est consulting

est consulting
Il primo portale dedicato all'investitore italiano in Rep. Ceca e Slovacchia
Visualizzazione post con etichetta Politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Politica. Mostra tutti i post

martedì 5 dicembre 2017

Le lobbies finanziarie controllano la politica.

Che c’entrano i padri della teoria dell’élite con gli assetti della finanza globale, legale o meno che sia? Inoltre: il declino della politica, che si traduce in un’incapacità di incidere delle (e nelle) democrazie è un declino tout court o è determinato (o quantomeno condizionato) da altri fattori? E ancora: esiste davvero quella che gli studiosi più recenti definiscono superclass, cioè un ceto dirigente politicamente irresponsabile che gestisce le sorti della società contemporanea, o è solo dietrologia? Esiste davvero una lobby o esistono davvero più lobby
che gestiscono in maniera ferrea il potere reale senza controllo né obbligo di rendiconto alcuno? Secondo Giorgio Galli, il decano dei politologi italiani, e Mario Caligiuri, il direttore del Master in Intelligence dell’Università della Calabria, queste riflessioni non sono solo l’esito di una subcultura allevata nel mito della teoria del complotto. Anzi, niente subcultura né miti. È tutto vero. Questo potere c’è. E siccome non c’è potere senza potenti, ci sono anche i suoi titolari. I due studiosi hanno cercato, riuscendoci, di tracciare un identikit della razza padrona che si è affermata dalla fine della guerra fredda in Come si comanda il mondo. Teorie, volti, intrecci (Rubbettino, Soveria Mannelli 2017). Alcune succose anticipazioni sul volume sono uscite nel corso del convegno di presentazione del libro svoltosi il 23 novembre nella sala Nilde Iotti di Montecitorio e al quale hanno partecipato, oltre i due autori, il questore della Camera Stefano Dambruoso, che ha portato i saluti istituzionali, il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri e il direttore del Centro studi americani Paolo Messa, che hanno relazionato sul libro, e l’editore Florindo Rubbettino, nelle vesti di moderatore. A proposito di dietrologie, val la pena di citare la frase che, a mo’ di slogan, condensa il contenuto del volume: «Il nome di James Stanley significherà molto poco eppure è la prima delle 65 persone che realmente influenzano i destini del pianeta». Infatti, lo si trova a stento su Google, dove è possibile reperire i dati ufficiali delle sue attività finanziarie. Come a dire che, nella società dell’informazione globalizzata, il potere vero tende a nascondersi dietro muraglie di calcoli e cortine di cifre sparse, dove il fumo dei numeri rivela e copre la combustione fredda di un potere ad alta intensità.
A questo punto è chiaro che la sfida di Galli e Caligiuri non è tra le più semplici: tradurre in una cifra scientificamente apprezzabile un materiale denso ma sfuggente, trattato finora perlopiù da giornalisti assetati di dietrologia e a caccia di scoop.
«Il tema di questo libro», ha spiegato Rubbettino in apertura dei lavori, «non è stato finora trattato a livello scientifico e nessuno ha posto in evidenza, sempre a livello scientifico, il peso delle élite finanziarie, che si riproducono per cooptazione e le cui composizione e consistenza sono sconosciute ai più».
Tra questi più, ovviamente, non ci sono i due studiosi. Ma la forza della finanza è anche l’esito (o, se si vuole insistere nella dietrologia, anche la causa) della debolezza della politica. Questo aspetto perverso dei rapporti di potere è stato richiamato, con accenti diversi, da Messa e Ferri. Infatti, secondo il direttore del Centro studi americani «nel volume è implicito il forte appello alla politica perché si riappropri del suo primato e contribuisca a ridurre le diseguaglianze sociali». Secondo il sottosegretario, invece, il punto di forza di Come si comanda il mondo è «la sua funzione pedagogica, indispensabile nella formazione e informazione dei cittadini delle democrazie moderne». Il sottinteso di Ferri è tragico, sebbene espresso in maniera elegante: il potere invisibile tende a diventare un potere spesso illegale e, in casi sempre meno rari, criminale. Non a caso, nella sua lunga carrellata, il sottosegretario ha insistito sul ruolo delle mafie e di alcune lobby.
Ma qual è la ricetta che distingue davvero Come si comanda il mondo rispetto ai tanti volumi dai titoli sensazionalistici che ingombrano interi scaffali delle librerie?
Giorgio Galli ha svelato almeno uno degli arcani: «Non è vero che il potere sia nebuloso e difficile da individuare, poiché risiede in gran parte nel nocciolo del capitalismo mondiale, che si identifica nei dirigenti apicali delle cinquanta multinazionali finanziarie individuate da uno studio del Politecnico di Zurigo, su cui si basa il nostro libro». Il che vuol dire due cose: che il potere è sempre visibile per chi lo sa cercare e che cercare e conoscere il potere è il miglior modo per non subirlo.
E infatti, ha aggiunto Galli, «il nostro lavoro non intende demonizzare, ma capire e aiutare a capire chi sono effettivamente le élite che determinano le scelte politiche di fondo, come si relazionano e come si formano».
La cassetta degli attrezzi utilizzata dai due studiosi è prestigiosa: è la teoria delle élite elaborata tra la fine dell’Ottocento e gli anni ’30 da Gaetano Mosca, Vilfredo Pareto e Robert Michels. Ed è proprio l’applicazione dei criteri euristici elaborati dai tre fondatori della scienza politica moderna al mondo dell’alta finanza la carta vincente del volume. Questa scelta impegnativa sottende anche, almeno per quel che riguarda l’Italia, una tirata d’orecchi alle cordate finora dominanti nel mondo accademico, che spesso hanno spinto nell’oblio, magari dopo averlo contestato sulla base di pregiudizi ideologici, questo importante filone del pensiero politico, con il risultato di spuntare le armi non solo alla scienza, ma addirittura alla politica.
Caligiuri ha concluso i lavori con una frase ad effetto: «Estrarre il segnale dal rumore». Ovvero «imparare a identificare la realtà nel marasma di informazioni spesso errate, confuse e artatamente distorte che caratterizzano la società attuale in cui la comunicazione globale e in tempo reale si traduce spesso in disinformazione».
Serve altro? Probabilmente sì: leggere Come si comanda il mondo per capirne di più su chi, quasi senza farsene accorgere, ci comanda per davvero.
Saverio Paletta

