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venerdì 29 dicembre 2017

BUON ANNO A TUTTI!!!

Care amiche e cari amici siamo già arrivati alla fine di questo 2017 e il 2018 incalza. Un anno praticamente volato via.
Ammetto di essere stato parecchio assente soprattutto qui sul blog; molti meno post pubblicati e molte meno condivisioni, anche se ciò, fortunatamente, non si è tradotto in meno contatti, anzi.
Questo è il motivo del perché non vi ho scritto i consueti auguri di Natale; sono tornato il 23 dicembre sera dalla Slovacchia e di tutto avevo voglia fuorchè di scrivere.
I motivi sono due e sono molto semplici; il primo è che sono completamente immerso nel lavoro e le poche ore che mi concedo di break, certamente non mi invogliano a scrivere.
Il secondo è che la nostra cara Barbara, impareggiabile collaboratrice del blog e anche di est consulting, si è felicemente laureata e per cui anche lei, pressata dagli impegni di studio, ha dovuto drasticamente ridurre il tempo a nostra disposizione.
Ma sono comunque felicissimo per lei, perché si appresta a diventare il miglior avvocato del foro di Rovigo.
Per quel che mi riguarda non posso che essere più che contento e soddisfatto dell'anno appena trascorso. Un anno difficile certamente, ma sicuramente positivo. Ormai ci siamo abituati alle difficoltà, soprattutto chi è costretto ad operare in Italia. Io all'estero mi salvo, ma lo stress non perdona, è diventato una costante. Probabilmente noi abbiamo assimilato quella giusta quantità di stress che ci aiuta a rimanere giovani. Finito lo stress, invecchieremo all'improvviso. Boh!? Chissà!
Spero che anche per voi sia stato un anno fruttuoso e denso di soddisfazioni, con pochi dispiaceri e malincuori.
Vi annuncio che il 2018 sarà pregno di novità soprattutto professionali e una ve la voglio già annunciare: est consulting, in virtù della sua denominazione, si appresta ad andare sempre più a est. Ma per il momento mi fermo qui.
Da parte mia vogliate accettare il mio più sentito augurio di un FORMIDABILE e STREPITOSO anno nuovo 2018, a Voi e a tutte le persone che amate.
Un augurio particolare a Diego, superlativo tecnological supporter del blog e del sito est consulting.
BUON ANNO A TUTTI!!!


venerdì 18 agosto 2017

Ritorna obbligatorio il servizio militare.

Per prima ci aveva pensato la ministra della Difesa Roberta Pinotti, che però si è limitata all’ipotesi di reintrodurre il Servizio Civile obbligatorio.
L’idea di ricostituire la naja, invece, l’accarezzava Matteo Salvini, il segretario della Lega Nord, da circa un anno. E, da fine maggio, il desiderio del leader leghista è diventato un disegno di legge depositato a Palazzo Madama dal litigioso senatore leghista Sergio Divina (sì, è proprio quello della rissa in Aula sullo jus soli di metà giugno) e assegnato alle Commissioni riunite affari costituzionali e difesa.
