma in 129 dei 137 paesi facenti parte dell'analisi condotta da Alexa Internet, società di analisi di traffico e dati internet sussidiaria della ben più nota Amazon.
Lo scenario si fa ben più variegato, quando si guarda invece al secondo gradino del podio. In un panorama così saldamente dominato da una compagnia sola, guardare al diretto competitor nei diversi paesi, può offrire spunti interessanti anche da un punto di vista culturale: infatti ogni social si distingue per delle caratteristiche specifiche, che si possono sposare più o meno bene con le diverse culture.
Dal medesimo studio, emerge che nella quasi totalità del continente americano, Instagram difende saldamente la medaglia d'argento. Questa piattaforma è fortemente concentrata sui contenuti fotografici. Fa eccezione, (nel novero dei paesi per i quali sono disponibili dati), solo la Guyana Francese, dove nella stessa posizione troviamo invece Twitter, divenuto celebre per le composizioni testuali in 140 caratteri, vincolo ormai ammorbidito a partire dal settembre scorso.
Questi due social si avvicendano sul secondo gradino del podio anche nel vecchio continente, dove Twitter risulta il secondo più popolare in Gran Bretagna, Irlanda, Francia e Spagna, mentre Portogallo, Italia, Belgio, Olanda, Norvegia e Finlandia, insieme a tutta la regione dei Balcani, preferiscono Instagram.
In Germania è invece Odnoklassniki a inseguire Facebook. Questa piattaforma social, il cui nome si traduce dal russo come "compagni di classe", benché pressoché sconosciuta in Italia, conta in realtà più di 50 milioni di utenti, ma per lo più nell'Europa dell'est.
Un'altra eccezione arriva dalla Scandinavia, in particolare dalla Norvegia, dove il secondo social network più diffuso è Reddit. Il nome di questo sito americano, estremamente popolare negli States, deriva dalla sincrasi dei verbi inglesi "to read" (leggere) e "to edit" (modificare), e proprio in queste due attività consiste l'essenza di questa piattaforma. Gli utenti possono condividere sia contenuti testuali che ipertestuali - link a pagine di altri siti web - al fine di stimolare discussioni e confronti sulle tematiche più disparate. Un format che ha reso popolare questa piattaforma è l'AMA, acronimo di "ask me anything" (chiedetemi qualsiasi cosa), attraverso il quale
numerose celebrità hanno colto l'occasione per immergersi virtualmente tra i loro ammiratori, rispondendo alle loro domande.
Volgendo lo sguardo a oriente, emerge uno scenario altrettanto eterogeneo e a volte sorprendente. Per esempio, all'ombra del Cremlino Odnoklassniki è il social più diffuso, mentre V Kontakte si aggiudica la medaglia d'argento. Attualmente noto con l'abbreviazione VK, anch'esso è nato inizialmente come rete per mantenere i contatti con gli ex compagni di classe.
La supremazia di Zuckerberg è invece minata in Giappone, dove Facebook occupa il secondo gradino del podio, superato in popolarità da Twitter, mentre in India il secondo social network per numero di utenti è Linkedin, la cui vocazione al networking professionale piuttosto che al puro intrattenimento, lo distingue nettamente dalle altre piattaforme. L'Oceania vede invece Instagram inseguire il primato di Facebook.
L'universo dei social network, osservato da vicino, risulta estremamente variopinto e in continua evoluzione, e sia che si voglia esprimere il proprio pensiero in pochi, lapidari caratteri, sia che si voglia condividere fotografie e video delle proprie avventure, o si voglia suggellare con #hastag arditi i propri slogan, si trova a ogni latitudine la piattaforma più adatta alle proprie esigenze.