sabato 11 novembre 2017

La profezia di Bettino Craxi e il fallimento della sinistra.

Facciamo finta che Tangentopoli non ci sia stata. E non per eludere una questione morale che nessuno, soprattutto i più accaniti forcaioli, è riuscito a risolvere e che ora si ripresenta al peggio.
Ma perché il craxismo e la stagione del potere socialista non possono risolversi in quell’inchiesta giudiziaria, che ha promesso tanto, mantenuto poco e cancellato in maniera impropria una classe politica intera. Con un solo risultato certo: il Psi pagò per quasi tutti e più di tutti colpe collettive. A tacere del fatto che chi è venuto dopo e si è fatto strada a spallate in nome delle Mani Pulite (tali soprattutto per incapacità di fare ed esclusione dal potere) è riuscito a far peggio.
Ecco, non impegniamoci in questa discussione e parliamo, invece, di politica. In questo caso, lo impongono le date e le ricorrenze, che l’editoria celebra con la consueta, necrofila precisione.
Al riguardo c’è da dire che stiamo per assistere una curiosa coincidenza di tre anniversari: l’imminente centenario della Rivoluzione russa, il quarantennale della tragedia di Aldo Moro, che scatterà a partire da marzo, e, infine, il quarantennale del Vangelo Socialista, il saggio con cui Bettino Craxi, alla fine d’agosto del 2008, operò, anzi dichiarò lo strappo definitivo tra il suo Psi, ereditato pressoché ai minimi termini dalla segreteria di Francesco De Martino, e quella parte della tradizione marxista rivista e corretta ad uso rivoluzionario da Lenin e riadattata alla situazione italiana (ma non solo…) da Antonio Gramsci.
La storia è piuttosto nota: Craxi fu sollecitato nell’agosto ’78 da Livio Zanetti, all’epoca direttore de l’Espresso, a replicare a Enrico Berlinguer, che aveva rilasciato in quel periodo un’intervista a Eugenio Scalfari per Repubblica.
In quell’intervista l’allora (celebre e amato) segretario del Pci confermò il legame tra l’ideologia del suo partito e il leninismo, sebbene riveduto e corretto per un improbabile uso occidentale. O meglio, ammorbidito quel che a giudizio del grande leader sardo bastava per non terrorizzare i ceti medi italiani che pure, in buona parte, avevano scommesso sul compromesso storico e sulla conseguente, sperata, svolta moderata del più grande partito comunista dell’Occidente.
Craxi rispose firmando un saggio commissionato qualche tempo prima a Luciano Pellicani e dedicato all’anarchico francese Pierre-Joseph Proudhon. L’articolo uscì il 27 agosto e fu una bella mazzata per molti italiani, che ancora affollavano le spiagge.
Intitolato, appunto, Il Vangelo Socialista, il saggio diede la stura a un dibattito, che sarebbe impazzato fino a metà settembre su tutte le principali testate italiane, non solo di sinistra.
Il paragone con l’attualità risulta decisamente ingeneroso: oggi, pur di vendere qualche copia sulle spiagge, i giornali e i periodici si dedicano alle retrospettive della cronaca nera, di cui riscavano i cold case più truci e pruriginosi, e, quando ne parlano, riducono la politica a gossip. Allora, in quella torrida estate di 40 anni fa, tra i topless patinati di Novella 2000 e le note degli Homo Sapiens, gli italiani si dilettavano a scorrere e commentare il dibattito, raffinato e furibondo al tempo stesso, ingaggiato dalle migliori firme della cultura (politica e non solo) italiana sulle colonne de L’Unità e di Avanti! (quelli veri), de Il Manifesto, del Corrierone, di Repubblica, ma anche di Rinascita, de Il Tempo e de Il Giornale Nuovo. E non era roba da poco: in quell’occasione incrociarono le armi, anzi le penne, big come Leo Valiani, Giuseppe Bedeschi, Norberto Bobbio, Luigi Pintor, Claudio Martelli, lo stesso Luciano Pellicani e Luciano Cafagna. Scusate se è poco.
