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sabato 5 agosto 2017

Sfatiamo gli stereotipi su Italia e italiani.

Quando viene chiesto agli stranieri cosa pensano degli italiani, nella maggior parte dei casi molte delle risposte sono identiche, anche se a rispondere sono persone provenienti da diversi paesi. In particolare, due sono gli stereotipi più frequenti: gli italiani mangiano sempre pasta e pizza e sono mafiosi.
Probabilmente la credenza che gli abitanti della penisola mangino sempre solo pasta e pizza, dipende dal fatto che all'estero nell'insegna di molti dei ristoranti italiani o subito più giù, si trova scritto "pasta e pizza".
Ma sono davvero i piatti principali della famosa dieta mediterranea? Secondo una statistica pubblicata da UN.A.F.P.A. (Associations of Pasta Manufacturers of the European Union), gli italiani nel 2015 hanno consumato in media 23,5 kg di pasta, posizionandosi come i maggiori consumatori a livello mondiale.
Sono seguiti da Tunisia e Venezuela, mentre solo al quarto posto è possibile trovare un altro paese europeo, la Grecia, che ne ha consumati 11,2 kg. Non sorprende, a questo punto, che gli italiani siano anche i maggiori produttori di pasta al mondo, riuscendo a produrne 3.246.488 tonnellate l'anno. Coldiretti invece, ha stilato una classifica con i maggiori mangiatori di pizza al mondo e, sorprendentemente, in questo caso gli italiani non si trovano al primo posto. I primi in classifica sono gli americani, i quali mangiano quasi 13 kg di pizza a testa ogni anno; gli italiani invece ne mangiano soltanto la metà, 7,6 kg.
Tuttavia, sebbene non si tratti di un business tanto grande quanto quello americano, riveste pur sempre un ruolo molto rilevante in Europa, producendo un fatturato di 10 miliardi di euro solo in Italia. Per proteggere tale settore dunque, il presidente della Coldiretti ha candidato l'arte dei pizzaioli di Napoli come patrimonio dell'Unesco.
La seconda immagine che si presenta nella mente degli altri, quando pensano agli italiani, è quella della mafia. E' probabile che coloro che non sono mai stati in Italia, o che non conoscono degli italiani, si siano lasciati condizionare dalla miriade di proiezioni cinematografiche basate su tale tema. Tuttavia il termine mafia viene oggi utilizzato con molte accezioni: se gli stranieri fanno effettivamente riferimento a quella forma di criminologia, chiamata anche Cosa Nostra e tanto popolare per via del film Il Padrino, allora bisogna smontare questo falso mito, perché l'italiano medio non è mafioso.
Se invece si fa riferimento alle attività illegali effettuate dei cittadini italiani, allora la risposta potrebbe un po' cambiare. Il fatturato europeo relativo alle attività connesse alla mafia, si aggira attorno ai 110 miliardi di euro l'anno, l'1% del PIL, di cui 15,9 miliardi sono legati all'Italia (ocportfolio.eu).
Naturalmente oltre a questi, di stereotipi sugli italiani se ne annoverano anche molti altri. Un altro famoso cliché ci vede grandi intenditori e bevitori di caffè. Effettivamente secondo una ricerca pubblicata da Altroconsumo nel 2015, il 96,5% degli intervistati ha affermato di consumare caffè o bevande che lo contengano. Tuttavia, il consumo pari a 5,65 kg di caffè l'anno, basta solo a posizionarci al nono posto a livello mondiale, venendo ampiamente sorpassati dai paesi nordeuropei.
Per gli italiani infatti non è la quantità che conta, bensì la qualità. Così, le torrefazioni italiane, utilizzano pregiati chicchi di caffè per rispettare gli standard qualitativi e non deludere i loro consumatori: nel 2015 il fatturato del settore è stato di 3,3 miliardi di euro e le esportazioni pari all'11% del valore totale (comitcaf.it).
L'italiano è anche considerato poco rispettoso delle regole, specialmente quando si tratta di codice stradale. E purtroppo i dati lo confermano: anche se nel tempo è stato registrato un miglioramento, gli italiani rimangono il popolo che riceve più multe in Europa, principalmente per eccesso di velocità. Per esempio, solo nel primo semestre del 2016, il governo italiano ha incassato 476 milioni di euro provenienti da multe per mancato rispetto delle regole, da parte di automobilisti.
Infine abbiamo anche le etichette di latin lover, di ritardatari, di persone che parlano a voce troppo alta o che gesticolano molto, di essere alla moda e di amare la nostra famiglia. La verità è che di stereotipi sugli italiani ce ne sono a migliaia e con molta probabilità saranno quasi tutti veri. In fin dei conti, un motivo per il quale gli stereotipi esistono ci dovrà pur essere.
Ma attenzione, mai fare di tutta l'erba un fascio e non preoccupiamocene troppo: siamo anche il popolo più invidiato al mondo. In una classifica pubblicata da US News, gli italiani si classificano come il popolo migliore al mondo per la bontà del cibo, il grande gusto nella moda e l'invidiato stile di vita.

martedì 25 luglio 2017

La Massoneria compie 300 anni.

