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domenica 7 agosto 2016

Orizzonte rosa. Basta con le autocritiche, siamo quel che siamo.

Neppure i nostri peggiori nemici parlano di noi come noi parliamo di noi stesse. Quella voce io la chiamo "il coinquilino odioso che abita nella nostra testa". Si alimenta denigrandoci e rafforzando le nostre insicurezze e i nostri dubbi. Mi piacerebbe che qualcuno inventasse un registratore che si possa collegare al cervello, per documentare tutto ciò che ci diciamo tra noi e noi. Solo così ci renderemmo conto di quanto è importante mettere fine a questi monologhi interiori carichi di negatività. Significa respingere il nostro coinquilino odioso, con una giusta dose di saggezza.
Il mio, di coinquilino odioso, è incredibilmente sarcastico. Una volta, mentre mi trovavo ospite del programma tv Colbert Report, ho detto a Stephen Colbert che quella voce molesta parlava esattamente come lui. "Da qualche parte dovevo pur mettere su casa", ha ribattuto il presentatore.
Sono tanti anni che tento di sfrattare il mio coinquilino odioso, e io ormai sono riuscita a relegarlo a qualche apparizione sporadica nella mia testa. Ciò che rende molto più difficile liberarsi da queste voci, è che al giorno d'oggi gran parte delle notizie e delle informazioni rivolte alle donne, sembrano fatte apposta per rinvigorirne la presenza e dare a noi la sensazione che alle nostre vite manchi vagamente qualcosa.
Ci fanno continuamente sentire che dovremmo essere più belle, più magre, più sexy, che dovremmo avere più successo, guadagnare più soldi, essere madri migliori, mogli migliori, amanti migliori, e via discorrendo.
Anche se spesso questo genere di messaggi è avvolto da una patina incoraggiante, stile "Forza ragazzi!", il sottotesto resta chiarissimo : dobbiamo sentirci in colpa perché sotto molti aspetti, non siamo all'altezza di un imprecisato ideale immaginario. Abbiamo pance, non addominali. Non siamo desiderabili perché non ci sentiamo costantemente delle gattine sexy, (o perché invece sì). Siamo incompetenti perché non teniamo organizzati i nostri documenti o le nostre ricette, con un sistema di catalogazione per colore. Non ci
sforziamo abbastanza per diventare vicepresidenti dell'azienda, o per entrare a far parte del consiglio di amministrazione, o per avere l'ufficio lussuoso. Perfino l'esistenza stessa di un'espressione come "avere tutto", per quanto se ne possa discutere, di fatto sottintende che, per un verso o per l'altro, non siamo all'altezza.
Per educare il nostro coinquilino odioso, occorre ridefinire il concetto di successo, e quel che significa vivere una vita piena di significato, che necessariamente sarà diversa per ciascuna di noi, a seconda dei nostri valori e obiettivi personali, e non di quelli che la società vorrebbe imporci.
Per tenere testa a queste costanti critiche interiori, aiuta molto il senso dell'umorismo. "Gli angeli volano perché sanno prendersi alla leggera", era solita ripetere mia madre a me e a mia sorella, citando G. K. Chesterton. Personalmente, mi è servito molto anche imparare a ricevere un messaggio alternativo, in modo costante e coerente. Dal momento che il mio coinquilino mentale si nutriva delle mie paure e delle mie fantasie negative, il messaggio che più funziona per contrastarlo è quello con cui John Roger conclude tutti i suoi seminari : "La fortuna è già qui". O per dirla come Giuliana di Norwich, la mistica inglese del 15º secolo : "E tutto sarà bene, e ogni sorta di cosa sarà bene". O ancora, come affermava con forza l'Edipo di Sofocle: "Nonostante tutte le prove, la mia tarda età e la grandezza dell'anima mia, mi fanno giudicare che tutto è bene".
Continuo a ripetermi queste parole finché non mi ritrovo immersa nella calma, in questo messaggio rassicurante che, oltretutto, ha il vantaggio di essere vero. Perciò trovate anche voi il vostro messaggio. Non lasciate che quella voce critica, querula e costante, ostacoli i vostri sogni.


Arianna Huffington

domenica 1 maggio 2016

Orizzonte rosa. Le mie incoerenze di madre.