Oggi è possibile godersi di nuovo tutta la querelle grazie all’iniziativa di Nunziante Mastrolia, politologo e docente di Geografia politica alla Luiss, che ha ripubblicato tutti gli articoli in Il Vangelo Socialista (Licosia, Ogliastro Cilento, 2016). Quest’antologia, aggiungiamo per completezza, riprende quella, ormai introvabile, curata nel ’78 da Claudio Accardi per la milanese Sugarco e intitolata Pluralismo o leninismo.
Ma qual è il senso dell’operazione di Mastrolia? Di sicuro il gusto per il vintage fa la sua brava parte. Ma c’è da dire che il dibattito ritrova una sua particolare attualità grazie alla crisi della sinistra odierna, priva letteralmente non solo di concrete possibilità operative, ma anche di riferimenti culturali concreti e convincenti.
Discettare di socialismo, socialdemocrazia e leninismo e leggerli, come fece il duo Craxi-Pellicani, come elementi antitetici di un’unica tradizione culturale, allora aveva un senso fortissimo: significava ricordare all’opinione pubblica che la sinistra era un’entità politica plurale, a dispetto anche di una certa lettura gramsciana canonizzata dal Pci e di cui Berlinguer era nei fatti prigioniero, più che compatibile, in alcune sue componenti, con le esigenze delle democrazie occidentali.
Detto altrimenti: il socialismo poteva realizzarsi nei sistemi liberali non solo senza spargimenti di sangue (che anche il Pci, va detto, aborriva), ma anche senza distruggere le garanzie dello Stato di diritto elaborate dalle dottrine borghesi. Superare la liberaldemocrazia, insomma, non voleva dire distruggerla.
Mastrolia, al riguardo, svolge un’ineccepibile operazione verità nella sua corposa Introduzione: ricorda a tutti come il Berlinguer che riteneva invece il leninismo compatibile con le democrazie non possa essere considerato un riformista, ma, più semplicemente, fosse un ostaggio. Della tradizione migliorista inaugurata da Palmiro Togliatti (e dalla rilettura togliattiana di Gramsci) e della situazione internazionale dell’epoca, in cui l’Urss viveva, grazie anche alla debolezza dell’amministrazione Carter, l’ultima fase di espansione geopolitica, nella quale, così avrebbero in seguito confermato i rapporti dell’intelligence statunitense e non solo, il Pci era considerato ancora una pedina fondamentale (ma senza scavare troppo negli archivi, si possono trovare conferme di questa situazione nelle opere ponderose di Valerio Riva e di Viktor Zaslavskij). Parlare di riformismo, in questo stato di cose - in cui il Pci era ostaggio dei propri rapporti internazionali, forse non più di sudditanza ma comunque di forte condizionamento, e la sua classe dirigente prigioniera di una buona fetta della base e dei quadri – ancora oggi risulta un azzardo.
Mastrolia, basandosi sulla rilettura craxiana di Proudhon, conviene su un fatto essenziale: anche nella versione ammorbidita di Berlinguer, il leninismo restava incompatibile con il nostro sistema costituzionale, che inquadrava l’Italia nelle democrazie occidentali ad economia capitalistica, basate sul pluralismo politico ed economico. A riprova di ciò, il professore della Luiss cita gli articoli 41 e 42 della Costituzione, che tutelano la libertà d’impresa e la proprietà privata.
In realtà la situazione è meno netta di come la dipinge Mastrolia: è vero che la libertà d’impresa è tutelata dall’articolo 41, ma è altrettanto vero che la stessa norma subordina questa tutela alla funzione sociale dell’impresa; l’articolo 42, invece, tutela la proprietà solo in maniera indiretta, non la definisce come diritto e rimanda ogni specificazione alla legge ordinaria. In breve, come hanno argomentato non pochi giuristi di vaglia, a partire da Stefano Rodotà, queste norme risultano sostanzialmente ambigue, perché da un lato, è vero, ancorano l’Italia ai sistemi occidentali, ma, dall’altro, contengono clausole a favore di ipotesi di democrazia socialista.