Di come si sia svolto il celebre incontro conviviale si hanno notizie frammentarie e confuse. Le certezze sono poche: la data, il 24 giugno 1717, il luogo, The Goose & Gridiron (alla lettera, L’Oca e la Graticola), una taverna londinese piuttosto popolare nei pressi della chiesa di St. Paul, e la provenienza del vino, rigorosamente italiano e imbarcato a Livorno.
Di solito, e ciò vale praticamente per quasi tutti i grandi eventi della storia, esiste un problema delle origini, che sono spesso avvolte da una specie cortina fumogena che contribuisce a creare un’aura mitica. Per la Massoneria, a dispetto della sua fama di segretezza, no. Come si è visto, si sa dove e come è nata. Se ne sanno anche i motivi, anche se non sono facilissimi da spiegare. E si sa il nome del primo gran maestro: Anthony Sayer, un oscuro artigiano londinese.
C’è da dire che i membri delle quattro logge massoniche che si fusero durante il sontuoso banchetto per dar vita alla Gran Loggia Unita, non sapevano bene cosa facessero. Né potevano: volevano solo salvare quel che restava di una tradizione plurisecolare, prossima ad essere cancellata dall’incipiente rivoluzione industriale che stava per trasformare l’organizzazione del lavoro. Finita la sostanza (quindi la trasmissione orale dei segreti del mestiere dalle bocche degli esperti alle orecchie degli apprendisti, che richiedeva strutture chiuse i cui membri erano vincolati da giuramenti) restava la forma: le logge, uniche superstiti della composita galassia delle corporazioni, delle gilde e delle associazioni di arti e mestieri.
Queste logge si erano fatte conoscere già nel medioevo perché autrici di bellissime opere architettoniche, in generale chiese e strutture militari. E, rispetto alle vecchie corporazioni muratorie, avevano una marcia in più: una spiccata vocazione internazionale.
Sul punto si è espresso con una certa efficacia Paul Naudon (1915-2001), giurista francese, studioso della Massoneria e già pezzo grosso della Grand Loge Nationale Française: le logge massoniche si distinguevano dalle altre corporazioni di muratori anche per via dei loro committenti. Che non erano i signori o le autorità civili o religiose delle città in cui operavano, ma gli ordini monastici cavallereschi, cioè i Cavalieri Templari, i Cavalieri di San Giovanni in Gerusalemme, che poi sarebbero diventati i Cavalieri di Malta, e i Cavalieri Teutonici.
In altre parole, una loggia massonica custodiva segreti militari non irrilevanti, che non potevano essere divulgati a cuor leggero. E questo spiegherebbe, se la tesi fosse confermata, il perché di tutti i giuramenti, delle parole segrete e dell’estrema riservatezza. Le altre corporazioni, infatti, erano sottoposte all’autorità del territorio, a cui dovevano fedeltà. Le logge massoniche no: obbedivano solo ai gran maestri degli ordini cavallereschi loro committenti, che a loro volta obbedivano solo al Papa.
I muratori normali lavoravano nel loro territorio. I massoni no: giravano l’Europa e andavano nei cantieri in cui li chiamavano, a costruirvi chiese e fortezze portando con sé i loro segreti. Per ribadire questa libertà nei confronti di tutti (da cui deriva l’espressione Liberi Muratori), si scelsero inoltre come protettore San Giovanni, indifferentemente il Battista e l’Evangelista.