"Stai composto!" "Saluta!" "Ringrazia!" "Chiedi scusa! Solo i forti sanno farlo!" "Metti in ordine la tua stanza. La sciatteria va combattuta, come i virus e gli zombie" "I videogiochi rincitrulliscono" "Con il sole non puoi metterti gli stivali da pioggia, anche se li ami" "Se prendi un impegno deve rispettarlo" "Leggere è importante, oltre che bellissimo" "No, non potete saltare la doccia" "Bisogna mangiare frutta. Tutti i giorni. E le gelatine al limone non valgono" "Non fare il furbo! Non sopporto i furbi".
Io sono un grillo parlante, con deprimenti derive autoritarie e poliziesche. E pensare che io, quell'insetto petulante e saccente, lo detesto. Lui si è impossessato di me nell'aprile del 2003, quando sono diventata mamma la prima volta. Ha trovato asilo nella mia testa e nella pancia e si è fatto largo, gaudente e protervo parassita.
Il problema è che i figli bisogna educarli, arginarli, guidarli e talvolta reprimerli. Fa parte dell'arduo, a volte, ingrato compito dei genitori. Per diventare adulti per bene, i piccoli selvaggi hanno bisogno di noi, affettuosi, accudenti e presenti, ma anche di noi grilli parlanti, solerti, ossessivi e dirigisti.
Sarà la storia della trave e della pagliuzza che un giorno ci raccontò la maestra Irene, in prima elementare, lasciando un solco indelebile e nefasto nella mia formazione. O forse l'ambizione di predicare e razzolare nello stesso verso. Fatto sta che ultimamente io, adulta, vaccinata e incidentalmente ma necessariamente saputella, mi domando se e quanto sono coerente con ciò che mi ostino a predicare. E mi chiedo dove cado, vittima delle mie contraddizioni, delle mie incoerenze, delle mie debolezze e della mia sciatteria etica.
Iniziamo con le virtù. Dico grazie, spesso e volentieri, con riconoscenza e stupore. Perché sono convinta che la gratitudine sia un'arte in via di estinzione, da coltivare con cura e consapevolezza. Evito accuratamente i videogiochi. Non perché li consideri diseducativi, ma perché soffro di dipendenze e potrei entrare in un tunnel senza fine. Mi lavo, con frequente entusiasmo, più per piacere personale che per rigore igienico. Sono afflitta da un certo calvinismo iperproduttivo e bacchettone, che fa di me un irrecuperabile e triste workaholic ma che, se non altro, mi porta a rispettare gli impegni.
Leggo, anche se meno di quanto vorrei, non indosso stivali da pioggia anche se la tentazione è quotidianamente molto forte, mangio frutta e persino verdura. E poi non fumo, non mi ubriaco, non mi drogo e non ho neppure un toy boy. Veniamo ora ai vizi, quei buchi neri di nequizia e incoerenza che, se mai confessati alla prole, manderebbero in frantumi anni di onorata carriera di grillo parlante.
Sono sciatta e disordinata. Se seguissi il mio cuore, abbandonerei il pigiama sul pavimento la mattina, il letto sfatto e il dentifricio aperto. Considero il piegare gli indumenti un'attività inutile e frustrante e spesso appallottolo mutande, calze e persino pantaloni e li lancio nell'armadio con enorme gusto.
Quando nessuno mi vede, mi siedo a tavola tutta storta, a volte mangio con le mani, e quando sono da sola, faccio un sacco di briciole sul divano, guardando programmi trash, e proibiti ai miei figli, alla televisione. Dico parolacce. Non troppe e non spesso ma con enorme e liberatoria soddisfazione. Sono vittima delle lusinghe del cioccolato, dello shopping compulsivo e voluttuario e del corso in palestra di cardio pump, ma solo perché l'istruttore somiglia al cantante cappellone degli One Direction. Detesto le telefonate di cortesia e a Natale e a Pasqua non faccio gli auguri a nessuno.
Forse dovrei calare la maschera ed essere onesta con quei tre maschi che si illudono di aver una madre integerrima, seppur pedante. Ho pensato che, per coerenza, potrei istituire il giorno della libertà, o dello sbraco. In cui essere se stessi, senza pudore né freni. Ma ho cambiato idea. Loro non sono pronti. E nemmeno io.


sabato 27 febbraio 2016

Orizzonte rosa. Auguri e figli maschi, anzi no, femmine.

