Nel
2001, ha 28 anni, ho lasciato Allan. Stavamo insieme da tre anni, e
non c'era una valida ragione per finirla. Lui era, (ed è ancora),
una persona eccezionale, intelligente, attraente, fedele, gentile. I
miei amici rimasero sconcertati, e anche io. Sentivo semplicemente
che mancasse qualcosa.
In
più non ero pronta a mettere su famiglia. Il periodo che seguì fu
terribile. Avevo commesso il più grave errore della mia vita ? Oggi
ho 39 anni, troppi ex fidanzati alle spalle e davanti a me, almeno
così mi sento dire, due opzioni entrambe deprimenti :
rimanere single,
oppure accontentarmi
di un compagno "abbastanza giusto". A questo punto è
chiaro che innamorarsi e sposarsi siano questione, più che di
scelta, di fortuna. Dieci anni fa, il pensiero della fortuna non mi
sfiorava neppure. Ma 10 anni fa c'erano tante altre cose che non
sapevo. La decisione di porre fine a una relazione stabile per
ragioni astratte anziché concrete, è in linea con una mentalità da
babyboomers, per cui l'appagamento emotivo vale più di ogni altra
cosa. E privilegiare l'indipendenza rispetto alla coppia è un'idea
da femminismo di seconda ondata ereditata da mia madre. Sono stata la
sua prima e unica recluta, quella che in terza elementare andava a
scuola indossando minuscole magliette verdi o blu che sentenziavano:
"una donna senza un uomo è come un pesce senza bicicletta".
All'università
ho passato molti pomeriggi a discutere con le amiche i vantaggi del
depilarsi le gambe, e se avremmo preso o meno il cognome del marito.
Era scontato che avremmo passato il decennio tra i 20 e i 30 anni a
cercare noi stesse, posticipando il matrimonio fino a quando avessimo
terminato il master o il dottorato e avviato una carriera. Il fatto
che ci saremmo sposate, e che ci sarebbero sempre stati uomini che
avremmo voluto sposare, era un atto di fede. Come era possibile il
contrario ? Uno dei motivi per cui le nostre vite differivano da
quelli delle nostre mamme, era la varietà di rapporti con gli
uomini. I maschi erano compagni di classe e colleghi, capi e docenti,
e col tempo sarebbero diventati anche nostri allievi e dipendenti: un
intero universo di potenziali amici, fidanzati, amici con cui fare
sesso, e addirittura ex fidanzati divenuti amici.

Col
tempo, le donne sono salite sempre più in alto, e gli uomini hanno
cominciato a rimanere indietro. Siamo
arrivate in cima alla
scala
solo per scoprirvi una stanza grande e vuota,
come negli ultimi istanti di una festa, quando la maggior parte degli
uomini se ne è andata, e alcuni non si sono neppure presentati ; i
pochi rimasti ti lanciano sguardi libidinosi dal tavolo degli
stuzzichini, oppure sono quelli che, diciamocelo, non frequenteresti
mai.
Nei
90' Stephanie Coontz, docente di storia sociale alla Evergreen
State
College di Washington,
autrice di “Marriage,
a History”, notò
che giornalisti e pubblico le chiedevano sempre più spesso, se
l'istituzione del matrimonio stesse crollando. A suo avviso non era
così, ma tutti erano convinti che fosse esistita una mitica età
dell'oro matrimoniale, e vedevano l'aumento dei divorzi come una
prova del declino di quel passato idilliaco. L'estate scorsa, ho
telefonato alla Coontz per parlare con lei di questa rivoluzione.
"Ci
troviamo senza dubbio nel mezzo di un'inversione di tendenza
straordinaria", mi ha detto. "Una trasformazione
importante, immensamente liberatoria e insieme spaventosa. Per quanto
riguarda ciò che la gente desidera e si aspetta dal matrimonio e
dalla relazione, e il modo in cui organizza la sua vita sessuale
amorosa, tutte le vecchie regole sono saltate".
Tanto
per cominciare posticipiamo il matrimonio. Nel 1960, l'età media in
cui ci si sposava, era di 23 anni per i maschi e 20 per le femmine.
Oggi è salita a 28 e 26. È in generale ci sposiamo meno, un
cambiamento, questo, avvenuto negli ultimi 15 anni. Nel 1997 era
sposato il 29% di chi come me apparteneva alla generazione X. Nel
nuovo millennio, il dato è precipitato al 22% ; nel 1960 era il 50%.