Le motivazioni del ddl, intitolato Ripristino del servizio militare ecivile obbligatorio in tempo di pace e delega al Governo per la sua attuazione, riprendono alla lettera gli slogan scanditi a più riprese da Salvini sui vari palchi del Carroccio: «Ricostruire una cultura della solidarietà e rispondere altresì ad alcuni bisogni primari del territorio, soprattutto in situazioni in cui dovessero manifestarsi necessità particolari, dando modo a tutti di rendersi utili alla società nell’ambito per il quale ognuno si sente più portato: la protezione civile o la difesa militare».
Prima domanda: questa riforma, che verrà discussa alla ripresa settembrina dei lavori, è fattibile a livello costituzionale e giuridico? E, se sì, in che misura?
La risposta è stata anticipata alcuni mesi fa dalla ministra Pinotti mentre promuoveva la sua iniziativa: sì, è fattibile, perché la sospensione del servizio militare obbligatorio, la vecchia naja per capirci, non ha eliminato l’obbligo di leva, tant’è che l’articolo 52 della Costituzione (che recita: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge») non è stato mai toccato e i Comuni ogni anno redigono una lista dei 17enni residenti.
Il nuovo servizio militare obbligatorio delineato dal ddl Divina avrà una durata ridotta: otto mesi anziché un anno, quasi come in Svizzera (dove la durata è di sei mesi) e coinvolgerà anche le donne (come in Israele, dove il concetto di difesa della Patria è più stringente).
Il bacino di reclutamento e l’addestramento saranno su base regionale, e riguarderanno tutti i cittadini tra i 18 e i 28 anni di età, «compatibilmente con gli obblighi scolastici e universitari». La scelta tra servizio militare o civile sarà libera. Il periodo di leva sarà retribuito con
circa 700 euro al mese e sarà computato ai fini pensionistici.
Una sorta di lavoro svolto a non troppa distanza da casa.
Altra novità: l’obbligo della naja sarà esteso agli stranieri residenti in Italia da almeno cinque anni, che verranno reclutati nella misura del tre per cento del totale.
Al netto dei proclami generici, quali possono essere le motivazioni reali di quest’iniziativa?
Secondo il testo del ddl si intende fornire alle Forze Armate «un bacino più ampio di riserve mobilitabili, qualora la situazione internazionale non accenni a migliorare e risulti invece indispensabile affiancare ai professionisti attuali, di cui peraltro dovrebbe essere ridotto in maniera consistente il numero, una più vasta platea di persone che abbiano svolto un servizio militare addestrativo di base». Non è difficile leggere in controluce innanzitutto l’esigenza di risparmiare sul costo dei professionisti e l’esigenza di ricondurre l’Esercito a dinamiche più democratiche, cioè il timore che un esercito di soli professionisti possa diventare uno strumento politico.
Per quel che riguarda il servizio civile, che sarà svolto all’interno della Protezione Civile, le motivazioni reali sono addirittura più intuibili: rendere meno problematici i meccanismi del volontariato, magari sganciandoli da rapporti troppo stringenti con la politica, e ridimensionare il ruolo dell’associazionismo all’interno del settore.
Ovviamente è presto per dire altro, visto che la discussione del ddl entrerà nel vivo in autunno e si preannuncia non facile, se si considerano i tanti interessi consolidati da circa 12 anni che sarebbero toccati dalla naja 2.0 ideata da Salvini e disegnata da Divina.