Queste tracce storiche, ben ricostruite dallo studioso francese, aiutano a capire tante cose: dai riferimenti alla tradizione templare, che hanno motivato l’ideologia anticlericale della Massoneria più classica (sebbene il quadro di riferimento restasse cristiano), l’attitudine scientista e la fascinazione per la cultura esoterica.
Con questo po’ di tradizioni alle spalle era ovvio che i Liberi Muratori del 1717 avessero le idee confuse. Tra l’altro, nei loro ranghi c’era finito di tutto: medici, architetti e sacerdoti, presenze fisse in tutti i cantieri edili dalla fine dell’Impero Romano all’età moderna. Solo i muratori, assorbiti dal nuovo capitalismo, erano calati.
Un altro dato storico della celebre riunione del San Giovanni 1717 chiarisce questa confusione: i massoni inaugurarono la riunione con i canti della tradizione muratoria, ma tra i coristi c’era gente del calibro di Isaac Newton. Insomma, gente che contava nella borghesia che iniziava ad ascendere, e che nelle logge si mescolava con gli aristocratici da pari a pari.
Di questo problema si accorse due anni dopo Jean Désaguilier, ugonotto francese sfuggito per un soffio al massacro dei protestanti e riparato a Londra, dove era diventato uno scienziato influentissimo
grazie alla protezione di re Giorgio. Désaguillier iniziò a elaborare i concetti che qualche anno più tardi il reverendo James Anderson avrebbe trasformato in norme, contenute nelle Costituzioni e nel Libro degli Antichi Doveri. A quel punto la Massoneria, gestita da persone che nella stragrande maggioranza non avevano mai respirato cemento o visto un calcinaccio, aveva preso la sua forma: internazionalista, umanitaria, interclassista e, ciò che più contava nell’Europa ancora traumatizzata dalle guerre civili a sfondo religioso, interconfessionali. Per distinguersi dalla tradizione passata, adottò l’aggettivo speculativo: i templi da costruire, da allora in avanti, sarebbero stati solo spirituali.
La cosa era nata.
Tre secoli sono una bella tappa per un’organizzazione esaltata e demonizzata senza soluzione di continuità. Il compleanno italiano, ad esempio, è stato celebrato in maniera frammentaria.
I tempi dei grandi scandali sono lontani, ma la Massoneria è di nuovo impegnata a difendersi dalle polemiche politiche scaturite da alcune recenti inchieste giudiziarie. In prima fila nelle celebrazioni, ovviamente il Grande Oriente d’Italia, che ha organizzato convegni un po’ dappertutto, culminati nella festa romana svoltasi nei giardini del Vascello (la sede del Goi) la sera del 24 giugno. Purtroppo, però, il piatto forte di questo trecentesimo compleanno non è stato l’opera umanitaria e progressista della Libera Muratoria, ribadita dagli ospiti illustri che hanno animato i dibattiti, ma il braccio di ferro con la Commissione parlamentare antimafia nella versione sciapita della presidenza di Rosy Bindi e il disegno di legge sulle associazioni segrete, che si traduce nell’ennesimo giro di vite contro i grembiulini italiani. Stefano Bisi, il gran maestro del Goi, ha reagito a muso duro. Ma la sua è una lotta contro il tempo: da un lato, Bisi si è impegnato a portare avanti la politica di trasparenza e di templi aperti inaugurata dal suo predecessore Gustavo Raffi, dall’altro, c’è in effetti la necessità di una nuova normativa sul diritto d’associazione, che regoli in maniera diversa i gruppi culturali che a vario titolo operano in Italia. La Massoneria, con molta fatica, si appresta a diventare 2.0. Riusciranno i grembiulini a costruirsi un tempio su misura nella società liquida?

