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domenica 16 luglio 2017

Bruno Contrada mafioso mafiosissimo anzi no.

Mafioso, mafiosissimo, anzi no. E sul caso Contrada, in seguito alla recente pronuncia della Cassazione, si è scatenata la solita ridda da curva sud, aggravata questa volta dall’ipocrisia per cui i forcaioli di ieri sono diventati i garantisti di oggi o, nell’ipotesi meno pesante, si sono limitati a raccontare la vicenda in maniera secca, come Il Fatto Quotidiano. E c’è da scommettere che non mancherà chi, pur di svelenare, si appiglierà ai soliti discorsi antiformalisti: dirà, cioè, che una cosa sono gli appigli da legulei un’altra i fatti.
Come se la Corte europea dei diritti umani fosse un covo di Azzeccagarbugli. Come se, invece, la giustizia regnasse in Italia. Come se, a proposito di giustizia, la Corte d’Appello di Palermo non avesse preso uno svarione pesantissimo.
No, stavolta c’è una cosa che molti cronisti giudiziari, i quali a vario titolo si sono esercitati (e non poche volte accaniti) su questa storia, non hanno capito: il diritto fa parte del fatto. Perché è un fatto che Bruno Contrada abbia avuto determinati rapporti e abbia parlato con certe persone senza avere la consapevolezza di commettere un reato. E questo senza nulla togliere alla validità di quella nebulosa figura che è il concorso esterno in associazione mafiosa, senza cui molti amministratori infedeli e collusi ora starebbero al loro posto anziché in galera.
È lecita, anzi doverosa, una domanda, a questo punto: come mai c’è voluto tanto perché la Cedu scoprisse che le Corti italiane avevano violato un principio cardine dell’ordinamento giuridico? Si badi bene: non dell’ordinamento giuridico italiano, ma di tutti gli ordinamenti giuridici: il principio di legalità, secondo il quale una persona non può essere condannata o processata per un fatto se la legge non lo prevede prima come reato.
Il concorso esterno in associazione mafiosa iniziò ad essere elaborato in seguito al delitto Lima, uno degli episodi più terribili dell’infame stagione dello stragismo mafioso. «Hanno creato un clima infame», disse allora Craxi. Giusto: di quel clima ne ha fatto le spese anche Contrada. E con lui interi apparati dello Stato. Che andò in frantumi con la classe politica che lo dirigeva e che stava per essere travolta da Tangentopoli.
Contrada finì in manette per accuse relative a fatti che risalivano alla fine degli anni ’80, quando lui non era più il poliziotto che in più di un’occasione aveva messo Palermo a soqquadro, ma un big del Sisde. E questo passaggio impone un altro quesito: è possibile che un poliziotto dimostratosi capace, acuto e brillante, una volta entrato nei servizi segreti impazzisca e, di punto in bianco, si metta a trescare con i soggetti che dovrebbe ammanettare?
Il grande Montanelli, a proposito del caso Contrada, aveva formulato una domanda piuttosto provocatoria: «Si possono applicare agli uomini della polizia e dei carabinieri, e a maggior ragione a quelli dei servizi segreti, le stesse regole morali che valgono per i comuni cittadini? Il campo d’azione di questi uomini sono le fogne. C’è qualcuno capace di rimestare nelle fogne senza sporcarsi le mani e contrarne il fetore?».
Sempre per restare agli amarcord giornalistici, è doveroso citare un riferimento importante all’operato del Contrada sbirro. Importante soprattutto perché proviene da fonte insospettabile di tenerezze nei riguardi dell’ex poliziotto: Francesco Viviano, storica firma di Repubblica, una testata non proprio innocentista. Nel suo Il caso De Mauro, il giornalista siciliano mise a paragone l’operato di Contrada con quello di dalla Chiesa durante le indagini sulla scomparsa del celebre cronista dell’Ora di Palermo: in quell’occasione, il poliziotto, che aveva sperimentato anche alcune artigianali intercettazioni telefoniche, si era avvicinato alla verità molto più del giovane e promettente ufficiale dei carabinieri. Ma la reale differenza tra dalla Chiesa, demolito in vita da certa intellettualità gauchiste perché persecutore delle Br e piduista, e Contrada consiste in una sola cosa: la morte. Quella morte, cruenta, che, mutatis mutandis, ha beatificato anche Falcone, osteggiato da vivo in tutti i modi, anche dalle toghe rosse, che fino all’ultimo gliene fecero di tutti i colori.
Contrada, che ha tirato fendenti pesantissimi a Cosa Nostra, forse non è stato ammazzato perché nel suo caso l’ammazzatina non serviva. Già: un agente segreto (ché questo era quando avrebbe commesso le cose per cui fu arrestato) ha abbastanza peccati. Di più: una buona fetta del mestiere consiste nel peccare, sia in relazione ai parametri legalitari, sia in relazione a quelli etici. Le barbe finte hanno una
deontologia a parte, che si riassume in un solo concetto: lealismo, che è poi l’unico metro di giudizio con cui le istituzioni possono e debbono giudicarne il comportamento.
Quindi la domanda, che non si sono posti gli innocentisti (troppo indaffarati a usare Contrada come feticcio per la consueta e non disinteressata crociata contro la magistratura), né i colpevolisti (che in maniera altrettanto non disinteressata hanno preferito raccontare le cose di mafia come un western grossolano) è più sottile: Contrada è stato sleale nei riguardi di quelle istituzioni per conto delle quali doveva rimestare nel fango? Contrada ha parlato coi mammasantissima per dovere o, più prosaicamente, per farsi i fatti suoi? La vera risposta è qui che va cercata, se si vuole davvero scrivere la parola fine all’episodio più paradossale dei fatti di mafia. Il diritto ha stabilito che l’ex capo della Squadra mobile più in trincea d’Italia è innocente. È innocente come sbirro, perché da sbirro nulla gli si è imputato. È innocente come 007, perché il reato contestatogli all’epoca non esisteva.
Di questo non si è accorta la magistratura che lo ha prosciolto solo una volta, ma nel merito, cioè giudicando sui fatti come se il reato ci fosse.
Ma dalla cronaca non è emerso un altro dettaglio, tutt’altro che secondario: condannare Contrada avrebbe significato condannare l’intelligence in quanto tale. E questa considerazione vale molto più, in questo caso, di un tomo di Verri o di Beccaria. Solo una cultura come la nostra, abituata a demonizzare lo Stato a prescindere poteva insistere a oltranza sulla linea della colpevolezza. Ora il sipario è calato e i titoli di coda consistono in un’unica frase dell’ex numero due del Sisde: rivoglio il mio onore.