Cosa
ancor più importante, per fare figli non siamo più tenute ad avere
un marito, così come non siamo tenute ad avere figli sé non ci va.
Per chi desidera un figlio biologico e non ha trovato l'uomo giusto,
questo è un momento molto fortunato. In una famiglia nucleare, la
gravidanza non deve più necessariamente essere il fine ultimo,
nonché il capolinea della vita di una donna, e infatti lo è sempre
meno. Oggi il 40% dei bambini nasce da madri single. Questo non vuol
dire che tutte le donne in questione lo abbiano scelto, ma il fatto
che ce ne siano tante delle classi medio alte, (anche gay e
lesbiche), è che anche le più anziane possano avere figli, mediante
l'adozione della fecondazione artificiale - ha contribuito a ridurre
lo stigma.
Se
da un lato avere un figlio da single non è più motivo d'infamia,
dall'altro la maternità in sé è vista sempre meno come un obbligo.
Dal 1976 a oggi, la percentuale di donne over 40 senza figli e quasi
raddoppiata. E io? Voglio dei figli? Non lo so. Ma, a un certo punto
della vita, ho deciso che non sarebbe stata la biologia a guidare la
mia vita sentimentale.
Sono
consapevole che così restringo ulteriormente il mio ventaglio di
possibilità? Si. Così come mi rendo perfettamente conto, che
divento sempre meno attraente per i coetanei, i quali possono
scegliere da un ampio parco di donne più giovani. I progressi
culturali e tecnologici, che hanno formato il mio punto di vista
sulla maternità, basterebbero da soli a ridefinire il nostro
concetto di famiglia.
Purtroppo,
però, devono fare i conti con un'altra serie di mutamenti che
potremmo riassumere nella definizione : il
deterioramento della
condizione
maschile.
Qui le implicazioni si fanno straordinarie. Se in tutti i settori
della società le donne sono in ascesa, questo significa che il
matrimonio inteso come regime basato sullo strapotere economico del
maschio, potrebbe essere destinato a sparire.
La
mia grandissima amica B. avrebbe potuto sposare un giocatore di
basket professionista, ma ha scelto il tizio con cui può passare la
notte a parlare: un grafico che le arriva alla spalla. C., editor di
successo, è una Venere con un fidanzato di 14 anni più giovane.
Quando Gloria Steinem disse "stiamo diventando gli uomini che
avremmo voluto sposare", dubito che si rendesse conto della sua
preveggenza. Ma se l'ascesa delle donne è stata un bene per tutti,
il declino dei maschi è un male. Per loro in primis, ma anche per il
matrimonio. Le donne non si sono mai trovate di fronte a un bacino
così ristretto di quelli che tradizionalmente vengono considerati
"buoni partiti" : uomini con un'istruzione migliore e
guadagni più alti dei loro. Per cui oggi le donne devono vedersela
con questa nuova "scarsità". Che significa per il futuro
della famiglia? Nel loro libro del 1983 “Too
Many Women ?
The
Sex Ratio Question” due
psicologi elaborarono quella che è diventata celebre come teoria
Guttentag-Secord,
secondo cui gli appartenenti al genere meno numeroso, sono meno
dipendenti dal partner in quanto dispongono di un maggior numero di
alternative. Posseggono quindi meno "potere diadico" degli
appartenenti al sesso in eccesso. Le conseguenze però variano
drasticamente da un sesso all'altro.
Nella
società in cui gli uomini sono in maggioranza rispetto alle donne,
queste ultime sono ritenute preziose, vengono trattate con deferenza
e rispetto, e sfruttano il loro alto potere diadico per creare coi
partner, legami improntati all'affetto e all'impegno. Nelle società
a prevalenza femminile, invece, gli uomini diventano promiscui e meno
disposti a impegnarsi in una relazione. Se gli uomini cominciano a
sfruttare la varietà di potenziali partner disponibili, i ruoli
femminili tradizionali perdono di valore, e dal momento che queste
donne non possono contare sul fatto che i partners rimangano al loro
fianco, un numero sempre maggiore ripiega su ambizioni extra
familiari come l'istruzione e la carriera.