Ciò, detto per inciso, oggi non è un male: se i lavoratori hanno ancora una giurisprudenza che li tutela lo si deve alla sostanziale indefinitezza di questi due articoli.
Ma a rileggerli in prospettiva storica appare chiaro che il primo compromesso storico, di cui essi sono il frutto, fu stipulato nell’Assemblea Costituente e che quello di Berlinguer fu il tentativo, meno forte di quanto non si creda, di aggiornare quell’accordo con il mondo cattolico.
Mastrolia non risponde a una domanda che emerse dal dibattito di allora: come mai Craxi omise dal suo album di famiglia figure importanti come Turati, che pure aveva tanto da dire ai riformisti? Fu semplice sciatteria dovuta alla fretta oppure c’era dell’altro?
L’accostamento tra Proudhon e Carlo Rosselli non è sciatto né casuale, ma rifletteva l’intenzione di creare la rottura con la tradizione leninista non al di fuori ma dal di dentro della cultura rivoluzionaria. Cioè, il tentativo di recuperare in una nuova visione politica della sinistra, le critiche al leninismo senza scivolare direttamente nella socialdemocrazia (e nel suo problematico e virulento anticomunismo incarnato dal Psdi). Passare da un anarchico a un liberalsocialista significava rompere del tutto con una visione ottocentesca del socialismo, all’interno della quale i riformisti classici avevano invece un ruolo di primo piano, e rifondare il socialismo su basi libertarie, forse più compatibili con l’idea del conflitto regolato dalle norme.
Significava, inoltre, lanciare un’opa sull’area laica (repubblicani, liberali e radicali), costretta altrimenti a barcamenarsi tra i blocchi di potere della Prima Repubblica, a cui anche il Psi era di fatto subalterno.
Significava, infine, rompere con una tradizione culturale che aveva ingessato la sinistra e impedito un discorso costruttivo e ampio sulle riforme, delegate al ruolo, questo sì egemone, della Dc.
Non è un caso che il dibattito e il relativo affondo socialista sul leninismo siano arrivati in quell’ultimo scorcio d’estate di quarant’anni fa: col dramma di Aldo Moro iniziava il riflusso delle Br, che sarebbero state sgominate a partire proprio dai quei mesi, e, soprattutto, di quella cultura leninista di cui erano impregnate le formazioni clandestine ed extraparlamentari italiane. L’affondo fu tanto più insidioso perché portava un messaggio di ridimensionamento del conflitto, se non addirittura di pace sociale, a un’opinione pubblica stanca.
Comunque sia, proprio grazie a quest’operazione Craxi si rivelò un leader di prima grandezza, dopo due anni circa di segreteria caratterizzati soprattutto da esigenze di sopravvivenza e tentativi di rinnovamento del Partito socialista.
Chiedersi perché queste istanze modernizzatrici, efficienti ed efficaci nel Psi, non si rivelarono altrettanto dirompenti nelle istituzioni non è ozioso. Certo è, e lo hanno ribadito alla grande Simona Colarizi e Marco Gervasoni nel loro bel La cruna dell’ago (Laterza, Roma-Bari 2006), che la parabola di Bettino Craxi non può essere ridotta solo a una faccenda di tangenti e corruzione. Ha pesato molto semmai, il fatto che Craxi operò in un sistema sclerotizzato e all’interno di una situazione mondiale, il bipolarismo della Guerra Fredda, prossima alla fine.
Ma il fallimento del riformismo socialista resta una lezione inascoltata: non a caso, tutti i tentativi posteriori di riformare il sistema italiano sono falliti in maniera impietosa uno dopo l’altro.
Perché riprendere, allora, un dibattito di quarant’anni fa? Perché no? La lezione, forse non impartita bene, certo applicata male e di sicuro inascoltata, partiva da lì.
È il caso, allora, di riavvolgere il nastro e prendere appunti: i fallimenti dei giganti ci aiutano a capire meglio i nostri.