Le persone, me compresa, spendono un sacco di tempo a lamentarsi degli aspetti più tristi e sbagliati di essere una ragazzina, una giovane donna, una donna di mezza età o un'anziana signora, in questo 21º secolo. Le cose stanno così : le spine nel fianco di noi donne sono moltissime e stiamo semplicemente tentando di liberarcene.
Tuttavia, ultimamente, mi capita spesso di chiedermi che fine fanno, in questo scenario, i maschi, giovani e meno giovani. E qualcosa mi dice che alcune di voi in questo momento stanno pensando : e chi se ne frega?
Sono i maschi a guidare il mondo. Fateci caso, nessuno fa commenti sulla loro scollatura mentre, a 13 anni, camminano per strada. Nessuno li fa sentire in pericolo un giorno sì e l'altro pure. Non sono loro a sviluppare disagi e disturbi alimentari o a fare a pezzi il proprio corpo per un ideale di perfezione estetica. Loro stanno bene.
E se, invece, non fosse così? A volte ho la sensazione che i maschi non vengano mai inclusi nella categoria di chi ha problemi. Finché un giorno, senza preavviso, un evento drammatico ci sbatte in faccia una realtà, che non avevamo nemmeno lontanamente preso in considerazione.
Quello che posso dire, è che ho incontrato dozzine di quindicenni in pieno rito di passaggio fissati con l'hard rock e i videogames, ragazzi - avete presente gli emo? - immersi in quel confortante senso di isolamento tipico dell'adolescenza. Se avete intorno a voi un teenager, saprete quanto possa essere disconnesso dalla realtà, introspettivo, introverso, un po' perso, specie mentre arranca dietro le ragazze cercando di costruirsi un'identità sociale. Non è esattamente un modello di autostima.
La mia domanda è : di loro chi si occupa? Essere il genitore di un adolescente è un lavoro incredibilmente duro, essere una madre single di un adolescente e ancora più complicato. Rimane per me un mistero il fatto che riviste e siti Web siano colmi di consigli su come rapportarsi a un neonato, (tenete il piccolo al sicuro, al caldo, all'asciutto, nutritelo e giocate con lui, dategli molti baci, punto), e poi, quando cresce, siete disperatamente alla ricerca di informazioni di supporto, il nulla.
"Sei grande", dicono gli adulti a un ragazzo adolescente. "Sei in seconda liceo ora, vero?", e niente più di questo. Solo tu, da genitore, puoi pensare che sarà anche già in seconda liceo, ma ha comunque solo 15 anni, e non posso lasciarlo continuamente in balia dei suoi dispositivi elettronici.
Ma come faccio a mettere dei confini "credibili" se lui a) si fa già la barba e b) è già una spanna più alto di me?
In realtà, con le ragazze è tutto più semplice. Per tutti quei motivi che ho elencato poco fa, abbiamo costantemente un occhio vigile su di loro. Fateci caso, se vostra figlia di 15 anni dice, "Esco, torno domani", la vostra risposta sarà qualcosa tipo : "Ehi ehi, non credo proprio, signorina". Se a dirlo, invece, è un quindicenne, voi - un istante prima che si chiuda la porta alle spalle - gli direte: "Okay, ma tiene il telefono acceso, per favore".
Sono profondamente dispiaciuta per i maschi. I ragazzi vivono on-line per ore e ore, interi fine settimana a volte. Avete idea di cosa fanno durante tutto quel tempo oltre a giocare e guardare dei porno? A quali giochi giocano? Che tipo di video porno guardano? Con chi parlano? Cosa digitano sulle loro tastiere? Cosa acquistano sui siti pirata che vendono qualsiasi cosa? A essere sinceri non ci preoccupiamo mai di scoprirlo, in fondo siamo già grati che i nostri ragazzi si trovino al sicuro sotto il nostro tetto e no strafatti a ballare sopra il tetto di qualcun altro.
"Che vuoi farci, sono adolescenti", diciamo noi adulti con un sorriso. "Dio solo sa cosa combinano lassù, ha ha!" - Si sa come sono fatti i ragazzini.
Di solito tutto si risolve nel migliore dei modi e come per magia, a un certo punto, i nostri maschi adolescenti riemergono dalle loro tane impolverate. Osservandoli, ci danno l'impressione di aver fatto un salto evolutivo dalla sera alla mattina, ci ritroviamo in cucina a parlare e ridere con loro ed è tutto ok.
Verrebbe da dire che è un processo naturale, organico, ma non è sempre così : richiede fatica, sforzo e la forza di volontà di lasciarsi trattare da bersaglio umano, per tutti gli anni di cui di fatto fai il poliziotto di casa. E riuscirci non è da tutti.


India Knight

venerdì 15 gennaio 2016

Orizzonte rosa. Il difficile mestiere di genitore.