Saverio Paletta

sabato 5 agosto 2017

Sfatiamo gli stereotipi su Italia e italiani.

Quando viene chiesto agli stranieri cosa pensano degli italiani, nella maggior parte dei casi molte delle risposte sono identiche, anche se a rispondere sono persone provenienti da diversi paesi. In particolare, due sono gli stereotipi più frequenti: gli italiani mangiano sempre pasta e pizza e sono mafiosi.
Probabilmente la credenza che gli abitanti della penisola mangino sempre solo pasta e pizza, dipende dal fatto che all'estero nell'insegna di molti dei ristoranti italiani o subito più giù, si trova scritto "pasta e pizza".
Ma sono davvero i piatti principali della famosa dieta mediterranea? Secondo una statistica pubblicata da UN.A.F.P.A. (Associations of Pasta Manufacturers of the European Union), gli italiani nel 2015 hanno consumato in media 23,5 kg di pasta, posizionandosi come i maggiori consumatori a livello mondiale.
Sono seguiti da Tunisia e Venezuela, mentre solo al quarto posto è possibile trovare un altro paese europeo, la Grecia, che ne ha consumati 11,2 kg. Non sorprende, a questo punto, che gli italiani siano anche i maggiori produttori di pasta al mondo, riuscendo a produrne 3.246.488 tonnellate l'anno. Coldiretti invece, ha stilato una classifica con i maggiori mangiatori di pizza al mondo e, sorprendentemente, in questo caso gli italiani non si trovano al primo posto. I primi in classifica sono gli americani, i quali mangiano quasi 13 kg di pizza a testa ogni anno; gli italiani invece ne mangiano soltanto la metà, 7,6 kg.
Tuttavia, sebbene non si tratti di un business tanto grande quanto quello americano, riveste pur sempre un ruolo molto rilevante in Europa, producendo un fatturato di 10 miliardi di euro solo in Italia. Per proteggere tale settore dunque, il presidente della Coldiretti ha candidato l'arte dei pizzaioli di Napoli come patrimonio dell'Unesco.
La seconda immagine che si presenta nella mente degli altri, quando pensano agli italiani, è quella della mafia. E' probabile che coloro che non sono mai stati in Italia, o che non conoscono degli italiani, si siano lasciati condizionare dalla miriade di proiezioni cinematografiche basate su tale tema. Tuttavia il termine mafia viene oggi utilizzato con molte accezioni: se gli stranieri fanno effettivamente riferimento a quella forma di criminologia, chiamata anche Cosa Nostra e tanto popolare per via del film Il Padrino, allora bisogna smontare questo falso mito, perché l'italiano medio non è mafioso.
Se invece si fa riferimento alle attività illegali effettuate dei cittadini italiani, allora la risposta potrebbe un po' cambiare. Il fatturato europeo relativo alle attività connesse alla mafia, si aggira attorno ai 110 miliardi di euro l'anno, l'1% del PIL, di cui 15,9 miliardi sono legati all'Italia (ocportfolio.eu).
Naturalmente oltre a questi, di stereotipi sugli italiani se ne annoverano anche molti altri. Un altro famoso cliché ci vede grandi intenditori e bevitori di caffè. Effettivamente secondo una ricerca pubblicata da Altroconsumo nel 2015, il 96,5% degli intervistati ha affermato di consumare caffè o bevande che lo contengano. Tuttavia, il consumo pari a 5,65 kg di caffè l'anno, basta solo a posizionarci al nono posto a livello mondiale, venendo ampiamente sorpassati dai paesi nordeuropei.
Per gli italiani infatti non è la quantità che conta, bensì la qualità. Così, le torrefazioni italiane, utilizzano pregiati chicchi di caffè per rispettare gli standard qualitativi e non deludere i loro consumatori: nel 2015 il fatturato del settore è stato di 3,3 miliardi di euro e le esportazioni pari all'11% del valore totale (comitcaf.it).
L'italiano è anche considerato poco rispettoso delle regole, specialmente quando si tratta di codice stradale. E purtroppo i dati lo confermano: anche se nel tempo è stato registrato un miglioramento, gli italiani rimangono il popolo che riceve più multe in Europa, principalmente per eccesso di velocità. Per esempio, solo nel primo semestre del 2016, il governo italiano ha incassato 476 milioni di euro provenienti da multe per mancato rispetto delle regole, da parte di automobilisti.
Infine abbiamo anche le etichette di latin lover, di ritardatari, di persone che parlano a voce troppo alta o che gesticolano molto, di essere alla moda e di amare la nostra famiglia. La verità è che di stereotipi sugli italiani ce ne sono a migliaia e con molta probabilità saranno quasi tutti veri. In fin dei conti, un motivo per il quale gli stereotipi esistono ci dovrà pur essere.
Ma attenzione, mai fare di tutta l'erba un fascio e non preoccupiamocene troppo: siamo anche il popolo più invidiato al mondo. In una classifica pubblicata da US News, gli italiani si classificano come il popolo migliore al mondo per la bontà del cibo, il grande gusto nella moda e l'invidiato stile di vita.