Saverio Paletta

sabato 17 giugno 2017

10 curiosità sul Giappone e i giapponesi.

La valuta giapponese yen, una delle più potenti al mondo, viene così definita solo nella capitale Tokio, mentre nel resto del Giappone la pronuncia a essa attribuita è "en". Voglio raccontarvi 10 curiosità sul paese più affascinante che conosco.



Una tra le aziende a conduzione familiare più antiche del mondo si trova in Giappone. Si tratta del Nishiyama Onsen Keiunkan Hotel, con sede a Hayakawa, fondato nel 705 d.C. e a cui è attribuito il record di hotel più vecchio esistente sul pianeta. L'attività è stata portata avanti da più di 50 generazioni.

Il Giappone è passato da un'economia a stampo feudale a un'economia moderna nel 1868. Fu l'imperatore Meiji a modernizzare l'economia seguendo l'esempio dei paesi americani ed europei. In tale occasione furono assunti circa 3000 occidentali per importare e sviluppare un nuovo sistema educativo.

Il Giappone è uno dei maggiori paesi importatori a livello mondiale. La nazione infatti scarseggia di risorse naturali. Inoltre, per via della densità della sua popolazione, il "piccolo" arcipelago non ha abbastanza terreno disponibile per agricoltura e allevamento. Pertanto vengono importati molteplici tipi di beni: da materie prime come il cotone a prodotti pronti all'uso dei consumatori come bibite, carne, frutta e verdura.

Nintendo, famosa azienda giapponese per la produzione di videogiochi, fu fondata nel lontano 1889. Originariamente si occupava della vendita di carte da gioco. Entrò nel settore dell'elettronica così come è conosciuta oggi solo dopo 79 anni, nel 1977.

Il settore dei trasporti giapponese è tra i più sviluppati ed efficienti a livello globale. In Giappone si trovano i treni più puntuali del mondo e porti e aeroporti di fama mondiale. Tra le opere di ingegneria avanzata si distingue il tunnel di Seikan, una delle gallerie sottomarine più lunga del mondo: dei 53,85 chilometri totali, 23,3 si trovano sotto il livello del mare. Fu inaugurato nel 1984.


Le attuali condizioni dell'economia nipponica, riflettono ancora gli effetti della bolla speculativa giapponese nata nel 1986. La stessa scoppiò all'inizio degli anni 90', quando le aziende finanziarie, industriali e privati, si resero conto di come il valore dei loro investimenti in immobili e azioni fosse sceso drasticamente. La perdita ammontò a circa 1 miliardo di yen.

In Giappone è possibile comprare angurie di lusso. Tale frutto viene
fatto crescere all'interno di contenitori di diverse forme, in modo da renderlo speciale e fuori dal comune. Non stupisce quindi andare al supermercato e acquistare un'anguria di forma cubica o addirittura a forma di cuore. Proprio queste ultime hanno un prezzo minimo che si aggira attorno ai 20.000 yen, circa 160 neuro.

In Giappone sono ancora poche le donne che lavorano. Secondo diversi studi, la percentuale di donne impiegate rimane molto bassa rispetto a quella delle economie occidentali. Inoltre, una volta sposate, molte delle poche impiegate decidono di dimettersi per dedicarsi alla vita casalinga e prendersi cura dei figli.

Il Giappone è uno degli Stati con il più basso tasso di criminalità. Il benessere economico e la scarsa commercializzazione di armi da fuoco, incentivano la buona condotta.