Saverio Paletta





martedì 1 novembre 2016

Referendum costituzionale: c'è chi dice no.

Io voto no. E non perché sono un fanatico nostalgico di cose che non ho vissuto. Già: non ho vissuto la resistenza, il referendum del 2 giugno, in cui avrei scelto la Repubblica, non ho vissuto il ’48 e non considero la Prima Repubblica, di cui ho vissuto e contestato la fase terminale, una sorta di Età dell’Oro.
Ho studiato la Costituzione (a differenza di tanti, che se la mettono in bocca senza conoscerla) quel che basta per conoscerne i difetti, che sono tantissimi. A qualcuno, ad esempio, è mai venuto in mente che, tranne che per la mancanza del contrappeso della monarchia e in assenza di un istituto presidenziale forte, la parte seconda della Costituzione è stata una copia malfatta dello Statuto Albertino? Non ce ne siamo accorti solo grazie al fatto che, dal ’46 in avanti, siamo stati a sovranità limitata, sennò saremmo finiti come la Repubblica di Weimar. E non ce ne accorgiamo ora solo grazie al provvidenziale sequestro di sovranità operato dall’Ue, senza la quale avremmo fatto la fine della Jugoslavia.
E, a proposito di originalità, la prima parte? Il gioiello di architettura sociale che il mondo dovrebbe invidiarci (mai letta, al riguardo la Costituzione della Bundsrepublik di Bonn, elaborata da giuristi di ben altro spessore)? Non vi puzza un po’ di “copia e incolla” dalla Carta del Lavoro fascista oppure, per andare a ritroso, della Carta del Carnaro di dannunziana memoria (anche se in realtà la elaborò Alceste De Ambris, il fondatore della Uil)?
Non amo troppo i nostri Padri della Patria Repubblicana. Grigi, più astuti che brillanti, incapaci come cattolici, spesso inetti come laici. Ma di sicuro più colti, dotati e sensibili di chi, a partire dagli anni ’60, la fortuna ci diede in sorte.
Questa Costituzione va riformata seriamente e il no, che voterò, ci farebbe restare ostaggi di una classe dirigente locale, regionale e nazionale becera, ignorante e scadente. Ma il sì sarebbe peggio: consentirebbe a una parte di questa stessa classe dirigente di chiudersi la porta dietro le spalle e, da ostaggi, diventeremmo prigionieri. Non sono costoro, buoni più a lanciare slogan che a pensare, che possono darci un esecutivo autorevole, aggiornare il welfare e ristrutturare i poteri pubblici. Non loro che sono espressione, in buona parte, di lobby non disposte a mettersi in discussione e di un parlamento illegittimo costituzionalmente e autore di una legge elettorale, l’Italicum, al setaccio della Corte Costituzionale (che, passasse la riforma, lorsignori lottizzerebbero senza troppi complimenti). Dico no per questo. Però non nutro troppa fiducia in quell’Armata Brancaleone che è il fronte del no. Li aiuteremo a farla franca se riusciremo a bocciare questa riforma. Spero che con loro l’appuntamento sia solo rinviato.


Saverio Paletta

sabato 8 ottobre 2016

L'emigrazione colpisce tutti, i calabresi di più.

Buongiorno a tutti. Ieri ho letto il rapporto Migrantes 2016, sul quale mi sarei aspettato qualche riflessione di colleghi (o, meglio ancora, di esperti), perché stavolta i “profughi” siamo noi.
L’Aire, l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero, ha registrato, al 31 dicembre 2015, altri 174.516 italiani che vivono fuori dal paese rispetto al 2014.
Questo numero, già di per sé preoccupante, è una goccia nell’oceano dell’emigrazione 2.0 dell’era post industriale e post benessere: lo stesso rapporto sottolinea che, sempre alla fine dello scorso anno, gli italiani iscritti in questa anagrafe sono 4.811.163 in tutto. Il 7,9 per cento della popolazione. L’unica consolazione è che circa il 70% di questi ha approfittato alla grande della cittadinanza europea e solo il 30%, che si è trasferito fuori continente, può essere considerato migrante

Chi emigra di più

Fin qui il “macro”, che, a dirla tutta, non è esaltante. In compenso, il “micro” è peggio, anche se magari può sembrare consolatorio scoprire che dal Sud si emigra un po’ meno, visto che le regioni col maggior aumento di “espatriati” recenti sono la Lombardia e la Valle d’Aosta, col 6,5 e il 6,3% in più. Se la passano male anche l’opulenta Emilia Romagna (6% in più) e il ricco Veneto (5,7% in più). Però non sarei così catastrofico: queste quattro regioni non solo fanno parte di un blocco territoriale che continua ad essere ricco ma è geograficamente avvantaggiato, perché inserito a pieno titolo, grazie alla maggiore vicinanza e a una rete di collegamenti formidabile, nella Mitteleuropa (e, al riguardo, il rapporto fa capire che le mete di molti sono la Svizzera e la Germania). Detto altrimenti, per tanti il tutto si risolve in un semplice cambio di residenza non troppo diverso dall’emigrazione interna che ha “piagato” il Sud e cambiato il Paese fino agli anni ’70.