mercoledì 24 maggio 2017

Addio Roger Moore lo 007 autenticamente british.

Per gli over 40 Roger Moore è un’immagine dell’infanzia. È il compassato Simon Templar o lo stiloso Lord Brett Sinclair di Attenti a quei due (e alzi la mano chi non si è commosso almeno una volta riascoltando la bellissima sigla di John Barry che, tra l’altro, fu l’autore del James Bond Theme). Per tutti, l’attore londinese resta 007.
Ed è stato lo 007 più british. Più dello scozzese Sean Connery, più dell’australiano (ma di solide radici inglesi) George Lazenby, più del gallese Timothy Dalton, costretto ad americanizzare il personaggio.
Gli altri, chiediamo scusa ai fan, non sono paragonabili: non lo è l’irlandese Pierce Brosnan, che tentò di modernizzare il personaggio di Connery, ed è meglio stendere un velo non troppo pietoso su Daniel Craig, che solo lo scadimento del gusto femminile ha potuto rendere credibile.
Non è questione di cinefilia, ma di bondologia, che è una disciplina che richiede una dedizione ai limiti del fanatismo e tocca tre settori: di sicuro il cinema, ma anche la letteratura e il costume.
Come già aveva intuito il più autorevole e affettuoso bondologo, cioè Umberto Eco, James Bond è riuscito a rendere appassionante l’inverosimile. E, soprattutto, a rendere gradevole il politicamente scorretto che trasuda da tutta la saga di 007.
Ed ecco che torme di comunisti hanno affollato le sale cinematografiche, femministe convinte hanno trepidato davanti alle peripezie (anche e soprattutto amorose) dell’icona più maschilista della storia del cinema, seriosi critici si sono convertiti al mito e hanno contribuito alla sua iconografia.
Roger Moore è riuscito a fare di più: ha reso simpatico il personaggio che nell’interpretazione di Connery era solo affascinante. E lo ha modernizzato.
Ormai lo sappiamo: Moore, per non fare la fine di Lazenby, chiese e ottenne di ritoccare qui e lì 007, che nelle sue mani divenne autoironico, brillante e facciatosta. Insomma, un Bond con la cazzimma.
Connery seduce perché, al netto dell’estetica ci sa fare e rende alla grande l’idea del superuomo di massa: suda poco, anche dopo un inseguimento rocambolesco, sanguina il minimo indispensabile, anche dopo una sparatoria (ricordate il rivoletto di sangue in una scena chiave di Thunderball? Ecco, è il massimo che si possa pretendere) e i lividi spariscono al ciak successivo.
Moore, invece, seduce perché è un fusto: paragonati a quelli dello scozzese, i metodi del suo Bond sono da playboy di paese. E lo stile lascia qui e lì a desiderare: uccide con un missile una killer che cerca di eliminarlo da un aereo, parla con la bocca piena, spara battutacce e si cava fuori dai guai in maniera paradossale.
Ma forse gli anni ’70 richiedevano proprio questo 007: l’era Breznev aveva sclerotizzato il gigante sovietico e le dinamiche della guerra
fredda non emozionavano più. Ed ecco che il Bond di Moore va nello spazio, sfida stregoni vudù, improbabili superuomini nazisti e fascinosi killer con tre capezzoli. Però il pubblico apprezzava e poco importa se, nel caricaturare 007, Moore caricaturò sé stesso, mandando in soffitta le galanterie di Simon Templar e il garbo antico di Lord Sinclair. Anche la critica dovette arrendersi quando Octopussy, il penultimo film con Moore, batté al botteghino Mai dire mai, interpretato dal redivivo Connery.
Morire a novanta anni non fa notizia. Ma quando se ne va uno come sir Moore c’è di che commuoversi e preoccuparsi perché sparisce un pezzo dell’immaginario collettivo.
Addio Simon, addio Lord Sinclair. E, visto che ci siamo, addio a Bond.
Tutti i bondofili veri si dividono in due categorie: conneryani e mooriani, che hanno declinato il mito in due modi diversi, i primi definendone la cattolicità, i secondi tracciandone una originale riforma, protestante ma non troppo.
La scomparsa del grande attore inglese, che ha resistito alla grande anche a un tumore per conformarsi il più possibile al mito, che per definizione è immortale, apre una voragine. Già: se Atene piange Sparta non può ridere. D’altronde Judi Dench, la M in gonnella del ciclo interpretato da Brosnan, era stata chiarissima: «Lei, mister Bond, è un rottame della guerra fredda». E a vedere il Bond di Craig comportarsi in modo da far sembrare lord un marine, è difficile darle torto.