Il governo giapponese, ha stanziato 19,5 miliardi di yen per la realizzazione del computer più potente del mondo. Negli ultimi anni l'economia giapponese è stata indebolita dai progressi tecnologici di nazioni emergenti come la Cina e pertanto adesso vuole aggiudicarsi il primato per la realizzazione del computer più veloce del mondo. Esso potrà essere utilizzato in ambito aziendale, per sviluppare progetti richiedenti un'elevata intelligenza artificiale.


sabato 3 giugno 2017

Modi di dire 29.

Si dice . . . “tirare l'acqua al proprio mulino”

Significa argomentare un discorso o proporre una tesi in funzione del proprio interesse. Fare insomma, con un giro di parole, il proprio gioco.
Il riferimento alla frase fatta e il mulino ad acqua, uno dei più antichi impianti meccanici creato dall'uomo per la produzione di generi alimentari, già presente al tempo dell'antica Roma e diffusosi in Europa a partire dal IX secolo. L'energia prodotta dalla ruota a pale di un mulino ad acqua, (in genere mossa dal corso di un fiume o di un torrente), permetteva alla macina di polverizzare 150kg di grano in un'ora, l'equivalente del lavoro di 40 schiavi. Ecco dunque perché era importante che al proprio mulino, arrivasse più acqua possibile.


Si dice . . . “riso sardonico”

Il riso sardonico, (dal greco: sardonios ghelos), è uno spasmo dei muscoli facciali che produce un curioso ghigno. Come fenomeno patologico lo si osserva nei soggetti colpiti da tetano, ma è detto così anche un semplice sorriso di tensione, malevolo o sarcastico. “Sardonico” è aggettivo riferito agli antichi sardi e lo si trova anche nell'Odissea (VIII a.C.). Omero infatti così definisce il riso beffardo di Ulisse, dopo aver schivato un oggetto scagliatogli da Ctesippo. Più tardi Simonide di Ceo, chiama così il riso di dolore provocato dall'abbraccio rovente del mitico automadi bronzo Talos, ai predoni sardi che tentavano di sbarcare a Creta. In realtà, all'origine sembrano esserci le maschere funebri dei fenici di Sardegna, il cui ghigno esagerato doveva servire a proteggere il defunto dagli spiriti maligni.


Si dice . . . “i giorni della merla”

Con “giorni della merla” ci si riferisce agli ultimi tre giorni di gennaio, un tempo considerati come i più freddi dell'anno. Secondo una diffusa leggenda sul tema, la merla, in origine di piumaggio bianco, veniva perseguitata dal mese di gennaio che, dispettoso, si divertiva a ricoprire il terreno di ghiaccio per impedirle di beccare il cibo. La merla allora un certo anno, si chiuse in una tana con cibo sufficiente a superare l'odioso mese, che al tempo contava solo 28 giorni. Gennaio, infuriato per la furbizia della merla, rubò tre giorni a febbraio riempiendoli di tormente di neve. La merla, rimasta senza cibo, dovette rifugiarsi in un camino e quando uscì si trovò per sempre con la livrea grigia di fuliggine. Questa antica leggenda fa riferimento all'avvento del calendario di Giulio Cesare, che nel 45 a.C. aggiunse due giorni a gennaio, da 29 a 31, ritardando l'inizio dei riti di purificazione previsti in febbraio.


Si dice . . . “fare questioni di lana caprina”

Questo modo di dire significa fare discussioni inutili e prolisse con scarso fondamento, oppure dispute intorno ad argomenti superflui, allorchè si vuole cavillare su questioni di poco conto o di difficile decifrazione. De lana caprina, (intorno alla lana caprina), è una locuzione già in uso presso i latini, (ne troviamo riferimento nelle epistole del poeta Orazio), ed aveva già il significato attuale. L'immagine della frase fatta ha come origine la difficoltà a classificare il mantello che ricopre le capre: se si tratti di lana, di pelliccia o di vello. Ed inoltre, trattandosi di pelo in genere corto, ispido e pungente e dunque inadatto ad essere utilizzato come fibra tessile, è considerato di scarso valore, come le dispute a cui si fa riferimento.


Si dice . . . “essere una pecora nera”

L'espressione denuncia un elemento che si distingue in maniera negativa dal resto dei membri di un gruppo, (una famiglia o un clan ad esempio). La frase fatta trae origine dagli allevamenti ovini, incentrati sulla produzione di lana. Le pecore nere, (fenomeno genetico detto “melanismo”), sono infatti mal accette presso gli allevatori, in quanto possono compromettere il pregio della lana bianca, la più facile da lavorare e colorare. Per questo le pecore nere vengono in genere trattate in maniera separata, oppure escluse dalla tosatura. Vi è inoltre un aspetto visivo: in un gregge composto da capi bianchi, un ovino scuro non si perde di vista. A ciò si aggiunge il riferimento alla superstizione sul colore nero, per esempio “sfortuna nera”.