Il sud sta peggio

I guai, invece, sono tutti di noi meridionali, calabresi in particolare,
perché, grazie all’insipienza delle classi dirigenti, subiamo anche la geografia come un castigo. Per noi, a causa della fatiscenza delle infrastrutture e dell’insufficienza dei collegamenti, anche spostarci di regione significa ancora emigrare allo stesso modo dei nostri nonni e bisnonni. E non finisce qui, visto che i dati non vanno solo letti, ma devono essere interpretati. Infatti, se la fuga dal Nord è una fuga dal declino, che rivela impietosamente i limiti della rete delle piccole e medie imprese (già vantata come motore dell’Italia e ora solo emblema della nostra vocazione al nanismo) la fuga dal Sud è fuga e basta. E da tutto.

Il mio provincialismo

Un vizio contratto in anni di redazioni cosentine mi spinge, al pari di tanti altri colleghi, a concentrarmi sulle mie vicinanze immediate, quasi come se il resto non esistesse. Il mondo finisce a Buffalora, per dirla con Tiziano Sclavi, e la nostra Buffalora è compresa tra il Pollino e lo Stretto. La mia, in particolare, finisce un po’ più su: all’altezza della Sila Greca e del Savuto. Lo chiamiamo giornalismo. In realtà è provincialismo di grana grossa, che ci impedisce di parlare alla maggior parte dei nostri corregionali e concittadini: quella che vive fuori Buffalora, possibilmente all’estero.

Calabria sempre maglia nera e a Cosenza è peggio

A proposito di provincialismo, ecco il dato più macroscopico: Cosenza è la provincia da cui si emigra di più, subito dopo il territorio di Roma e provincia. Le agenzie e i giornali online non hanno riportato il dato preciso. Però c’è il dato assoluto della Calabria che fa paura perché ci regala qualcosa di peggio della consueta maglia nera, a cui siamo abituati: dal 2006 sono 393.118 i calabresi che hanno fatto le valige, con o senza passaporto e comunque verso l’estero. Sono poco più del 20% della popolazione residente e pesano sull’anagrafe molto più dei 422.556 lombardi (meno del 5% su un totale di 10 milioni), e dei 475.629 campani (meno del 10% su una popolazione di circa 6 milioni). Ci fregano i lucani coi loro 124.214 migranti (un quinto della popolazione) e ci tallonano i siciliani con 730mila migranti (circa l’11 e rotti percento su poco più di 5 milioni).

Riflessioni

Mi torna in mente la battuta fatta nel 2008 da Carlo Vulpio, il giornalista che allora faceva il tifo per il pm De Magistris: «Ogni anno emigrano dal Sud circa 25mila abitanti: è come se sparisse una città».
Lui lo faceva per alimentare la caccia alle streghe e l’affannosa - ma doverosa - ricerca di un colpevole, finalmente identificato nelle nostre classi politiche, del degrado del Mezzogiorno. Ma il dato resta pesantissimo: ogni anno spariscono, giusto per insistere nei parametri provinciali, due Amantea, quasi una Rossano, una Corigliano o una Rende, una Castrovillari intera più pezzi del suo hinterland o due Castrolibero intere. In tre anni, viene fagocitata una Cosenza. E, va da sé, i migranti possono poco nel saldo delle nascite, visto che dei 5 milioni di stranieri residenti solo una fetta minuscola è in Calabria, ne scappa come e quando può e fa numero più nei centri d’accoglienza che nei cantieri e nei campi, dove lavora spesso a condizioni disumane.
I nostri profughi non hanno più la valigia di cartone, ma il trolley e il case per il laptop. Spesso parlano bene una lingua straniera (e se no la studiano: l’altra sera ho notato a Quattromiglia l’insegna della British School che annunciava il corso di spagnolo a fianco di quello, tradizionale, d’inglese). È più che un sospetto che scappino da una classe dirigente, politica ed economica, che stenta a parlare correttamente e agisce anche peggio.
Possibile che, tra un morto ammazzato e l’ennesimo scandalo, nessuno abbia avuto il tempo e la voglia di scovare la vera notizia in questo rapporto? Ho letto male io oppure i principali quotidiani calabresi hanno “ammazzato” la notizia, che avrebbe meritato ben altre riflessioni, nelle pagine nazionali e interregionali? Quasi come se questo dramma, sbattutoci in faccia dalla Caritas, non ci riguardasse in prima persona.
Evidentemente, contano di più altri sondaggi: quelli pro e contro Oliverio, ad esempio. E mi fermo qui. Chiudo con un quesito: mentre sciorino questi dati, apprendo anche degli ultimi guai giudiziari dell’ex presidente Scopelliti, e la notizia ci sta tutta. Possibile, invece, che nessuno processi mai le responsabilità politiche in tempo utile?