Saverio Paletta

venerdì 19 maggio 2017

20 maggio giornata mondiale del Whisky.

Il 20 maggio si festeggia la giornata mondiale del whisky. L'intento è quello di celebrare la degustazione della cosiddetta aqua vitae, la quale continua a conquistare i palati di tutto il mondo.

Il whisky, così chiamato da scozzesi e canadesi, o whiskey, nome attribuito invece da irlandesi e americani, ha origini incerte.
Sembrerebbe infatti che questo distillato sia stato prodotto per la prima volta da San Patrizio, patrono dell'Irlanda, ma le prime prove del consumo dello stesso risalgono a uno scritto del frate John Cor del 1494 ritrovato in Scozia. Il dubbio dunque su chi sia il vero padre del whisky rimane, ma è certo che, dal 13º secolo in poi, abbia assunto sempre più importanza sino a sentir necessario istituire, non solo una giornata mondiale in cui apprezzarlo tra la convivialità degli amici, ma anche dei club di assaggio e conversazione a livello internazionale come, "The Scotch MaltWhisky Society" o il "50of5 Whisky Club". In tali associazioni è possibile dilettarsi in degustazioni per percepirne e giudicarne le diverse sfumature di sapore, magari con l'aggiunta di qualche goccia d'acqua, la quale, come diceva Winston Churchill, aiuta a sprigionarne gli aromi.
I whisky più commerciati in Occidente sono il Bourbon, l'American Whiskey, il Canadian Whisky, l'Irish Whisky e lo Scotch Whisky, prodotti rispettivamente in Kentucky, Stati Uniti, Canada, Irlanda e Scozia. Senza grande stupore, data la vastità del territorio, gli Stati Uniti risultano il paese che registra i maggiori ricavi, i quali nel 2016 ammontavano a 10.179 milioni di dollari.
Tuttavia un fatto sorprendente è che nessuno dei paesi sopra menzionati, si posiziona ai primi posti in classifica se ci si riferisce al consumo pro capite.
Nonostante i francesi siano conosciuti per la produzione di vini di fama mondiale, in realtà a loro piace bere anche la famosa aqua vitae, ritenendola forse essenziale proprio come l'acqua, dato che lo scorso anno ne hanno consumato 2,1 litri a testa. Tale quantità, costante da anni, sembrerebbe diminuire solo irrisoriamente guardando le previsioni per il 2020. In particolare, nell'esagono è molto gettonato lo Scotch Whisky, le cui vendite mensili superano addirittura quelle annuali di cognac, ( www.scotch-whisky.org.uk ).
Un dato altrettanto sorprendente è il quantitativo bevuto dagli spagnoli, pari a 1,9 litri pro capite. Secondo i dati del 2015, alcuni abitanti, che
seppur costituiscono una piccola parte della popolazione, (102mila spagnoli), amano così tanto il whisky da averne bevuto almeno 10 bicchieri la settimana. Si tratta dunque di dati eccessivamente alti, se messi a confronto con la quantità di whisky bevuta da altri protagonisti europei, ben conosciuti per la produzione e vendita di birra, la quale in fin dei conti è mosto di malto non sottoposto alla doppia o tripla distillazione necessaria invece per ottenere il whisky. È il caso del Belgio, della Cechia e della Germania, in cui il consumo pro capite si aggira tra i 0,6 e 0,8 litri.
Altro dato interessante è che anche nel Regno Unito il consumo risulta limitato, nonostante si tratti di uno dei paesi che producono più whisky al mondo: solo in Scozia si contano più di 100 distillerie, che producono il 90% circa del Single Malt Whisky commerciato globalmente.
A gennaio 2017 i dati si aggiravano intorno a un consumo medio di 0,9 litri a testa, mentre circa il 93% della produzione veniva destinata alle esportazioni, soprattutto verso la Francia e gli Stati Uniti. Queste hanno da sempre costituito un'enorme fonte di guadagno, tanto che nel 2009 si è addirittura raggiunto il record di 1,1 bilioni di bottiglie esportate.
L'Italia, invece, con un po' di sorpresa, è una delle nazioni che consuma meno whisky in tutto l'Occidente. Pertanto gli abitanti del bel paese non potranno godere dei suoi benefici. Secondo uno studio, infatti, tale alcolico, se consumato abitualmente in dosi molto moderate, contribuirebbe ad aumentare la quantità di colesterolo buono, a ridurre del 50% il rischio di ictus e a distruggere le cellule cancerogene grazie alla presenza di acido ellagico.
Anche se il whisky non incontra i gusti degli italiani, essi potrebbero comunque comprare una bottiglia al solo scopo di lucro. Secondo un articolo pubblicato dalla Cnn, infatti, negli ultimi anni sta addirittura nascendo una vera e propria professione, consistente nell'acquisto di bottiglie rare pregiate per poi rivenderle a prezzi che aumentano in modo esorbitante in brevissimo tempo: l'Investment Grade Scotch Index, che registra i prezzi di vendita all'asta di bottiglie di whisky, ha evidenziato come il valore dei 1000 migliori Single Malt Scotch Whisky, ha avuto una performance di circa 430 punti percentuali dal 2010 a oggi.
Allora, se non bevete whisky perché non ripensarci? Ci si può solo guadagnare in salute o nel conto in banca.
Ma attenzione a non esagerare.


sabato 29 aprile 2017

Allucinante: Igor non lo vogliono prendere.