Si dice . . . “essere un allocco o fare la civetta”

I rapaci notturni per il loro aspetto inquietante e certe cupe caratteristiche di vita, colpiscono da sempre la fantasia popolare. Da qui vari modi di dire che li riguardano: “non fare il gufo”si dice a chi fa previsioni negative e deriva dal lugubre richiamo del grande predatore e dalla sua espressione che pare accigliata; “fare la civetta” si riferisce invece a una donna che ami farsi corteggiare e origina dalla caccia con la civetta viva, oggi vietata, che è in grado di attrarre le allodole con le sue buffe movenze; dare dell'allocco, ossia dello stupido a qualcuno, deriva dallo sguardo fisso e in apparenza sgomento di questo uccello, invece tutt'altro che sciocco; si definisce infine “vecchio barbagianni” un anziano brontolone perché questo pennuto, che sa emettere acuti stridii, ha il muso bianco e ciò evoca l'aspetto di un vegliardo.



Si dice . . . “essere ai nastri di partenza”

Vuol dire apprestarsi a intraprendere qualcosa, in genere una competizione sportiva, ma in senso figurato anche un viaggio, una carriera, un'impresa. L'immagine si riferisce alla sottile striscia di seta tesa al punto iniziale di un percorso sportivo, (su strada o pista), che viene tagliata o fatta cadere al via della gara dal direttore di corsa o da un inviato ufficiale. La più antica installazione del genere appartiene alle corse dei cavalli: basti pensare al canapo, il cordone teso al punto di partenza di un palio ippico, (quello di Asti per esempio è del XIII secolo), e che viene abbassato dal mossiere al via della corsa. Questa stessa funzione è stata riprodotta dal nastro inaugurale, che, tagliato da un'autorità politica in una cerimonia apposita, saluta l'entrata in funzione di un'opera di pubblico interesse.


Si dice . . . “gli alti papaveri”

La definizione di “alti papaveri” indica personaggi eminenti che hanno molto potere o ricoprono cariche importanti. L'origine del detto risale ad un episodio narrato dallo storico latino Tito Livio, (59 a.C. - 17 d.C.): nella sua Storia di Roma Livio racconta che il 7° re di Roma Tarquinio il Superbo, volendosi impadronire della città ostile di Gabi, vi mando il figlio Sesto Tarquinio in finto esilio. Il giovane raggiunse una posizione di rilievo ma, in difficoltà di fronte ai propositi di rivolta locali, inviò al padre un messo per un consiglio. Il re non rispose, ma si diresse con il messo in un prato e con un bastone falciò i papaveri più alti. L'inviato tornò a Gabi e riferì il gesto. Sesto Tarquinio afferrò il messaggio paterno e si affrettò a far sopprimere i cittadini più importanti, indebolendo così la città che venne poi facilmente assoggettata da Roma.


Si dice . . . “prendersi la briga”

La frase idiomatica, “prendersi la briga” (di fare qualcosa), vuol dire assumersi la responsabilità di affrontare una situazione noiosa, fastidiosa, sgradita. Più in generale assumersi un incarico che va svolto comunque. Troviamo il termine “briga” già nella letteratura medioevale, da Dante Alighieri a Giovanni Boccaccio, col significato di bufera, turbine di vento e metaforicamente di conflitto, lite, contesa. Da qui il modo di dire tuttora in uso “attaccare briga”, ossia cercare un pretesto per litigare. L'origine del vocabolo non è certa, ma è sicuramente antichissima visto che si ritrova in molte lingue di tutta Europa. E' sicuro comunque che nel Medioevo briga indicasse anche una piccola compagnia di soldati di ventura, da cui sono derivati i termini “brigata” e “brigante”.


Si dice . . . “discutere del sesso degli angeli”


Vuol dire cavillare su cose oziose, perdendosi in dettagli futili, marginali e sprecando così del tempo prezioso. Nelle prime raffigurazioni di angeli dell'arte paleocristiana, essi sono mostrati come giovinetti efebici senza ali né aureola, (si consoliderà poi nel corso dei secoli l'aspetto che conosciamo). In nessun testo sacro si parlava del sesso a cui appartenessero, il che fece nascere infinite e spesso aspre dispute teologiche, nell'ambito della chiesa cristiana. Al punto che rimase nella convinzione popolare, il fatto che i teologi bizantini continuassero le loro sterili dispute sul sesso degli angeli, anche mentre i turchi di Maometto II espugnavano Costantinopoli (1453) ponendo fine all'impero romano d'Oriente.

mercoledì 24 maggio 2017

Addio Roger Moore lo 007 autenticamente british.