Saverio Paletta

sabato 17 settembre 2016

Apoliticismo per Benedetto Croce.

La società non lascia di raccomandare e rammentare ai suoi poeti, ai suoi filosofi e storici di guardarsi dalle passioni e dalle tendenze della politica. La verità universale, la pura umanità non si ottiene, infatti, nelle opere loro se non col superare le particolari passioni e tendenze, quali sono per eminenza quelle che si raccolgono sotto il nome di "politica".
Né è possibile, nell'atto di affisarsi all'eterno oltrepassando gli interessi pratici particolari, favorire o promuovere uno o l'altro qualsiasi di questi; o possibile solamente in apparenza, mercè un inganno più o meno destramente condotto, che, se giova talvolta i fini del politico, copre di rossore e di sdegno il volto di chi riverisce la castità del bello e del vero, e sente, con quel fatto o con quell'invito, offesa alla dignità morale e minacciate le radici stesse della propria vita migliore.
E il cosiddetto poeta o filosofo o storico, che si acconcia ad eseguire quel gioco di apparenze e a maneggiare quell'inganno, in quanto fa ciò non è niente di quel che asserisce di essere, ma è anche lui un politico, o, piuttosto, asservito ai politici, e però in cattiva coscienza, in contraddizione col presunto suo carattere di libero spirito, con l'ufficio che ha preso ad esercitare, con l'implicito giuramento che ha dato a se stesso e alla società di non venir meno a quel suo proprio dovere.
Salvo il caso, (che bisogna pur salvare, perché "infinita è la schiera degli sciocchi"), della sciocchezza in certo modo innocente che non sa bene quel che fa, sempre in fondo a simili illecite operazioni si ritrova qualche motivo di comodo e di utile personale, un timore di danno e una speranza di vantaggio da conseguire; e si può, dunque, in presenza di quei prodotti pseudo artistici e pseudo scientifici, sempre domandare, con sicurezza di ben domandare, ai loro autori: "Che cosa ne avete avuto in cambio? Quanto vi è stato pagato?
Il filosofo, lo storico, il poeta non chiede e non riceve, perché non gli si può dare, nessuna "cosa in cambio"; e lancia il suo strale d'oro contro il sole, e guarda e gode e più non vuole, o vuole soltanto che gli altri godano con lui e a gara lancino altri simili strali lucenti.
E un'altra raccomandazione o esortazione la società rivolge ai cultori del bello e del vero, che è di astenersi, in quanto persone pratiche, dal partecipare alla politica attiva, o, perlomeno, dal pretendere in essa a una parte importante e dirigente.
Benedetto Croce
Tra le attitudini e capacità che bisogna coltivare, tra le esperienze che bisogna raccogliere nell'una e nell'altra cerchia, c'è una diversità che par quasi opposizione: che gli uni, i cultori del bello e del vero, mettono in relazione idee e disposano immagini, e gli altri, i politici, maneggiano e accordano e contrappongono uomini e passioni e interessi, sicché la forza degli uni è la debolezza degli altri.
L'uomo della contemplazione e della meditazione, tirato nell'agone delle lotte politiche, può rendere scarsi servigi e talvolta fare qualche disservizio; e, a ogni modo, quelli scarsi servigi non compensano la società del danno che le viene dal distogliersi di lui e dal lavoro per il quale è nato e al quale è preparato.
Questa seconda raccomandazione ed esortazione non ha il carattere assoluto della prima, perché gli uomini della contemplazione e della meditazione, non sono astratti spiriti contemplanti e meditanti, ma uomini, e se la linea fondamentale della loro vita è indirizzata a quelle opere, non vi si esaurisce: oltrechè la società stessa e lo Stato li trattano come loro componenti e cittadini, li chiamano a rendere servigi in pace e in guerra, e con ciò li eccitano a partecipare in certa misura ai dibattiti e contrasti politici e a dividersi nei vari partiti in azione, sia pure come gregari o addetti a lavori ai quali sono più particolarmente adatti, a lavori di "parole" e ad "opere d'inchiostro", come diceva messer Ludovico, (il quale, del resto, dovè governare la Garfagnana), cioè non mai di pseudo poesia e di pseudoscienza, che sarebbero cose poco pulite, ma di legittima è sana pubblicistica politica.
Ma quella raccomandazione, assoluta, di impedire che la politica contamini le opere dell'arte e della scienza, e quest'altra, relativa, di restringere in modesti confini la propria partecipazione all'azione politica, vogliono forse inculcare a quegli uomini l'indifferenza per la politica, l'apoliticismo? e potrebbero essi, da loro parte, accogliere questa ulteriore richiesta, e soddisfarla?