Sabato 8 aprile nelle zone del Mezzano, ferrarese, nell'oscurità della notte compare alla vista di tre pattuglie dei carabinieri un vecchio fiorino; uno di quelli degli anni 80, derivati dalla 127. A bordo c'è Igor, il serbo dai tanti alias su cui pende un mandato di cattura internazionale. E' ferito e non certo per merito delle nostre forze dell'ordine ma probabilmente per la precedente colluttazione in cui ha
ucciso il barista di Budrio Davide Fabbri, maneggiando un fucile. Si accorge del posto di blocco e decide di forzarlo accelerando. Nessuno dei componenti del posto di bocco oppone resistenza, anzi si scansano. Mettiamoci nei panni di quegli agenti e ricostruiamo la scena. Si tratta di posti molto isolati, scarsamente illuminati; a quell'ora le campagne sono vuote, non c'è pericolo di colpire nessuno. La sproporzione di sei uomini di pattuglia contro uno, ferito, è evidente. Eppure il serbo ha la forza di scendere dall'auto e scappare. Nessuno spara; neppure alle gambe. Igor fa perdere le sue tracce immediatamente. Nessuno lo insegue.
Più tardi il procuratore capo Bruno Chierchi chiarirà la dinamica e il perché di quel gesto. Dice subito che nessun carabiniere ha sparato: "innanzitutto posso escludere che vi siano stati conflitti a fuoco durante la fuga, nessuno ha sparato". "Nessuno ha sparato", continua, "perché non c'erano le condizioni di sicurezza per poterlo fare". In mezzo alla pianura, tra le paludi, con nessuna anima in giro non c'erano le condizioni per sparare? Eppure è proprio così: nessuno gli ha sparato a gambe, piedi, in aria. Niente.
Perché Igor è pericoloso, è armato, dicono. Inutile rischiare di allungare la scia di sangue. Lo ammette lo stesso Chierchi soffermandosi sul fatto che "se i carabinieri non hanno sparato sabato sera è perché si aveva, e si ha, consapevolezza che Igor sa usare le armi in modo micidiale".
"Quello che è successo nel Mezzano con la morte di una guardia ecologica e il ferimento dell'altra lo conferma: Igor è uscito dall'auto sparando, senza dare la minima possibilità di azione ai due agenti che non gli avevano nemmeno chiesto i documenti" conclude.
Così, da allora, da quel momento, è partita la caccia all'uomo più imprendibile d'Italia. Sono stati mobilitati 1000 uomini, reparti speciali dei Cacciatori di Calabria, Tuscania, Gis, Uopi antiterrorismo della Polizia, parà. Gente tosta questa, che ha combattuto in condizioni
disumane, nei luoghi più pericolosi al mondo, addestrata ad ogni evenienza. Insomma super uomini contro un altro super uomo (così almeno ci fanno credere). Eppure quella sera sarebbe bastata una o più sventagliate di mitraglietta. Ma non si poteva. Era troppo pericoloso, forse le pallottole avrebbero rimbalzato indietro, avrebbero avuto pure loro paura di Igor. Dopo qualche giorno si pensa all'uso massiccio di cani molecolari. Teniamo presente che fino a ieri sera in quelle zone c'era una siccità spaventosa, per cui le tracce di un ferito sanguinante sarebbero state intercettate subito. Ma nulla. I cani si fermano sempre in riva ai fiumi, non riescono mai a proseguire sull'altra riva, perdono sempre le tracce. Dicono che succede perché Igor si tuffa e riesce a stare ore e ore sott'acqua con una cannuccia di bambù che gli permette di respirare, alla Rambo. E' pericoloso per cui è meglio non avvicinarsi. Uomini con giubbetti antiproiettile, elmetti in kevlar, visori notturni. Non bastano. Troppo pericoloso. Allora ci si affida ai droni. Quattro per la precisione. Sono quelli professionali, militari, con dispositivi sofisticatissimi, agli infrarossi, riescono a percepire il calore umano.
Purtroppo, nelle campagne piatte, dove di rado si trova un albero alto uno di loro si schianta proprio contro un albero. Forse era l'unico alto della zona. Meglio non rischiare ancora. Vengono lasciati a terra. Sembra che Igor sia molto esperto nel fabbricarsi armi letali come archi e frecce. Li potrebbe abbattere. Ha tempo però per aggiornare il proprio profilo FB. Di questi tempi è importante, fondamentale. Igor sembra che in realtà si chiami Norbert Feher, 41 anni, nato a Sobonica seconda città del paese serbo. Nel profilo compaiono molti possibili parenti, stesso cognome e soprattutto tanti post condivisi sulla vita delle persone normali. Le feste, i compleanni, l'amore e tanto altro. Informazioni preziose, determinanti per la cattura. Purtroppo ricerche approfondite sulle utenze di cellulare usate per entrare e postare nel profilo, non hanno portato a risultati. Forse è un hacker perfetto, in grado di far perdere qualsiasi traccia. Lo vedete, vero, in mezzo agli acquitrini del basso ferrarese, con un tablet che smanetta? E' pericoloso, meglio non avvicinarsi. Dicono che si nasconda nelle tane delle volpi. Anche loro hanno paura e se la sono data a gambe. Torna in mente quando anni fa due semplici carabinieri delle piccole stazioni dell'Argentano lo stanarono proprio di notte in un nascondiglio e lui disse loro "siete stati fortunati". Oggi non potrebbe più accadere. Oggi non è più l'Igor Vaclavic di allora, è un Norbert Feher, killer spietato, per cui sono stati mobilitati i reparti speciali dei carabinieri del Tuscania.

Si diffonde una voce. E' stata rubata una zattera. Manca una zattera all'appello di un pescatore. Forse, sfruttando la notte è riuscito a
prendere il largo, verso il mare. Non è consigliabile chiamare i guardiacoste, forse nemmeno le navi da guerra. E' troppo pericoloso. Si lascia perdere. Iniziano a spuntare dei dubbi. E se ci fosse un mitomane che agisce in contemporanea? Alcune ragazze sembra lo abbiano visto su un treno locale, davanti a loro. Ne sono certe.