Saverio Paletta

Fonte Indygesto.it

domenica 16 luglio 2017

Bruno Contrada mafioso mafiosissimo anzi no.

Mafioso, mafiosissimo, anzi no. E sul caso Contrada, in seguito alla recente pronuncia della Cassazione, si è scatenata la solita ridda da curva sud, aggravata questa volta dall’ipocrisia per cui i forcaioli di ieri sono diventati i garantisti di oggi o, nell’ipotesi meno pesante, si sono limitati a raccontare la vicenda in maniera secca, come Il Fatto Quotidiano. E c’è da scommettere che non mancherà chi, pur di svelenare, si appiglierà ai soliti discorsi antiformalisti: dirà, cioè, che una cosa sono gli appigli da legulei un’altra i fatti.
Come se la Corte europea dei diritti umani fosse un covo di Azzeccagarbugli. Come se, invece, la giustizia regnasse in Italia. Come se, a proposito di giustizia, la Corte d’Appello di Palermo non avesse preso uno svarione pesantissimo.
No, stavolta c’è una cosa che molti cronisti giudiziari, i quali a vario titolo si sono esercitati (e non poche volte accaniti) su questa storia, non hanno capito: il diritto fa parte del fatto. Perché è un fatto che Bruno Contrada abbia avuto determinati rapporti e abbia parlato con certe persone senza avere la consapevolezza di commettere un reato. E questo senza nulla togliere alla validità di quella nebulosa figura che è il concorso esterno in associazione mafiosa, senza cui molti amministratori infedeli e collusi ora starebbero al loro posto anziché in galera.
È lecita, anzi doverosa, una domanda, a questo punto: come mai c’è voluto tanto perché la Cedu scoprisse che le Corti italiane avevano violato un principio cardine dell’ordinamento giuridico? Si badi bene: non dell’ordinamento giuridico italiano, ma di tutti gli ordinamenti giuridici: il principio di legalità, secondo il quale una persona non può essere condannata o processata per un fatto se la legge non lo prevede prima come reato.
Il concorso esterno in associazione mafiosa iniziò ad essere elaborato in seguito al delitto Lima, uno degli episodi più terribili dell’infame stagione dello stragismo mafioso. «Hanno creato un clima infame», disse allora Craxi. Giusto: di quel clima ne ha fatto le spese anche Contrada. E con lui interi apparati dello Stato. Che andò in frantumi con la classe politica che lo dirigeva e che stava per essere travolta da Tangentopoli.
Contrada finì in manette per accuse relative a fatti che risalivano alla fine degli anni ’80, quando lui non era più il poliziotto che in più di un’occasione aveva messo Palermo a soqquadro, ma un big del Sisde. E questo passaggio impone un altro quesito: è possibile che un poliziotto dimostratosi capace, acuto e brillante, una volta entrato nei servizi segreti impazzisca e, di punto in bianco, si metta a trescare con i soggetti che dovrebbe ammanettare?
Il grande Montanelli, a proposito del caso Contrada, aveva formulato una domanda piuttosto provocatoria: «Si possono applicare agli uomini della polizia e dei carabinieri, e a maggior ragione a quelli dei servizi segreti, le stesse regole morali che valgono per i comuni cittadini? Il campo d’azione di questi uomini sono le fogne. C’è qualcuno capace di rimestare nelle fogne senza sporcarsi le mani e contrarne il fetore?».
Sempre per restare agli amarcord giornalistici, è doveroso citare un riferimento importante all’operato del Contrada sbirro. Importante soprattutto perché proviene da fonte insospettabile di tenerezze nei riguardi dell’ex poliziotto: Francesco Viviano, storica firma di Repubblica, una testata non proprio innocentista. Nel suo Il caso De Mauro, il giornalista siciliano mise a paragone l’operato di Contrada con quello di dalla Chiesa durante le indagini sulla scomparsa del celebre cronista dell’Ora di Palermo: in quell’occasione, il poliziotto, che aveva sperimentato anche alcune artigianali intercettazioni telefoniche, si era avvicinato alla verità molto più del giovane e promettente ufficiale dei carabinieri. Ma la reale differenza tra dalla Chiesa, demolito in vita da certa intellettualità gauchiste perché persecutore delle Br e piduista, e Contrada consiste in una sola cosa: la morte. Quella morte, cruenta, che, mutatis mutandis, ha beatificato anche Falcone, osteggiato da vivo in tutti i modi, anche dalle toghe rosse, che fino all’ultimo gliene fecero di tutti i colori.
Contrada, che ha tirato fendenti pesantissimi a Cosa Nostra, forse non è stato ammazzato perché nel suo caso l’ammazzatina non serviva. Già: un agente segreto (ché questo era quando avrebbe commesso le cose per cui fu arrestato) ha abbastanza peccati. Di più: una buona fetta del mestiere consiste nel peccare, sia in relazione ai parametri legalitari, sia in relazione a quelli etici. Le barbe finte hanno una
deontologia a parte, che si riassume in un solo concetto: lealismo, che è poi l’unico metro di giudizio con cui le istituzioni possono e debbono giudicarne il comportamento.
Quindi la domanda, che non si sono posti gli innocentisti (troppo indaffarati a usare Contrada come feticcio per la consueta e non disinteressata crociata contro la magistratura), né i colpevolisti (che in maniera altrettanto non disinteressata hanno preferito raccontare le cose di mafia come un western grossolano) è più sottile: Contrada è stato sleale nei riguardi di quelle istituzioni per conto delle quali doveva rimestare nel fango? Contrada ha parlato coi mammasantissima per dovere o, più prosaicamente, per farsi i fatti suoi? La vera risposta è qui che va cercata, se si vuole davvero scrivere la parola fine all’episodio più paradossale dei fatti di mafia. Il diritto ha stabilito che l’ex capo della Squadra mobile più in trincea d’Italia è innocente. È innocente come sbirro, perché da sbirro nulla gli si è imputato. È innocente come 007, perché il reato contestatogli all’epoca non esisteva.
Di questo non si è accorta la magistratura che lo ha prosciolto solo una volta, ma nel merito, cioè giudicando sui fatti come se il reato ci fosse.
Ma dalla cronaca non è emerso un altro dettaglio, tutt’altro che secondario: condannare Contrada avrebbe significato condannare l’intelligence in quanto tale. E questa considerazione vale molto più, in questo caso, di un tomo di Verri o di Beccaria. Solo una cultura come la nostra, abituata a demonizzare lo Stato a prescindere poteva insistere a oltranza sulla linea della colpevolezza. Ora il sipario è calato e i titoli di coda consistono in un’unica frase dell’ex numero due del Sisde: rivoglio il mio onore.