Per gli over 40 Roger Moore è un’immagine dell’infanzia. È il compassato Simon Templar o lo stiloso Lord Brett Sinclair di Attenti a quei due (e alzi la mano chi non si è commosso almeno una volta riascoltando la bellissima sigla di John Barry che, tra l’altro, fu l’autore del James Bond Theme). Per tutti, l’attore londinese resta 007.
Ed è stato lo 007 più british. Più dello scozzese Sean Connery, più dell’australiano (ma di solide radici inglesi) George Lazenby, più del gallese Timothy Dalton, costretto ad americanizzare il personaggio.
Gli altri, chiediamo scusa ai fan, non sono paragonabili: non lo è l’irlandese Pierce Brosnan, che tentò di modernizzare il personaggio di Connery, ed è meglio stendere un velo non troppo pietoso su Daniel Craig, che solo lo scadimento del gusto femminile ha potuto rendere credibile.
Non è questione di cinefilia, ma di bondologia, che è una disciplina che richiede una dedizione ai limiti del fanatismo e tocca tre settori: di sicuro il cinema, ma anche la letteratura e il costume.
Come già aveva intuito il più autorevole e affettuoso bondologo, cioè Umberto Eco, James Bond è riuscito a rendere appassionante l’inverosimile. E, soprattutto, a rendere gradevole il politicamente scorretto che trasuda da tutta la saga di 007.
Ed ecco che torme di comunisti hanno affollato le sale cinematografiche, femministe convinte hanno trepidato davanti alle peripezie (anche e soprattutto amorose) dell’icona più maschilista della storia del cinema, seriosi critici si sono convertiti al mito e hanno contribuito alla sua iconografia.
Roger Moore è riuscito a fare di più: ha reso simpatico il personaggio che nell’interpretazione di Connery era solo affascinante. E lo ha modernizzato.
Ormai lo sappiamo: Moore, per non fare la fine di Lazenby, chiese e ottenne di ritoccare qui e lì 007, che nelle sue mani divenne autoironico, brillante e facciatosta. Insomma, un Bond con la cazzimma.
Connery seduce perché, al netto dell’estetica ci sa fare e rende alla grande l’idea del superuomo di massa: suda poco, anche dopo un inseguimento rocambolesco, sanguina il minimo indispensabile, anche dopo una sparatoria (ricordate il rivoletto di sangue in una scena chiave di Thunderball? Ecco, è il massimo che si possa pretendere) e i lividi spariscono al ciak successivo.
Moore, invece, seduce perché è un fusto: paragonati a quelli dello scozzese, i metodi del suo Bond sono da playboy di paese. E lo stile lascia qui e lì a desiderare: uccide con un missile una killer che cerca di eliminarlo da un aereo, parla con la bocca piena, spara battutacce e si cava fuori dai guai in maniera paradossale.
Ma forse gli anni ’70 richiedevano proprio questo 007: l’era Breznev aveva sclerotizzato il gigante sovietico e le dinamiche della guerra
fredda non emozionavano più. Ed ecco che il Bond di Moore va nello spazio, sfida stregoni vudù, improbabili superuomini nazisti e fascinosi killer con tre capezzoli. Però il pubblico apprezzava e poco importa se, nel caricaturare 007, Moore caricaturò sé stesso, mandando in soffitta le galanterie di Simon Templar e il garbo antico di Lord Sinclair. Anche la critica dovette arrendersi quando Octopussy, il penultimo film con Moore, batté al botteghino Mai dire mai, interpretato dal redivivo Connery.
Morire a novanta anni non fa notizia. Ma quando se ne va uno come sir Moore c’è di che commuoversi e preoccuparsi perché sparisce un pezzo dell’immaginario collettivo.
Addio Simon, addio Lord Sinclair. E, visto che ci siamo, addio a Bond.
Tutti i bondofili veri si dividono in due categorie: conneryani e mooriani, che hanno declinato il mito in due modi diversi, i primi definendone la cattolicità, i secondi tracciandone una originale riforma, protestante ma non troppo.
La scomparsa del grande attore inglese, che ha resistito alla grande anche a un tumore per conformarsi il più possibile al mito, che per definizione è immortale, apre una voragine. Già: se Atene piange Sparta non può ridere. D’altronde Judi Dench, la M in gonnella del ciclo interpretato da Brosnan, era stata chiarissima: «Lei, mister Bond, è un rottame della guerra fredda». E a vedere il Bond di Craig comportarsi in modo da far sembrare lord un marine, è difficile darle torto.

Saverio Paletta

venerdì 19 maggio 2017

20 maggio giornata mondiale del Whisky.

Il 20 maggio si festeggia la giornata mondiale del whisky. L'intento è quello di celebrare la degustazione della cosiddetta aqua vitae, la quale continua a conquistare i palati di tutto il mondo.