Affinché si potesse soddisfarla, si dovrebbe poter escludere dal proprio interessamento una forma della vita, la politica, distaccandola dalle altre con le quali è organicamente connessa. Ma l'uomo intero accoglie nel suo animo l'interessamento per tutte le forme della vita, e per tutte batte il suo cuore; e il filosofo e lo storico le indagano tutte nelle loro relazioni e nella loro viva dialettica, e il poeta risente e ritrae la pienezza della vita.
Se una di esse tagliassero fuori, se da una di esse si straniasse l'animo loro, le altre tutte, per effetto di quella mutilazione, intristirebbero ai loro occhi e si disseccherebbero nel loro cuore. L'amore per un essere umano, l'affetto per la famiglia e per i figli, e insieme sollecitudine per l'ambiente sociale e morale e politico, nel quale quelle creature amate e noi stessi respiriamo.
E quando anche accada che nel travaglio della passione si cerchi vanamente di fuggire alcuna di quelle forme, e per stare nel caso nostro, di aborrire dalla politica, questo stesso sforzo di ripulsa è interessamento e non disinteressamento e fa presente quello che si vorrebbe fuggire; come la negazione che il filosofo, errando, tenti di taluna di esse, è nell'atto stesso una riaffermazione, e il poeta che canta quella sospirata fuga dalla politica ne è ossesso, e al pastore di Erminia, nel suo albergo solitario, tra le acque e i rami, stanno pur sempre dinnanzi alla mente le "inique corti".
Non ci sarebbe altro modo, dunque, di disinteressarsi della politica che quello di disinteressarsi insieme di tutte le altre parti della vita; e perciò non la semplice apolitia, ma la totale apatia. Senonchè l'apatia totale è morte, e morte altresì della fantasia e del pensiero, della poesia e della filosofia, le quali non in altro hanno la loro materia che nelle passioni della vita, sole che muovono a fantasticare, a definire le idee, a determinare la verità della storia e finanche, seppure in modo meno immediato, a costruire concetti delle scienze e gli schemi delle matematiche.
Le passioni e il dolore: "Ahi, dal dolor comincia e nasce l'italo canto", esclamava il Leopardi; e quel dolore che ispira pensieri non meno che canti, non è il diretto tormento egoistico che immeschinisce, ma l'affanno e il dolore per la società e per l'umanità.
Vero è che gli atti teorici di rappresentazione e di comprensione, sommettono a se le passioni appunto perché le abbassano a materia; ma metterle sotto di sé e mettervisi di sopra non è mettersene fuori, ma anzi prenderle in sé, domate: non è un disinteressarsene, ma un tanto interessarsene da averle ridotte in proprio possesso.
In effetto, con quella esortazione e raccomandazione non si vuole già inculcare l'apoliticismo, ma, come si dovrebbe dire esattamente, il simpoliticismo, l'interessamento per la politica come per ogni altra parte della vita umana, non per fare della politicante e cattiva poesia, filosofia o storiografia, e neppure per compiere azioni di politica pratica alle quali non si sia chiamati, ma unicamente per convertire l'energia di quel sentimento in pura poesia, filosofia e storiografia; il che non avrebbe effetto se non ci fosse quell'energia di sentimento, se lo spirito del poeta, del filosofo e dello storico fosse indifferente, che vuol dire vuoto.
La riprova dell'esattezza di questa interpretazione è nel disprezzo in cui la società stessa tiene gli scrittori effettivamente apolitici, chiamandoli verseggiatori, meri letterati, stupidi esteti, frigidi compilatori di notizie, pedanteschi filosofanti dai pallidi concetti estenuati, e via per simili complimenti; e nel carattere che si suol assegnare di decadenza alle età storiche, nelle quali siffatti scrittori predominano e rari e quasi singolari eccezioni sono quelli politici o "simpolitici", come fu nell'Italia della Controriforma e del seicento.
Conclusione di questo discorso che mi è parso opportuno fare.
Quando uno scrittore che ha serietà di pensiero, un poeta che ha serietà di sentimento, vi dichiara come spesso accade di udire dichiarare: "Io sono affatto apolitico", bisogna rispondere: "Voi non vi conoscete bene". E quando la medesima dichiarazione ve la fa un poeta privo di sentimento e perciò di genuina fantasia, un filosofo e uno storico privi di intimo pathos e perciò di penetrazione nella realtà umana, uno sterile combinatore di forme e di formole, bisogna rispondergli per contrario: "Voi vi conoscete molto bene!"


Benedetto Croce da “La religione della libertà”