Contadini novantenni raccontano che ha capacità di volare usando una particolare mimetica che gli permette di spiccare balzi antigravitazionali. La teoria della relatività viene per la prima volta messa in serio dubbio.
Cherchez la femme. Ecco la nuova pista. Del resto Igor è stato gigolò a Valencia. Potrebbe aggirarsi in giacca e cravatta tra i casolari e trovare appoggio tra le bellezze del posto usando il suo fascino.
La storia per ora si conclude con il solito politico incapace in visita. Si tratta del ministro dell'ambiente. Del resto l'ambiente sembra proprio che copra la fuga del serbo. "Resteremo finchè non lo prenderemo" assicura. Ma non per sempre, dice. Perché i costi iniziano a lievitare.
Sapete cosa vi dico? Che Igor non lo vogliono prendere e non lo vogliono prendere perché nessuno vuole assumersi la responsabilità di questo gesto. Hanno tutti paura di rimanere invischiati in un gioco più grande di loro, anche perché una volta libero, e qualche giudice comunista in una terra comunista lo metterebbe quanto prima in libertà (Igor doveva scontare due anni di galera ma l'hanno fatto uscire prima) la farebbe pagare a colui che gli metterà le manette ai polsi. Come dice un giudice di Bologna i delinquenti slavi godono di una particolare impunità in Italia, al contrario di casa loro.
E questo mi sa tanto essere uno di quei casi.

Ludovico Polastri

Leggi QUI l'articolo originale

venerdì 14 aprile 2017

Paese che vai, social network che trovi.

Lo sapevate che il secondo social network per numero di utenti in Italia e negli Stati Uniti è Instagram, mentre in Francia, Regno Unito e Spagna è Twitter?


Che i social network abbiano rivoluzionato, nell'arco dell'ultimo decennio, non solo il modo in cui intratteniamo le nostre relazioni interpersonali, ma anche le modalità con cui ci informiamo su ciò che accade intorno a noi, (dall'attualità allo sport), ci formiamo opinioni e persino in taluni casi cerchiamo di costruirci una carriera, è una realtà ormai pienamente assodata. Sebbene questa rivoluzione sia avvenuta a livello mondiale, vi sono però delle differenze tra paese e paese.
Il social network con il maggior numero di utenti al mondo è il social per antonomasia, Facebook. Questa supremazia si afferma in 129 dei 137 paesi facenti parte dell'analisi condotta da Alexa Internet, società di analisi di traffico e dati internet sussidiaria della ben più nota Amazon.
Lo scenario si fa ben più variegato, quando si guarda invece al secondo gradino del podio. In un panorama così saldamente dominato da una compagnia sola, guardare al diretto competitor nei diversi paesi, può offrire spunti interessanti anche da un punto di vista culturale: infatti ogni social si distingue per delle caratteristiche specifiche, che si possono sposare più o meno bene con le diverse culture.
Dal medesimo studio, emerge che nella quasi totalità del continente americano, Instagram difende saldamente la medaglia d'argento. Questa piattaforma è fortemente concentrata sui contenuti fotografici. Fa eccezione, (nel novero dei paesi per i quali sono disponibili dati), solo la Guyana Francese, dove nella stessa posizione troviamo invece Twitter, divenuto celebre per le composizioni testuali in 140 caratteri, vincolo ormai ammorbidito a partire dal settembre scorso.
Questi due social si avvicendano sul secondo gradino del podio anche nel vecchio continente, dove Twitter risulta il secondo più popolare in Gran Bretagna, Irlanda, Francia e Spagna, mentre Portogallo, Italia, Belgio, Olanda, Norvegia e Finlandia, insieme a tutta la regione dei Balcani, preferiscono Instagram.
In Germania è invece Odnoklassniki a inseguire Facebook. Questa piattaforma social, il cui nome si traduce dal russo come "compagni di classe", benché pressoché sconosciuta in Italia, conta in realtà più di 50 milioni di utenti, ma per lo più nell'Europa dell'est.
Un'altra eccezione arriva dalla Scandinavia, in particolare dalla Norvegia, dove il secondo social network più diffuso è Reddit. Il nome di questo sito americano, estremamente popolare negli States, deriva dalla sincrasi dei verbi inglesi "to read" (leggere) e "to edit" (modificare), e proprio in queste due attività consiste l'essenza di questa piattaforma. Gli utenti possono condividere sia contenuti testuali che ipertestuali - link a pagine di altri siti web - al fine di stimolare discussioni e confronti sulle tematiche più disparate. Un format che ha reso popolare questa piattaforma è l'AMA, acronimo di "ask me anything" (chiedetemi qualsiasi cosa), attraverso il quale
numerose celebrità hanno colto l'occasione per immergersi virtualmente tra i loro ammiratori, rispondendo alle loro domande.
Volgendo lo sguardo a oriente, emerge uno scenario altrettanto eterogeneo e a volte sorprendente. Per esempio, all'ombra del Cremlino Odnoklassniki è il social più diffuso, mentre V Kontakte si aggiudica la medaglia d'argento. Attualmente noto con l'abbreviazione VK, anch'esso è nato inizialmente come rete per mantenere i contatti con gli ex compagni di classe.
La supremazia di Zuckerberg è invece minata in Giappone, dove Facebook occupa il secondo gradino del podio, superato in popolarità da Twitter, mentre in India il secondo social network per numero di utenti è Linkedin, la cui vocazione al networking professionale piuttosto che al puro intrattenimento, lo distingue nettamente dalle altre piattaforme. L'Oceania vede invece Instagram inseguire il primato di Facebook.
L'universo dei social network, osservato da vicino, risulta estremamente variopinto e in continua evoluzione, e sia che si voglia esprimere il proprio pensiero in pochi, lapidari caratteri, sia che si voglia condividere fotografie e video delle proprie avventure, o si voglia suggellare con #hastag arditi i propri slogan, si trova a ogni latitudine la piattaforma più adatta alle proprie esigenze.