Il whisky, così chiamato da scozzesi e canadesi, o whiskey, nome attribuito invece da irlandesi e americani, ha origini incerte.
Sembrerebbe infatti che questo distillato sia stato prodotto per la prima volta da San Patrizio, patrono dell'Irlanda, ma le prime prove del consumo dello stesso risalgono a uno scritto del frate John Cor del 1494 ritrovato in Scozia. Il dubbio dunque su chi sia il vero padre del whisky rimane, ma è certo che, dal 13º secolo in poi, abbia assunto sempre più importanza sino a sentir necessario istituire, non solo una giornata mondiale in cui apprezzarlo tra la convivialità degli amici, ma anche dei club di assaggio e conversazione a livello internazionale come, "The Scotch MaltWhisky Society" o il "50of5 Whisky Club". In tali associazioni è possibile dilettarsi in degustazioni per percepirne e giudicarne le diverse sfumature di sapore, magari con l'aggiunta di qualche goccia d'acqua, la quale, come diceva Winston Churchill, aiuta a sprigionarne gli aromi.
I whisky più commerciati in Occidente sono il Bourbon, l'American Whiskey, il Canadian Whisky, l'Irish Whisky e lo Scotch Whisky, prodotti rispettivamente in Kentucky, Stati Uniti, Canada, Irlanda e Scozia. Senza grande stupore, data la vastità del territorio, gli Stati Uniti risultano il paese che registra i maggiori ricavi, i quali nel 2016 ammontavano a 10.179 milioni di dollari.
Tuttavia un fatto sorprendente è che nessuno dei paesi sopra menzionati, si posiziona ai primi posti in classifica se ci si riferisce al consumo pro capite.
Nonostante i francesi siano conosciuti per la produzione di vini di fama mondiale, in realtà a loro piace bere anche la famosa aqua vitae, ritenendola forse essenziale proprio come l'acqua, dato che lo scorso anno ne hanno consumato 2,1 litri a testa. Tale quantità, costante da anni, sembrerebbe diminuire solo irrisoriamente guardando le previsioni per il 2020. In particolare, nell'esagono è molto gettonato lo Scotch Whisky, le cui vendite mensili superano addirittura quelle annuali di cognac, ( www.scotch-whisky.org.uk ).
Un dato altrettanto sorprendente è il quantitativo bevuto dagli spagnoli, pari a 1,9 litri pro capite. Secondo i dati del 2015, alcuni abitanti, che
seppur costituiscono una piccola parte della popolazione, (102mila spagnoli), amano così tanto il whisky da averne bevuto almeno 10 bicchieri la settimana. Si tratta dunque di dati eccessivamente alti, se messi a confronto con la quantità di whisky bevuta da altri protagonisti europei, ben conosciuti per la produzione e vendita di birra, la quale in fin dei conti è mosto di malto non sottoposto alla doppia o tripla distillazione necessaria invece per ottenere il whisky. È il caso del Belgio, della Cechia e della Germania, in cui il consumo pro capite si aggira tra i 0,6 e 0,8 litri.
Altro dato interessante è che anche nel Regno Unito il consumo risulta limitato, nonostante si tratti di uno dei paesi che producono più whisky al mondo: solo in Scozia si contano più di 100 distillerie, che producono il 90% circa del Single Malt Whisky commerciato globalmente.
A gennaio 2017 i dati si aggiravano intorno a un consumo medio di 0,9 litri a testa, mentre circa il 93% della produzione veniva destinata alle esportazioni, soprattutto verso la Francia e gli Stati Uniti. Queste hanno da sempre costituito un'enorme fonte di guadagno, tanto che nel 2009 si è addirittura raggiunto il record di 1,1 bilioni di bottiglie esportate.
L'Italia, invece, con un po' di sorpresa, è una delle nazioni che consuma meno whisky in tutto l'Occidente. Pertanto gli abitanti del bel paese non potranno godere dei suoi benefici. Secondo uno studio, infatti, tale alcolico, se consumato abitualmente in dosi molto moderate, contribuirebbe ad aumentare la quantità di colesterolo buono, a ridurre del 50% il rischio di ictus e a distruggere le cellule cancerogene grazie alla presenza di acido ellagico.
Anche se il whisky non incontra i gusti degli italiani, essi potrebbero comunque comprare una bottiglia al solo scopo di lucro. Secondo un articolo pubblicato dalla Cnn, infatti, negli ultimi anni sta addirittura nascendo una vera e propria professione, consistente nell'acquisto di bottiglie rare pregiate per poi rivenderle a prezzi che aumentano in modo esorbitante in brevissimo tempo: l'Investment Grade Scotch Index, che registra i prezzi di vendita all'asta di bottiglie di whisky, ha evidenziato come il valore dei 1000 migliori Single Malt Scotch Whisky, ha avuto una performance di circa 430 punti percentuali dal 2010 a oggi.
Allora, se non bevete whisky perché non ripensarci? Ci si può solo guadagnare in salute o nel conto in banca.
Ma attenzione a non esagerare.


domenica 7 maggio 2017

Da Le Ore a Men: storia della pornografia in Italia.