Saverio Paletta

sabato 17 giugno 2017

10 curiosità sul Giappone e i giapponesi.

La valuta giapponese yen, una delle più potenti al mondo, viene così definita solo nella capitale Tokio, mentre nel resto del Giappone la pronuncia a essa attribuita è "en". Voglio raccontarvi 10 curiosità sul paese più affascinante che conosco.



Una tra le aziende a conduzione familiare più antiche del mondo si trova in Giappone. Si tratta del Nishiyama Onsen Keiunkan Hotel, con sede a Hayakawa, fondato nel 705 d.C. e a cui è attribuito il record di hotel più vecchio esistente sul pianeta. L'attività è stata portata avanti da più di 50 generazioni.

Il Giappone è passato da un'economia a stampo feudale a un'economia moderna nel 1868. Fu l'imperatore Meiji a modernizzare l'economia seguendo l'esempio dei paesi americani ed europei. In tale occasione furono assunti circa 3000 occidentali per importare e sviluppare un nuovo sistema educativo.

Il Giappone è uno dei maggiori paesi importatori a livello mondiale. La nazione infatti scarseggia di risorse naturali. Inoltre, per via della densità della sua popolazione, il "piccolo" arcipelago non ha abbastanza terreno disponibile per agricoltura e allevamento. Pertanto vengono importati molteplici tipi di beni: da materie prime come il cotone a prodotti pronti all'uso dei consumatori come bibite, carne, frutta e verdura.

Nintendo, famosa azienda giapponese per la produzione di videogiochi, fu fondata nel lontano 1889. Originariamente si occupava della vendita di carte da gioco. Entrò nel settore dell'elettronica così come è conosciuta oggi solo dopo 79 anni, nel 1977.

Il settore dei trasporti giapponese è tra i più sviluppati ed efficienti a livello globale. In Giappone si trovano i treni più puntuali del mondo e porti e aeroporti di fama mondiale. Tra le opere di ingegneria avanzata si distingue il tunnel di Seikan, una delle gallerie sottomarine più lunga del mondo: dei 53,85 chilometri totali, 23,3 si trovano sotto il livello del mare. Fu inaugurato nel 1984.


Le attuali condizioni dell'economia nipponica, riflettono ancora gli effetti della bolla speculativa giapponese nata nel 1986. La stessa scoppiò all'inizio degli anni 90', quando le aziende finanziarie, industriali e privati, si resero conto di come il valore dei loro investimenti in immobili e azioni fosse sceso drasticamente. La perdita ammontò a circa 1 miliardo di yen.

In Giappone è possibile comprare angurie di lusso. Tale frutto viene
fatto crescere all'interno di contenitori di diverse forme, in modo da renderlo speciale e fuori dal comune. Non stupisce quindi andare al supermercato e acquistare un'anguria di forma cubica o addirittura a forma di cuore. Proprio queste ultime hanno un prezzo minimo che si aggira attorno ai 20.000 yen, circa 160 neuro.

In Giappone sono ancora poche le donne che lavorano. Secondo diversi studi, la percentuale di donne impiegate rimane molto bassa rispetto a quella delle economie occidentali. Inoltre, una volta sposate, molte delle poche impiegate decidono di dimettersi per dedicarsi alla vita casalinga e prendersi cura dei figli.

Il Giappone è uno degli Stati con il più basso tasso di criminalità. Il benessere economico e la scarsa commercializzazione di armi da fuoco, incentivano la buona condotta.

Il governo giapponese, ha stanziato 19,5 miliardi di yen per la realizzazione del computer più potente del mondo. Negli ultimi anni l'economia giapponese è stata indebolita dai progressi tecnologici di nazioni emergenti come la Cina e pertanto adesso vuole aggiudicarsi il primato per la realizzazione del computer più veloce del mondo. Esso potrà essere utilizzato in ambito aziendale, per sviluppare progetti richiedenti un'elevata intelligenza artificiale.


sabato 3 giugno 2017

Modi di dire 29.