venerdì 24 marzo 2017

Addio Monnezza. E' morto Tomas Milian.

Er Cubbano de Roma nun c’è ppiù. Tomas Milian se n’è andato il 22 marzo a Miami, il suo approdo statunitense, dall’isola natia prima e dall’Italia poi, che per lui è stata una matrigna tutta particolare: l’ha portato alle stelle senza dargli mai la vera gloria e dopo lo ha scordato senza troppi complimenti.
Dei morti, specie di quelli illustri, non si può dire che bene. Nel caso di Milian, amato più dal pubblico che dalla critica e apprezzato per la sua estrema professionalità più dai registi di mestiere che dagli autori, il bene è meritato.
Ma senza le ipocrisie, che invece sono traboccate sulla stampa più mainstream: Il cinema lo piange, Il cinema è in lutto, ha titolato in tutta fretta più d’uno, abituato a credere che le tecniche di titolazione contengano verità autonome.
In realtà, quelli che l’hanno pianto sono gli stessi che, a partire dagli anni ’90, avevano tentato di rivalutarlo, meglio ancora di dargli il posto che gli spettava nella storia di quel cinema italiano, anche di serie b, che sapeva parlare un linguaggio internazionale e del quale Milian fu è stato un volto di primo piano.
Da Lattuada, Zeffirelli e Visconti al trash: con questa breve formula si è tentato di sintetizzare una carriera che di sicuro avrebbe meritato più attenta analisi.
Tormentato, pensoso e coltissimo, Er Cubbano è stato tra i migliori della composita legione straniera di attori che furoreggiò a Cinecittà tra la seconda metà dei ’60 e i primi ’80. Era in buona compagnia: dei grandi (l’immenso Klaus Kinski, il bravissimo Helmut Berger, il tosto Mario Adorf e l’angelico Lou Castel), dei belli (Ray Lovelock, Chris Avram, Luc Merenda, George Hilton e Gianni Garko) e dei semplicemente bravi (Henry Silva e Frank Wolff) e si trovata a suo agio con tutti e in tutte le situazioni.
Per i più, specie per i coatti che lo consideravano un modello e un nume tutelare, Milian è stato Er Monnezza, Er Gobbo, Er Trucido e Nico Giraldi. In poche parole, un’icona del trash più viscerale e genuino. Però, al netto dei soliti sociologismi, occorre prendere atto che lui, da cubano, è riuscito a fare una cosa che non è riuscita neppure ai suoi colleghi italiani: interpretare una certa idea di romanità fino a incarnarla ed esportarla fuori da quelle borgate a cui si era ispirato.
Ma, sempre per restare al cinema popolare, Milian prima ancora è stato Curchillo, il bandito messicano ignorante, analfabeta, buono e furbo. Sia che recitasse con la sua voce, gettonatissima nei western grazie all’accento latino, sia che se la facesse prestare da Ferruccio Amendola, Er Cubbano tirava sempre e caratterizzava al massimo ogni ruolo.
Un camaleonte raro e bravissimo e forse non sarebbe scorretto il paragone con Gian Maria Volonté. Probabilmente per questo fu efficacissimo anche nei ruoli più nazionalpopolari, che erano il prodotto di uno studio attento della psicologia di quartiere, non dissimile da quello praticato da Alberto Sordi e Carlo Verdone.
La carriera italiana di Milian terminò a metà anni ’80 col declino del cinema di genere, di Cinecittà e delle sale, e fu sepolta nei ’90 quando la produzione, grazie anche ai finanziamenti pubblici, finì in mano ai radical chic.
Solo quelli di Nocturno Cinema, impegnati a partire dalla fine del millennio a riscoprire e rivalutare il cinema italiano dei ’70 e a toglierlo dal ghetto delle seconde serate, si ricordavano di lui, che in America aveva costruito una seconda carriera al seguito dei big.
Le lacrime sono giuste, anche se nei suoi confronti sembrano non poco di coccodrillo. Sarebbero più sincere se fossero dedicate anche al nostro cinema, che è morto prima di lui.

Saverio Paletta