Primo punto: l’hard sta all’editoria ufficiale e perbene come certe lobby alle istituzioni ufficiali. C’è eccome, ma meglio non vantarsene troppo, non esibire. Tant’è: il primo ha mosso soldi e fatto girare le rotative allo stesso modo in cui le seconde hanno determinato eventi politici importanti dalla loro (non troppo) confortevole penombra.
Secondo punto: è esistita una circolarità perfetta, inconfessabile quanto si vuole ma innegabile, tra l’editoria porno e quella normale. Una circolarità fatta di personaggi, che sono passati, anche più volte e comunque con disinvoltura, dall’uno all’altro settore. Per dirla con un’immagine, dal salotto buono all’alcova più indecente.
Terzo punto: la pornografia ha inciso, dai retrobottega delle edicole, in maniera determinante sull’evoluzione del costume, molto più dei movimenti libertari e radical.
Quarto punto: il porno ha innescato un meccanismo autofago che lo ha portato al declino editoriale proprio nel momento in cui è diventato un elemento normale della cultura quotidiana.
Intendiamoci, non tutto il fenomeno, ma solo quello che Gianni Passavini, giornalista trasformato dal bisogno in pornografo, ha definito Porno di Carta, che è poi il titolo del suo bel volume uscito a novembre per i tipi di Iacobelli.
Passavini parte da sé stesso, cioè dalla propria decennale esperienza presso l’International Press, la casa editrice di Le Ore, per raccontare, attraverso la biografia di Saro Balsamo, l’editore e fondatore dell’International, la storia dell’editoria per adulti.
L’avventura di Passavini, un passato da cronista giudiziario tra gli eskimi delle redazioni militanti, alla corte di Balsamo iniziò nel 1982: «Allora, ancora non sapevo che quella scelta mi avrebbe cambiato così irrimediabilmente la vita. Ma dovevo farla, dopo che, per divergenze politiche, mi erano state imposte le dimissioni da redattore oltre che da direttore responsabile del Quotidiano dei Lavoratori, il giornale militante dove avevo lavorato praticamente gratis negli ultimi tre anni».
Dall’impegno politico e sociale al disimpegno erotico, anzi porno? Certo. Ma quello di Passavini non fu un tradimento dettato da motivi alimentari: nel 1982 quell’ambiente politico in cui lui e tanti altri si erano formati e da cui erano passati al giornalismo era in riflusso. Al contrario, l’impero di Balsamo era fortissimo.
Questione di generazioni e di fortuna: fai il’68 frequenti gli ambienti giusti, che poi sono quelli egemoni, e fai carriera; nasci un po’ dopo, oppure sbagli qualcosa nel tuo percorso, e ti ritrovi da Balsamo, se ti va bene.
Tanto più che il pornomagnate siciliano, che esibiva lauree non verificate e un titolo nobiliare che lo avrebbe apparentato addirittura a Cagliostro, non andava troppo per il sottile, per quel che riguardava la politica. Passavini era di sinistra, come gran parte della redazione dell’epoca. Ma Walter Peroni, cognato dell’editore e direttore di Le Ore, «alla fine degli anni Sessanta era stato uno dei più attivi ragazzotti della destra milanese».
Ma nessun problema, Balsamo accoglieva davvero tutti: «Gente come me, sessantottini, extraparlamentari di sinistra, ex partigiani che avevano sognato di fare la rivoluzione. Ma anche gente che era stata sulla barricata opposta e aveva sperato nel colpo di Stato. Senza dire dell’apporto delle donne: femministe impegnate, madri di famiglia trepidanti per un accenno di tosse dei loro pargoli».
A proposito di politica: quando Balsamo, fresco del successo delle sue riviste giovanilmusicali come Big, decise di tentare il salto nell’editoria per soli uomini (era il ’66 e di porno proprio non si poteva parlare) e fondò Men e Playmen, le prime due testate del settore, pescò alla grande nella redazione de Lo Specchio, settimanale di destra conservatrice e, per usare un termine dell’epoca, atlantica. Facciamo qualche nome: Marcello Mancini, Luciano Oppo, già guastatore e sabotatore della Rsi, Giò Stajano, Pierfrancesco Pingitore (già dirigente universitario del Msi e poi fondatore della compagnia teatrale Il Bagaglino), Armando Stefani, che proveniva da Tabularasa, periodico di eretici del neofascismo, e, dulcis in fundo Enrico de Boccard, il più interessante tra tutti i pornofascisti. Nobile di nascita, già repubblichino e poi missino, de Boccard era riuscito a farsi chiacchierare dalla sinistra in vena di dietrologie perché aveva organizzato nel 1965 il celebre convegno su La guerra rivoluzionaria che si tenne all’Hotel Parco dei Principi, dove aveva invocato, neppure troppo tra le righe, la necessità di un golpe anticomunista. Anche con Balsamo il vizio non se l’era tolto del tutto: nel ’67 andò a Tel Aviv a seguire la guerra dei sei giorni. Tornò con un reportage sui combattimenti, uno sulle prostitute e qualche soffiata per i Servizi. Tra una cosa e l’altra, curò l’edizione italiana della Psychopathia Sexualis di von Kraftt-Ebing e scrisse un Dizionario della letteratura erotica.
Con questa X Mas dell’erotismo convivevano senza problemi Luciano Massimo Consoli, il leader del movimento gay italiano, Milena Milani, autrice del libro scandalo La ragazza di nome Giulio, e l’anarchico-ateo Piero Cimatti. A tacere dell’ex azionista di origine ebraica Franco Valobra, finissimo intellettuale vicino al Partito radicale. Proprio a questa corte si formò Riccardo Schicchi, futuro mentore di Cicciolina, Moana e Eva Henger.