Nel
1988, i sociologi Scott J. South e Katherine Trent, si riproposero di
testare la teoria Guttentag-Secord
analizzando dati provenienti da 117 paesi. Molti aspetti della teoria
furono confermati in tutti i paesi presi in esame ; a un maggior
numero di uomini corrispondevano più donne sposate, meno divorzi, e
meno forza lavoro femminile. Inoltre le dinamiche illustrate dalla
Guttentag-Secord,
apparivano più marcate nei paesi sviluppati : in altre parole gli
uomini capitalisti sono dei porci. Scherzo! Anche se, avendo
investigato i comportamenti dei maschi cubani americani di ceto alto,
ho scoperto che si, in molti casi, se un uomo ha successo è meno
interessato a impegnarsi. Come il direttore di una rivista che al
nostro primo appuntamento ha dichiarato di voler "rimanere sulla
piazza", almeno fino ai 40 anni. O l'accademico che alla quinta
cena, ha annunciato di non volere una relazione emotiva fissa, ma che
era molto interessato ad averne una fisica. E questi sono quelli
sinceri.

Se
conoscere persone e trovare potenziali partner costituisce un
mercato, oggi dobbiamo vedercela con un "gap
delle aspettative",
per cui donne interessate al matrimonio si trovano sempre più spesso
ad avere a che fare con cialtroni e Don Giovanni. A riprova di ciò,
qui negli Usa, abbiamo un esempio nei campus universitari dove i
primi 90 hanno visto la nascita della "cultura
del rimorchio".
Gli studenti, in preda alla vertigine della libertà, si sono gettati
a capofitto in un turbinio di storie di una notte. Questo, a seconda
dei punti di vista, ha fatto sì che le ragazze smettessero di
vergognarsi dei loro bisogni sessuali, o le ha costrette a una
promiscuità di cui non sentivano il bisogno. I ragazzi, a quanto
pare, non aspettavano altro.
Secondo
Robert H. Frank, economista della Cornell University, che ha trattato
il tema della domanda e dell'offerta nel mercato matrimoniale, la
cosa non dovrebbe stupire. Quando il numero di donne disponibili e
significativamente superiore a quello degli uomini, come in molti
campus, "i
comportamenti del corteggiamento mutano nella direzione voluta dagli
uomini".
Se ci sono molte più donne che uomini, le norme sociali contrarie al
sesso occasionale si affievoliscono. Certo Frank specifica che
"esisteranno
sempre alcuni uomini e donne particolarmente richiesti come partner.
Pensiamo a Penelope Cruz e George Clooney".
Ma le probabilità "che
anche una donna molto desiderata
si
dedichi al sesso occasionale, pur avendo
sufficiente
potere di mercato da permetterle di sfidare la norma imperante"
aumentano. Se il fenomeno interessa perfino Penelope Cruz, noi cosa
dovremmo fare?
Questa
tendenza sta prendendo sempre più piede, almeno nei campus
universitari americani, dove il rapporto tra donne e uomini è di 57
a 43. Su questo fenomeno, nel 2010, il New York Times ha pubblicato
un articolo molto discusso. "Se
un maschio non ottiene ciò che vuole, può rapidamente rivolgersi
alla femmina successiva.
Siamo
così tante
", dichiarava la studentessa di un college.
A
questo punto, sarebbe forse il caso di affrontare la questione di
cosa significhi davvero essere una single, visto che oggi un numero
sempre maggiore di donne e uomini, da un capo all'altro dello spettro
economico, trascorre da single più anni della vita adulta che in
qualsiasi altro periodo storico.
Le
cifre sono impressionanti. Il Census Bureau nel 2010 ha riportato che
il numero di famiglie sposate ha toccato il minimo storico: 48%.
Quando mi sono trasferita a New York - a proposito di stereotipi tipo
Sex
& The City
- non cercavo un fidanzato. Cercavo la mia strada e la mia
indipendenza. Una volta, mentre mio padre tentava di consolarmi
perché in amore ero stata così sfortunata, sono andata su tutte le
furie. Avevo conosciuto così tanti uomini interessanti, vissuto così
tante esperienze. Non era una fortuna anche quella? Tutto questo per
dire che una donna single, raramente viene vista per ciò che è
davvero. Bella De-Paulo, psicologa sociale della University of
California, è la studiosa che in America ha più riflettuto e
scritto sull'esperienza dell'essere single. Nelle 2005 coniò il
neologismo singlism,
"singlismo",
ovvero "La stigmatizzazione
dei single".