Tutto è cominciato rivedendo, ancora una volta, i film della Mummia. Sono tre e generalmente, se si parte con il primo che risale al 1999, è obbligatorio, per i quattro maschi di casa, concludere la trilogia in stretta sequenza, in modo da non uscire mai dall'avventuroso spirito archeo-horror.
Eravamo tutti sul divano, in assetto cinematografico, davanti al secondo episodio della serie. O, meglio, loro erano in assetto cinematografico. Io, come accade sempre negli ultimi tempi, stavo inesorabilmente scivolando nel sonno, tra un ipercinetico figlio di mezzo e un protettivo ultimogenito che, al fine di risparmiarmi le scene splatter, mi copriva occhi, orecchie e, per mal riposto eccesso di zelo, anche naso e bocca.
Stavo per perdere conoscenza, non ricordo se per il sonno o per la mancanza di ossigeno, quando ho colto una sfumatura didattica nella voce del pater familias, quella riservata alle lezioni di vita, perle di saggezza da elargire, per fortuna con una certa moderazione, alla prole. "Spesso le coppie che si amano troppo e sono più concentrate su di sé che sul mondo intorno, sono pessimi genitori", stava dicendo l'economista marxista barese che rappresenta metà della mia coppia da oltre vent'anni. "Vedete? I due protagonisti, papà e mamma, sono troppo impegnati ad amoreggiare e a seguire la passione l'uno per l'altra, oltre che per l'archeologia, per riuscire ad accudire e ad amare veramente Alex, il loro bambino, che è abbandonato a se stesso. Vedete com'è infelice e solo, poveraccio?".
"Papà, dai! Si sta risvegliando il re Scorpione! Chi se ne importa se il bambino è triste perché i suoi genitori non lo amano abbastanza?!", Lo ha zittito il primogenito, archiviando così questa pillola paterna di psicologia della famiglia e, soprattutto, della coppia. Io invece, vinta dal sonno, mi sono persa il risveglio del re Scorpione. Ma non ho archiviato nulla.
Così, qualche sera dopo, prima di dormire, ho scoperchiato un vaso che mi stava a cuore. "Senti ... Ma ... Secondo te, noi due ...". "Quando inizi così mi fai paura". "No, dicevo ... Noi due, come genitori, come siamo?". "Dove vuoi arrivare, Elasti?". "Rispondi alla mia domanda. Che genitori siamo?" "Siamo, direi, attenti, presenti, affettuosi ..." "Ci definiresti dei bravi genitori?" "Sì, direi di sì. Ogni tanto sbagliamo, come tutti, però i nostri figli sono solidi, sereni e non sembrano nascondere buchi neri nell'anima. Quindi sì! Siamo bravi genitori". "Ho capito". "Cos'è quella faccia adesso? Cosa hai capito?" "Che non ci amiamo abbastanza. Che come coppia siamo due pesci freddi. Che la passione, la dedizione reciproca, la fiamma che ci accendeva e ci faceva vivere l'uno per l'altra sono morte, sepolte, dimenticate sull'altare di quei tre piccoli ingrati ... Che tristezza. Mi viene quasi da piangere".
"Che stai dicendo?" "Lo hai detto tu, parlando dei genitori di Alex. Loro sì che si amavano e ogni momento era buono per abbandonarsi al desiderio". "Sei pazza! Chi è Alex?" "Il bambino della Mummia 2". "Ma non stavi dormendo?".
La verità è che io sono d'accordo con lui. Per essere bravi genitori bisogna distogliere lo sguardo dall'ombelico della coppia e farsi famiglia. Imparare ad accogliere, includere e aprirsi, talvolta anche a scapito di quella magia dell'innamoramento esclusivo, inebriante e totale che ci trasforma in monadi estatiche.
E un po' rimpiango quel periodo lì, in cui eravamo solo noi due, persi nel nostro amoroso egocentrismo.
E un po' mi avvilisco quando ci trasformiamo in Furio e Magda del film di Verdone, intenti a far quadrare l'organizzazione di una famiglia, troppo somigliante a una piccola impresa, impegnati in immortali conversazioni ragionieristiche, invece di amoreggiare incuranti del resto, come facevamo a vent'anni.
Esiste un equilibrio?
"Non vedo l'ora di andare in pensione". "E perché?" "Per fidanzarmi con te e tornare a somigliare ai protagonisti della Mummia". "Forse noi due avremo bisogno di una vacanza ..."


Elasti

martedì 1 dicembre 2015

Orizzonte rosa. Amo la moda ZEN ma non voglio farmi monaca.