Già, recitava l’editoriale del primo numero di Men: «Noi non abbiamo santi in Paradiso, la politica non ci interessa se non per quel tanto che ci disturba».
E il porno? Roba innocente, che oggi non stuzzicherebbe nemmeno l’ultimo sito glamour. Ciò non bastò a evitare il sequestro ai primi otto numeri di Men e la galera a Mancini.
Era solo l’inizio di una lunga contesa giudiziaria, tutta giocata attorno alle interpretazioni degli articoli 528 e 725 del Codice penale. Anche Balsamo, che nel frattempo si era rimangiata l’indifferenza politica e si era messo a fiancheggiare il Psi e manifestava nei confronti di Craxi quella simpatia che sarebbe diventata amicizia stretta, passò i suoi guai: si fece la galera e un anno di latitanza all’estero, finito il quale si ritrovò senza giornali né casa editrice: glieli aveva soffiati sua moglie, Adelina Tattilo, stanca delle sue bizzarrie e, probabilmente, delle corna, che i bene informati riferiscono seriali.
A proposito di circolarità con l’editoria ufficiale e di contatti con la politica, val la pena di ricordare una chiacchiera che girò poco prima che Adelina silurasse il consorte: secondo Lo Specchio il Psi si preparava a stringere rapporti più stretti con Balsamo, che aveva dichiarato guerra alla Dc, attraverso Felice Fulchignoni, ex fascista e faccendiere, passato alla storia, oltre che per essere finito in manette durante Tangentopoli, per aver fondato Adnkronos, la seconda agenzia di stampa italiana dopo l’Ansa…
La ricetta di Men funzionava e il Nostro, bon vivant e spendaccione, lontano dal suo omologo americano Larry Flint, la replicò, a partire dal 1971 con Le Ore, che, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, sarebbe diventata sinonimo di pornografia. Dapprima fu il mix di nudi femminili e inchieste giornalistiche, che aveva già fatto la fortuna di Men (e al riguardo possiamo citare i topless di Patty Pravo), poi l’aspetto erotico prese il sopravvento, fino a scivolare, anche sotto la spinta di una concorrenza agguerrita (chi non ricorda Pop e La Coppia Moderna? ) e grazie a una giurisprudenza più benevola, verso il porno.
E qui parliamo di nuovo di donne. Non delle modelle, famose o meno, bensì delle redattrici. Fu Maria Jatosti, nel lontano ’75, a decidere il passaggio all’hard, dopo un lungo braccio di ferro con il direttore Giorgio Colorni. La Jatosti, background sinistrorso ed ex compagna dello scrittore Luciano Bianciardi, rilevò la direzione, mentre Colorni tornò, con tanto di autocritica, nelle file di quel Pci che aveva abbandonato per darsi all’erotismo…
Da allora in avanti, fu tutta una progressione che toccò l’apice negli anni ’80, quando bastava dire Le Ore per evocare zozzerie. E, con grande abilità, la rivista di Balsamo riuscì a bucare l’immaginario collettivo, attraverso due mosse: l’alleanza strategica con i francesi, cioè con Gabriel Pontello (il futuro mentore di Rocco Siffredi), che aveva organizzato una vera e propria factory in un teatro di posa parigino, e l’uso di starlette in declino, che accettavano di posare in servizi più o meno hard per il giornale, nel frattempo diventato patinato e costoso. Alcune, Karin Schubert e Paola Senatore, avevano già sfiorato l’hard senza lasciarsene coinvolgere. Per altre, Lilli Carati, era la prima volta. Per altre ancora, Tina Aumont e Minnie Minoprio, era solo un passaggio fugace, prima del definitivo addio alle scene: semplici pose di nudo in mezzo a figuranti che facevano ben altro. Ma la botta più forte all’immaginario collettivo Le Ore l’azzecca con la definitiva consacrazione di un personaggio: Ilona Staller, in arte Cicciolina. E non c’è bisogno di dire altro.
Il culto creatosi attorno alle riviste zozze creo un business miliardario, che tuttavia si incrinò a partire dalla seconda metà degli anni ’80. Il primo colpo fatale fu inferto dal mercato dell’home video, che mise in difficoltà prima le riviste e poi le sale a luci rosse. La botta finale arrivò nei ’90, quando i pc, i cd rom, poi i dvd e, infine, il web, fecero fuori definitivamente quell’editoria che aveva aperto i giochi a prezzo di durissime battaglie giudiziarie.
Le Ore chiuse, dopo un penosissimo declino, nel 2000. Balsamo sopravvisse al proprio impero di cinque anni, dopo aver anche tentato di riciclarsi nell’editoria normale. Era finita un’epoca.
Dal porno di carta a quello digitale c’è una distanza di anni luce: consumare il primo era trasgressione e prova iniziatica, guardonare il secondo, propinato ai limiti dell’anestesia sessuale, è una banalità.
Niente più collette davanti all’edicola vicino a scuola, niente più giornaletti nascosti nei fondi dei comodini, dietro i termosifoni e tra quei libri che venivano trascurati in nome di quelle - si fa per dire - letture maledette. Eppure, oggi che basta un clic, anzi un tap sul display, l’amarcord di Passavini risulta bellissimo. E non solo per la solita nostalgia, canaglia per definizione, ma perché Porno di Carta racconta, attraverso i consumi erotici, la differenza antropologica tra quegli italiani che certe cose le limitavano ai cessi e quelli che oggi le vedono in tv. Le tette agli italiani? Quando Balsamo cominciò, quasi non ce n’erano. Ora che sono persino troppe, verrebbe quasi il desiderio di una nuova censura pur di trasgredire a qualcosa.

Saverio Paletta