Si dice . . . “tirare l'acqua al proprio mulino”

Significa argomentare un discorso o proporre una tesi in funzione del proprio interesse. Fare insomma, con un giro di parole, il proprio gioco.
Il riferimento alla frase fatta e il mulino ad acqua, uno dei più antichi impianti meccanici creato dall'uomo per la produzione di generi alimentari, già presente al tempo dell'antica Roma e diffusosi in Europa a partire dal IX secolo. L'energia prodotta dalla ruota a pale di un mulino ad acqua, (in genere mossa dal corso di un fiume o di un torrente), permetteva alla macina di polverizzare 150kg di grano in un'ora, l'equivalente del lavoro di 40 schiavi. Ecco dunque perché era importante che al proprio mulino, arrivasse più acqua possibile.


Si dice . . . “riso sardonico”

Il riso sardonico, (dal greco: sardonios ghelos), è uno spasmo dei muscoli facciali che produce un curioso ghigno. Come fenomeno patologico lo si osserva nei soggetti colpiti da tetano, ma è detto così anche un semplice sorriso di tensione, malevolo o sarcastico. “Sardonico” è aggettivo riferito agli antichi sardi e lo si trova anche nell'Odissea (VIII a.C.). Omero infatti così definisce il riso beffardo di Ulisse, dopo aver schivato un oggetto scagliatogli da Ctesippo. Più tardi Simonide di Ceo, chiama così il riso di dolore provocato dall'abbraccio rovente del mitico automadi bronzo Talos, ai predoni sardi che tentavano di sbarcare a Creta. In realtà, all'origine sembrano esserci le maschere funebri dei fenici di Sardegna, il cui ghigno esagerato doveva servire a proteggere il defunto dagli spiriti maligni.


Si dice . . . “i giorni della merla”

Con “giorni della merla” ci si riferisce agli ultimi tre giorni di gennaio, un tempo considerati come i più freddi dell'anno. Secondo una diffusa leggenda sul tema, la merla, in origine di piumaggio bianco, veniva perseguitata dal mese di gennaio che, dispettoso, si divertiva a ricoprire il terreno di ghiaccio per impedirle di beccare il cibo. La merla allora un certo anno, si chiuse in una tana con cibo sufficiente a superare l'odioso mese, che al tempo contava solo 28 giorni. Gennaio, infuriato per la furbizia della merla, rubò tre giorni a febbraio riempiendoli di tormente di neve. La merla, rimasta senza cibo, dovette rifugiarsi in un camino e quando uscì si trovò per sempre con la livrea grigia di fuliggine. Questa antica leggenda fa riferimento all'avvento del calendario di Giulio Cesare, che nel 45 a.C. aggiunse due giorni a gennaio, da 29 a 31, ritardando l'inizio dei riti di purificazione previsti in febbraio.


Si dice . . . “fare questioni di lana caprina”

Questo modo di dire significa fare discussioni inutili e prolisse con scarso fondamento, oppure dispute intorno ad argomenti superflui, allorchè si vuole cavillare su questioni di poco conto o di difficile decifrazione. De lana caprina, (intorno alla lana caprina), è una locuzione già in uso presso i latini, (ne troviamo riferimento nelle epistole del poeta Orazio), ed aveva già il significato attuale. L'immagine della frase fatta ha come origine la difficoltà a classificare il mantello che ricopre le capre: se si tratti di lana, di pelliccia o di vello. Ed inoltre, trattandosi di pelo in genere corto, ispido e pungente e dunque inadatto ad essere utilizzato come fibra tessile, è considerato di scarso valore, come le dispute a cui si fa riferimento.


Si dice . . . “essere una pecora nera”

L'espressione denuncia un elemento che si distingue in maniera negativa dal resto dei membri di un gruppo, (una famiglia o un clan ad esempio). La frase fatta trae origine dagli allevamenti ovini, incentrati sulla produzione di lana. Le pecore nere, (fenomeno genetico detto “melanismo”), sono infatti mal accette presso gli allevatori, in quanto possono compromettere il pregio della lana bianca, la più facile da lavorare e colorare. Per questo le pecore nere vengono in genere trattate in maniera separata, oppure escluse dalla tosatura. Vi è inoltre un aspetto visivo: in un gregge composto da capi bianchi, un ovino scuro non si perde di vista. A ciò si aggiunge il riferimento alla superstizione sul colore nero, per esempio “sfortuna nera”.