Sarà una cosa tipicamente femminile, ma io ho l'ossessione dell'ordine. Mi sembra sempre che in casa mia ci sia un angolo che va sistemato, un tavolo da sgomberare, vestiti da regalare, documenti da archiviare e una quantità di cose da buttare via.
Gli stessi pensieri mi accompagnano in ufficio. Appena arrivata, vedo le carte che si accumulano, le riviste e giornali da buttare, per non parlare delle montagne di inviti a eventi scaduti da tempo. Ma anziché gettarmi a capofitto nell'autodafè definitivo che mi riempirebbe di soddisfazione, mi precipito al computer, (il cui schermo trabocca di cartelle da riordinare), e clicco su "mail", nemmeno fossi la presidentessa dell'Agence France-Press e il mio dovere fosse quello di ricevere informazioni freschissime da diffondere in tempo reale.
Una volta letti tutti messaggi e messa la coscienza a posto, mi capita di consultare qualche blog, Instagram o Pinterest, dove ammiro gli scatti dei fotografi senza nome che predicano il minimalismo. Una foto raffigura soltanto una tazza da caffè bianca piena di latte, (su sfondo bianco, beninteso) ; un'altra una felpa grigia, una pochette di pelle bianca che fa pensare a una busta, (per cambiare, fotografata su sfondo grigio chiaro). Una volta ho perfino visto un muro bianco, da cui faceva capolino un interruttore.
Tutto talmente Zen che perfino un giapponese del 18º secolo sembrerebbe un po' troppo vuoto. A ogni modo, per carità, anche se sembro ironica, io certe cose le adoro! Sì, vedo ragazze bionde con indosso nient'altro che un jeans sbiadito e una maglietta bianca, persi in uno spazio dove gli unici elementi decorativi sono un fiore in una bottiglia e il grande tavolo su cui sono appoggiati.
Beh, trovo tutto questo straordinario! Sogno atmosfere così spoglie e pulite che sembrano trasformare un paio di espadrillas, una camicia azzurro cielo o una scala di legno in autentiche opere d'arte.
Ovviamente casa mia, che ricorda più la bancarella di un mercatino delle pulci o un robivecchi di provincia e il mio guardaroba, composto perlopiù da maglioni blu e vestiti immettibili, sono ben lontani da quello stile monacale. Ma è difficile non farsi influenzare dalla rete dei social network, soprattutto oggi che nessuna conversazione, nessuna riunione, nessun appuntamento di lavoro, trascorre senza un accenno a questi nuovi mezzi di comunicazione.
Ho perfino scoperto che, grazie a questi strumenti contemporanei, è possibile innaffiare le piante a distanza, dar da mangiare al gatto, assicurarsi che il figlio si lavi i denti e calcolare il tempo di esposizione al sole, per ricordarsi quando bisogna rimettere la crema solare. Esiste addirittura un sito che permette di spedire lettere alle persone scomparse, per raccogliere un certo numero di omaggi al defunto ; anche la nonna si può archiviare nel computer.
A proposito di influenze : visitando con mia figlia diversi negozi di semi-grande distribuzione, o avuto modo di constatare come tutti tentino di imitare l'eleganza sobria e spoglia di Cèline.
È un fenomeno eclatante, ma che spesso, ahimè, manca di qualità e bellezza. Si tratta anche in questo caso di minimalismo, e l'impressione è che basti procurarsi una borsa, una camicia firmata da Cèline, perché la propria interiorità e la vita intera diventino chiare, limpide e stilizzate.
Oggi che i computer ci aiutano a riordinare le nostre foto, i file, i documenti scannerizzati, che Google ci promette di devolvere denaro alla ricerca scientifica, per farci morire il più tardi possibile - e quasi sicuramente di creare nel giro di breve tempo, degli avatar perfetti a nostra immagine e somiglianza, ma migliori di noi - credo che personalmente aspetterò un pochino, prima di uniformarmi a quell'ideale di donna.
Non vorrei rischiare di diventare un ologramma vestito di bianco, in un salotto tutto bianco, che legge una rivista talmente "minimal" da aver rinunciato perfino ai caratteri tipografici.


Ines de la Fressange

sabato 7 novembre 2015

Orizzonte rosa. Quel cassetto inviolabile, la nostra zona rossa.