Nel
suo libro “Singled
Out”,
sostiene che le complessità della vita moderna, unite alla fragilità
dell'istituzione matrimoniale, abbiano dato vita a un'esaltazione del
legame di coppia senza precedenti. La "matrimoniomania"
predica che l'unica via alla felicità consiste nel trovare un
partner, in grado di soddisfare ogni nostro bisogno emotivo e
sociale. Chi non ci riesce va compatito. Pranzando al ristorante,
De-Paulo mi ha spiegato che l'ossessione culturale per la coppia, ci
impedisce di vedere la rete di rapporti che ci sostiene
quotidianamente nel suo complesso.
Noi
siamo molto più della persona con la quale siamo, (o non siamo),
sposati: siamo anche amici, nonni, colleghi, cugini……… Ignorare
la profondità e la complessità di queste reti, significa limitare
la pienezza della nostra esperienza emotiva. C'è addirittura chi
crede che il legame di coppia, anziché rafforzare la comunità, la
indebolisca : la coppia sposata, assorbita dalla sua minuscola
nazione a due, finirebbe per non curarsi più di altro. Nel 2006, le
sociologhe Naomi Gerstel e Natalia Sarkisian, sono giunte alla
conclusione che, a differenza dei single, gli sposati dedicano meno
tempo a mantenere i contatti e ad aiutare i loro amici e parenti. Le
studiose li definiscono "matrimoni
ingordi".
Capisco come mai le coppie formino "nazioni
isolate",
ma perché continuiamo a valorizzarle ?

Ora
che le donne sono economicamente indipendenti, e che il matrimonio si
è trasformato da necessità in opzione, siamo libere di perseguire
quella che il sociologo Anthony Giddens ha chiamato "relazione
pura",
in cui l'intimità viene ricercata in quanto tale, e non solo a scopo
riproduttivo. Certo è che, in un mondo dove le donne possono
costruirsi da sole la loro posizione sociale, l'idea che mediante il
matrimonio, un individuo possa migliorare o peggiorare la sua
condizione si dissolve, al punto che l'importanza dei criteri
convenzionali come l'età e la statura, sostiene Step Coontz, negli
Stati Uniti ha toccato il suo minimo storico.
Ovunque
mi giri, vedo coppie che ribaltano le regole. La mia amica M.,
regista di successo, si è innamorata del dogsitter, un uomo di 12
anni più giovane ; sono stati insieme tre anni, e oggi sono amici. A
una festa, lo scorso settembre, un uomo più giovane di 11 anni mi ha
invitato a cena. Non l'ho preso sul serio eppure mi sono ritrovata su
un'auto diretta a casa dei suoi per Natale.
Il
mio livello di appagamento tuttavia è decisamente aumentato, da
quando ho cominciato ad approfondire le amicizie con donne single
come me. Si tratta di quella che mio fratello definisce la nostra
"catena
umana"
: l'abitudine delle mie amiche di aiutarsi reciprocamente.
Sono
state loro a ospitarmi mentre mi documentavano su questo articolo.
Deb mi ha prestato il suo bell'appartamento a Chelsea, mentre era
fuori città. Catherine mi ha sistemato nella sua casa estiva di
Cape Cod. E quando Courtney ha avuto bisogno di qualcuno che le
stesse accanto durante un'operazione, per quattro giorni ho scritto
fra un cambio di bende e l'altro. Allora, ispirata da visioni del
Barbizon Hotel, il residence newyorkese "per sole donne",
ho convinto la mia amica Willamain a trasferirsi nel mio palazzo a
Brooklyn. Ci conosciamo da quando avevamo cinque anni e ho pensato
che sarebbe stato di conforto per entrambe. Funziona.
Quando
occorre ci ritiriamo a vicenda la posta, ci prestiamo le stoviglie,
ci assistiamo quando siamo malate, intavolando discussioni nei
momenti più inaspettati. Insomma : tutti i vantaggi di uno
studentato, ma senza i bagni sporchi.
Ciascuna
con il suo spazio. Uno spazio dove due donne single possono vivere e
crescere rimanendo se stesse.
Kate
Bolick