Si dice . . . “essere un allocco o fare la civetta”

I rapaci notturni per il loro aspetto inquietante e certe cupe caratteristiche di vita, colpiscono da sempre la fantasia popolare. Da qui vari modi di dire che li riguardano: “non fare il gufo”si dice a chi fa previsioni negative e deriva dal lugubre richiamo del grande predatore e dalla sua espressione che pare accigliata; “fare la civetta” si riferisce invece a una donna che ami farsi corteggiare e origina dalla caccia con la civetta viva, oggi vietata, che è in grado di attrarre le allodole con le sue buffe movenze; dare dell'allocco, ossia dello stupido a qualcuno, deriva dallo sguardo fisso e in apparenza sgomento di questo uccello, invece tutt'altro che sciocco; si definisce infine “vecchio barbagianni” un anziano brontolone perché questo pennuto, che sa emettere acuti stridii, ha il muso bianco e ciò evoca l'aspetto di un vegliardo.



Si dice . . . “essere ai nastri di partenza”

Vuol dire apprestarsi a intraprendere qualcosa, in genere una competizione sportiva, ma in senso figurato anche un viaggio, una carriera, un'impresa. L'immagine si riferisce alla sottile striscia di seta tesa al punto iniziale di un percorso sportivo, (su strada o pista), che viene tagliata o fatta cadere al via della gara dal direttore di corsa o da un inviato ufficiale. La più antica installazione del genere appartiene alle corse dei cavalli: basti pensare al canapo, il cordone teso al punto di partenza di un palio ippico, (quello di Asti per esempio è del XIII secolo), e che viene abbassato dal mossiere al via della corsa. Questa stessa funzione è stata riprodotta dal nastro inaugurale, che, tagliato da un'autorità politica in una cerimonia apposita, saluta l'entrata in funzione di un'opera di pubblico interesse.


Si dice . . . “gli alti papaveri”

La definizione di “alti papaveri” indica personaggi eminenti che hanno molto potere o ricoprono cariche importanti. L'origine del detto risale ad un episodio narrato dallo storico latino Tito Livio, (59 a.C. - 17 d.C.): nella sua Storia di Roma Livio racconta che il 7° re di Roma Tarquinio il Superbo, volendosi impadronire della città ostile di Gabi, vi mando il figlio Sesto Tarquinio in finto esilio. Il giovane raggiunse una posizione di rilievo ma, in difficoltà di fronte ai propositi di rivolta locali, inviò al padre un messo per un consiglio. Il re non rispose, ma si diresse con il messo in un prato e con un bastone falciò i papaveri più alti. L'inviato tornò a Gabi e riferì il gesto. Sesto Tarquinio afferrò il messaggio paterno e si affrettò a far sopprimere i cittadini più importanti, indebolendo così la città che venne poi facilmente assoggettata da Roma.


Si dice . . . “prendersi la briga”

La frase idiomatica, “prendersi la briga” (di fare qualcosa), vuol dire assumersi la responsabilità di affrontare una situazione noiosa, fastidiosa, sgradita. Più in generale assumersi un incarico che va svolto comunque. Troviamo il termine “briga” già nella letteratura medioevale, da Dante Alighieri a Giovanni Boccaccio, col significato di bufera, turbine di vento e metaforicamente di conflitto, lite, contesa. Da qui il modo di dire tuttora in uso “attaccare briga”, ossia cercare un pretesto per litigare. L'origine del vocabolo non è certa, ma è sicuramente antichissima visto che si ritrova in molte lingue di tutta Europa. E' sicuro comunque che nel Medioevo briga indicasse anche una piccola compagnia di soldati di ventura, da cui sono derivati i termini “brigata” e “brigante”.


Si dice . . . “discutere del sesso degli angeli”


Vuol dire cavillare su cose oziose, perdendosi in dettagli futili, marginali e sprecando così del tempo prezioso. Nelle prime raffigurazioni di angeli dell'arte paleocristiana, essi sono mostrati come giovinetti efebici senza ali né aureola, (si consoliderà poi nel corso dei secoli l'aspetto che conosciamo). In nessun testo sacro si parlava del sesso a cui appartenessero, il che fece nascere infinite e spesso aspre dispute teologiche, nell'ambito della chiesa cristiana. Al punto che rimase nella convinzione popolare, il fatto che i teologi bizantini continuassero le loro sterili dispute sul sesso degli angeli, anche mentre i turchi di Maometto II espugnavano Costantinopoli (1453) ponendo fine all'impero romano d'Oriente.

mercoledì 24 maggio 2017

Addio Roger Moore lo 007 autenticamente british.