Per quanto una pensi di non avere granché da nascondere, per quanto racconti, senza veli e senza vergogna, di sé e del proprio mondo, per quanto apra con entusiasmo e spudoratezza la sua casa e la sua cucina, convinta che, come dicono alcuni, the more the merrier e che, come dicono altri, nel più ci stia il meno, per quanto covi il sogno recondito di vivere in una comune in cui siano banditi le porte e il concetto di proprietà, esiste sempre un giardino, una stanza, un cassetto inviolabile.
Tutti noi, per quanto aperti e disinibiti, abbiamo un posto intimo e privato, un terreno, più o meno ampio, recintato e invalicabile, una zona rossa il cui ingresso è severamente vietato agli estranei.
La mia zona rossa è il tutone diserotizzante che mi infilo quando lo sfinimento vince sul senso estetico. È la domenica, quando a mezzogiorno non siamo ancora vestiti e ci trasciniamo come zombi in preda all'accidia. È una cena a base di pane, prosciutto e cioccolato, è la chiave nella toppa che si chiude senza fare rumore perché la solitudine diventa un'urgenza, è il tango con il casquet ballato con i miei figli in corridoio, è la radio a tutto volume mentre preparo le polpette ancheggiando, è il ripasso dei verbi con mio figlio, quando lui spegne il cervello e io accendo la strega urlante.
La mia zona rossa sono le mattinate da homeworker in cui traccheggio e mi perdo per ore, per poi, in preda a senso di colpa e livore, chiudermi in uno stress iper produttivo e velenoso. Sono l'insofferenza verso quattro maschi ingombranti e chiassosi, il pozzo nero che mi artiglia, l'euforia molesta e il malumore improvviso, ancor più molesto. La mia zona rossa siamo io e la mia famiglia, quando scaviamo il fondo del barile di noi stessi e troviamo le ragnatele, il buio e i mostri.
Per il secondo anno consecutivo, abbiamo deciso, per compensare le assenze dell'economista marxista itinerante e le presenze della mater familias stanzialmente sfinita, di accogliere per qualche mese una ragazza alla pari. È americana, è cresciuta in una comunità hippie del New England, sogna, da grande, di aiutare gli adolescenti disorientati, è lieve, ridanciana, discreta. Praticamente perfetta. E poi è femmina e per me, abituata al testosterone e alle bizze di quattro coinquilini maschi, la convivenza con una donna rappresenta pura beatitudine.
E nonostante non sia un'esperienza nuova, avevo dimenticato cosa significhi accogliere un'estranea sotto il mio tetto. Non sto parlando dei cambiamenti nella quotidianità spiccia - l'acquisto di 4 litri di latte in più ogni settimana, l'introduzione del burro di noccioline nella dispensa, le visioni apocalittiche quando esce la sera e alle due di notte non è ancora rientrata - ma della necessità di aprire la zona rossa e di mettersi in gioco, senza ritegno e senza veli.
Perché è possibile fingere di essere quello che non sei, mantenere un contegno, evitare il tutone diserotizzante e la metamorfosi in strega urlante, essere promozionale ed esemplare, per un tempo limitato.
Ma quando qualcuno si insinua in modo capillare e cronico dentro il terreno recintato della tua intimità, le barriere inevitabilmente cadono una dopo l'altra e la tua essenza, pubblicamente mascherata dietro una patina di rispettabilità, esce allo scoperto prepotente e impudica.
Così, a un mese dal suo arrivo, lei è ormai parte di noi, ha, forse suo malgrado, poveraccia, scandagliato gli abissi dei nostri lati oscuri, assistito alla caduta di ogni resistenza, conosciuto ciò che nemmeno mia madre, grazie al cielo, conosce.
Attraverso il suo sguardo sornione, ho guardato la mia famiglia allo specchio. E talvolta è stato scioccante. È una pratica di autocoscienza utile e costruttiva, per quanto destabilizzante.
Dopo questi 30 giorni lei non è scappata, io mi faccio molte più domande e mi metto parecchio in discussione. Forse è un buon risultato. Senz'altro è terapeutico.


Elasti

sabato 3 ottobre 2015

Orizzonte rosa. Il desiderio di essere trasparente degli adolescenti.

"Cercate di fari i normali, per piacere. So che per voi è difficile ma almeno provateci". Questo è mio figlio maggiore, censorio, bacchettone e terribilmente conformista, almeno fuori dalle mura domestiche, come si conviene a un preadolescente in erba. Questa è la sua perentoria raccomandazione, ogni volta che usciamo insieme, perché noi, gli altri tre maschi ed io, lo imbarazziamo. Lo imbarazza il fratello di mezzo perché ha i capelli pazzi, gli occhi tondi e traspira sfrenata e anarchica passionalità. Lo imbarazza il piccolo perché è pericolosamente imprevedibile. Lo imbarazza il suo papà che trabocca economia marxista e baresità da ogni poro e lo imbarazzo io che, in quanto madre, mi macchio quotidianamente di inverecondi reati e impresentabili nefandezze.
Lo imbarazziamo tutti noi per il solo fatto di esistere e di appartenerci reciprocamente. Io, quella vergogna, quell'ansia di normalità, quel malsano senso di responsabilità per interposta persona, pesante come un macigno, li conosco, li riconosco, li ho incontrati all'età di mio figlio, li ho combattuti con alterni risultati e ogni tanto, anche oggi, mi aggrediscono, infidi e velenosi.
Il desiderio di essere trasparente, di confondersi nella folla, di uniformarsi al tuo branco, di non sollevare interrogativi, di non suscitare stupore, sorpresa o perplessità, di essere normali - dove quello di normalità è un concetto tanto rassicurante quanto insensato e inesistente - è un'ambizione legittima dell'infanzia e della prima adolescenza, perché crescere è un'attività insidiosa e impegnativa, che necessita di anonimato più che di ribalta.
Io, da ragazzina, mi vergognavo di avere genitori separati, di chiedere informazioni per la strada, di uscire di casa con il mascara e, qualche anno dopo, di uscire senza mascara, di ammettere che non avevo fatto nè comunione nè cresima, di rivelare le mie origini ebraiche, di dire che mia nonna era comunista, di interagire con le commesse nei negozi di abbigliamento, di domandare "Scusi, dov'è il bagno?", di indossare scarpe che scoprissero le dita dei piedi, di mostrare in pubblico il mio primo amore, di comprare gli assorbenti, di sciogliermi i capelli a scuola, di indossare gli occhiali da vista e anche quelli da sole.
Da ragazzina, insomma, mi vergognavo di stare al mondo. Ed era tutto molto complicato, come forse lo è ora per mio figlio che ci chiede di sforzarci di essere, o sembrare, normali.
L'importante è liberarsi progressivamente degli imbarazzi e non farne una cifra stilistica, acquisire sicurezza, emanciparsi dal giudizio altrui e soprattutto dal nostro.
L'importante è alleggerirsi con il tempo. Perché la vita, anno dopo anno, si complica da sola senza bisogno di paturnie auto inflitte.
E io? Ho imparato? Sono cresciuta? Riesco a camminare a testa alta, senza curarmi di nessuno? Ho acquisito la sicurezza sufficiente per scoprire le dita dei piedi, comprarmi i Tampax e portare orgogliosamente i miei occhiali da miope sul naso? Che voto mi do, io, adesso? Che credibilità ho io, quando seppellisco sotto una risata di imbarazzi le inibizioni di mio figlio?
"Amore, vado a fare la spesa. Hai bisogno di qualcosa?" "No, grazie, Elasti ... Anzi si! Siamo rimasti senza cosi". "No, quelli non li compro!". "Ma scusa, stai andando al supermercato. Cosa ti costa?". "Mi costa l'imbarazzo. Lo sai che non sono capace di comprare preservativi". "Non posso crederci". "Eddai, è un articolo che comprano i maschi, non le femmine". "E perché mai?". "Perché lo dico io". "Sei grande, hai tre figli, predichi l'emancipazione e ti dai tante arie da donna liberata e poi? Senza contare che non li usi nemmeno per fare sesso promiscuo, con partner occasionali incontrati al bar, ma per banalissimi rapporti coniugali. Temi l'implacabile giudizio della signorina delle casse che certamente avrà altro cui pensare?"
"Hai vinto. Li compro".


Elasti

martedì 1 settembre 2015

Orizzonte rosa. E' il momento delle francesi.

È il momento della Francia: al cinema, in libreria, sul Web, in siti raffinatissimi trionfa lo stile inconfondibile "made in France" fatto di look e atmosfere maliziose, chic e sexy nello stesso tempo, in cui si respira l'aria di Parigi e di St. Tropez. Un mito da sempre, più che mai attuale, da cui prendere spunto.
Tutte le femme fatale dello spettacolo francese hanno questa caratteristica: l'aria un po' selvaggia ma senza volgarità. Punti di forza? Tutto quello che sarebbe un difetto ... I capelli scompigliati, vero marchio di fabbrica di B. B., un sorriso imperfetto come quello di Laetitia Casta e Vanessa Paradis, caratteristiche sfoggiate con nonchalance. Un'attitudine disinvolta che si può imitare per valorizzare sì, senza inseguire il modello della perfezione a tutti i costi.

Trendy o fuori del tempo?

Anche nel vestire lo stile francese non cerca il lusso, ma piuttosto cura l'arte del particolare, ricercato e un po' fuori del tempo: il sandalo gioiello abbinato ai jeans consumati, la camicia bianca, l'abitino minimale con le ballerine, una borsa e un cappello eccentrici. Dice Ines de la Fressange nel suo libro La parigina: "La parigina ha l'arroganza di pensare che non sarà mai fuori moda: la moda lei la ignora. Anche se poi indossa un piccolo dettaglio da cui si vede che conosce a menadito ogni minima tendenza". Una vera cura antistress contro la frenesia di seguire giorno per giorno i cambiamenti della moda, che spesso perseguita le italiane. E questa eleganza "destrutturata" riesce perfino a essere comoda!

Erotismo a tinte forti.

Sensualità a tinte forti, (se non fortissime), e nello stesso tempo, incredibilmente, non volgare quella made in France. Erotismo che fa da sempre sognare gli uomini, ben oltre i confini. Dagli accenti bondage che resero famosa Corinne Clery in Histoire d'O, agli spettacoli dal sapore vintage, intramontabili del Crazy Horse, (in tournè quest'estate anche in Italia), dove le ballerine si vestono solo di scenografici giochi di luci e colori, si arriva agli ultimi film shock e ad alto tasso erotico, La vie de Adele e Nymphomaniac.
Protagoniste due bellezze francesi molto diverse: la deliziosa Lea Seydoux con il suo visino da gattina e i suoi occhi azzurri e l'androgina Charlotte Gainsbourg, elegante anche quando scende nell'inferno del sesso promiscuo e del sadomaso. In comune la voglia di osare e di affermare se stesse: per quanto estrema e forse discutibile, l'avventura erotica diventa soprattutto esperienza di libertà e di conoscenza.

La silhouette.