Per gli over 40 Roger Moore è un’immagine dell’infanzia. È il compassato Simon Templar o lo stiloso Lord Brett Sinclair di Attenti a quei due (e alzi la mano chi non si è commosso almeno una volta riascoltando la bellissima sigla di John Barry che, tra l’altro, fu l’autore del James Bond Theme). Per tutti, l’attore londinese resta 007.
Ed è stato lo 007 più british. Più dello scozzese Sean Connery, più dell’australiano (ma di solide radici inglesi) George Lazenby, più del gallese Timothy Dalton, costretto ad americanizzare il personaggio.
Gli altri, chiediamo scusa ai fan, non sono paragonabili: non lo è l’irlandese Pierce Brosnan, che tentò di modernizzare il personaggio di Connery, ed è meglio stendere un velo non troppo pietoso su Daniel Craig, che solo lo scadimento del gusto femminile ha potuto rendere credibile.
Non è questione di cinefilia, ma di bondologia, che è una disciplina che richiede una dedizione ai limiti del fanatismo e tocca tre settori: di sicuro il cinema, ma anche la letteratura e il costume.
Come già aveva intuito il più autorevole e affettuoso bondologo, cioè Umberto Eco, James Bond è riuscito a rendere appassionante l’inverosimile. E, soprattutto, a rendere gradevole il politicamente scorretto che trasuda da tutta la saga di 007.
Ed ecco che torme di comunisti hanno affollato le sale cinematografiche, femministe convinte hanno trepidato davanti alle peripezie (anche e soprattutto amorose) dell’icona più maschilista della storia del cinema, seriosi critici si sono convertiti al mito e hanno contribuito alla sua iconografia.
Roger Moore è riuscito a fare di più: ha reso simpatico il personaggio che nell’interpretazione di Connery era solo affascinante. E lo ha modernizzato.
Ormai lo sappiamo: Moore, per non fare la fine di Lazenby, chiese e ottenne di ritoccare qui e lì 007, che nelle sue mani divenne autoironico, brillante e facciatosta. Insomma, un Bond con la cazzimma.
Connery seduce perché, al netto dell’estetica ci sa fare e rende alla grande l’idea del superuomo di massa: suda poco, anche dopo un inseguimento rocambolesco, sanguina il minimo indispensabile, anche dopo una sparatoria (ricordate il rivoletto di sangue in una scena chiave di Thunderball? Ecco, è il massimo che si possa pretendere) e i lividi spariscono al ciak successivo.
Moore, invece, seduce perché è un fusto: paragonati a quelli dello scozzese, i metodi del suo Bond sono da playboy di paese. E lo stile lascia qui e lì a desiderare: uccide con un missile una killer che cerca di eliminarlo da un aereo, parla con la bocca piena, spara battutacce e si cava fuori dai guai in maniera paradossale.
Ma forse gli anni ’70 richiedevano proprio questo 007: l’era Breznev aveva sclerotizzato il gigante sovietico e le dinamiche della guerra
fredda non emozionavano più. Ed ecco che il Bond di Moore va nello spazio, sfida stregoni vudù, improbabili superuomini nazisti e fascinosi killer con tre capezzoli. Però il pubblico apprezzava e poco importa se, nel caricaturare 007, Moore caricaturò sé stesso, mandando in soffitta le galanterie di Simon Templar e il garbo antico di Lord Sinclair. Anche la critica dovette arrendersi quando Octopussy, il penultimo film con Moore, batté al botteghino Mai dire mai, interpretato dal redivivo Connery.
Morire a novanta anni non fa notizia. Ma quando se ne va uno come sir Moore c’è di che commuoversi e preoccuparsi perché sparisce un pezzo dell’immaginario collettivo.
Addio Simon, addio Lord Sinclair. E, visto che ci siamo, addio a Bond.
Tutti i bondofili veri si dividono in due categorie: conneryani e mooriani, che hanno declinato il mito in due modi diversi, i primi definendone la cattolicità, i secondi tracciandone una originale riforma, protestante ma non troppo.
La scomparsa del grande attore inglese, che ha resistito alla grande anche a un tumore per conformarsi il più possibile al mito, che per definizione è immortale, apre una voragine. Già: se Atene piange Sparta non può ridere. D’altronde Judi Dench, la M in gonnella del ciclo interpretato da Brosnan, era stata chiarissima: «Lei, mister Bond, è un rottame della guerra fredda». E a vedere il Bond di Craig comportarsi in modo da far sembrare lord un marine, è difficile darle torto.

Saverio Paletta