Catherine Deneuve lo ha fatto di recente: mostrarsi in lingerie seducente, di spalle davanti a uno specchio, le gambe velate da calze nere ... Simbolo di fascino oggi come ai tempi di Bella di giorno, nonostante gli anni passati dalla sua pellicola "cult". Con più ironia e con dovizia di consigli pratici, anche un libro recentissimo di Mireille Guiliano ribadisce che le francesi sono sempre belle. E sicuramente la bellezza francese, meno appariscente e "bling" di quella americana e anche meno soggetta agli attacchi del tempo.

Sempre belle.

Parola d'ordine assolutamente condivisibile: non cedere alla tentazione di "se laisser aller". Strategie di attacco: la cura di se stesse, costante ma senza esasperazioni. In particolare l'attenzione alla linea, (sarà un caso che le diete più di successo vengono dalla Francia?). Sempre la Guiliano in Le francesi non ingrassano rivela il segreto della silhouette alla francese. "Noi preferiamo porzioni modeste: non a caso menu significa anche piccolo, minuto. Tutto il contrario ad esempio dell'idea americana: i nostri pasti sono più numerosi ma meno abbondanti. Ci piace mangiare, e amiamo i riti della cucina raffinata, ma dalle nostre tavole allontaniamo "i nemici", i cibi ipercalorici, di scarsa qualità".

Nel menu.

In pratica il pasto tipico comprende la combinazione equilibrata fra verdure, proteine e pochi carboidrati. In particolare non manca quasi mai una zuppa di verdure, (ai porri, alle cipolle ecc.), che apre il pranzo o la cena. La cucina francese è nota anche per i suoi raffinati piatti di carne e di pesce, che si prestano facilmente a uno schema ipocalorico, moderatamente iper proteico, che riduca i carboidrati.
E non manca il tocco del famoso "paradosso francese": pranzo e cena sono accompagnati in Francia, da un bicchiere di vino rosso, e questa abitudine aiuta il cuore! Infatti, nella giusta quantità, è anti-age.

Questione di charme.

Che cosa caratterizza lo stile e il fascino francese?
"Il fascino della donna francese si caratterizza prima di tutto per uno stato d'animo molto indipendente, libero da pregiudizi, e distante dalle regole rigide della società. Questo modo di essere si rispecchia molto chiaramente nel suo stile e nelle sue scelte, originali, poco conformiste".
Si può dire che spesso c'è il desiderio di essere volutamente imperfette, ma sempre chic?
"Assolutamente sì. La donna francese, ed in particolar modo la donna parigina, sa esprimere in maniera molto marcata le sue scelte personali, ama sorprendere e giocare con stili diversi. Mi vengono in mente due esempi di abbinamenti che spesso ritrovo nella capitale: la giacche in pelle con un delicato vestito liberty, o il classico blazer nero abbinato ad una semplice maglietta bianca ed un paio di jeans stone wash. Il risultato voluto e spesso uno stile bohemè chic, imperfetto nelle apparenze ... ma studiato alla perfezione!"
Si nota l'attenzione ai dettagli, all'originalità, per esempio di una borsa, di una cintura, di un gioiello.
"La donna francese è sempre alla ricerca dell'accessorio di nicchia, che dia un tocco originale e personale al suo look. Il mondo dei createurs, da non confondere con i designer, con le sue proposte in serie limitate, spesso artigianali, risponde pienamente a questo desiderio di voler essere diversa, unica, però con uno stile "cool" mai presuntuoso".
Perché le francesi sono sexy, pur mostrando poco, poche minigonne, abiti ultra-aderenti? Penso a un nuovo simbolo di sensualità come Lea Seydoux.
"Perché le donne francesi conquistano con il loro charme e mai con la loro bellezza".


Lucia Fino

lunedì 10 agosto 2015

Orizzonte rosa. La paura, compagna di vita.

Gianni non è solo un dentista. È un esperto di relazioni umane che in poche sedute riesce a convincere la mia atterrita bambina che ferri e ferraglie, luci e getti d'acqua, aghi e trapani non sono strumenti di tortura. Ho osservato in lei il passaggio dal terrore alla fiducia, dall'ignoto a qualcosa che si può controllare perché diventa familiare e amico.
Il tono rassicurante della voce, la precisione e la serietà con cui si è rivolto alla piccola hanno addomesticato la paura. Meno una, penso. E stralcio dall'elenco anche questa.
Da bambina avevo un elenco lunghissimo di paure. Mio padre mi aveva insegnato a ricordarle tutte prima di dormire. Così - mi assicurava - non le avrei sognate. Prima di dormire nominavo giudiziosamente notti buie e fantasmi, cimiteri e zombie, scheletri e terribili cadute a precipizio.
Nell'infanzia le paure sono concrete e bene a fuoco, si nutrono di rituali e di piccoli gesti di esorcizzazione. Chi non ha mai guardato sotto il letto per vedere se non ci fosse nascosto un losco figuro?
Le paure dell'infanzia di solito ci abbandonano all'improvviso, svaporano nel nulla e quelle che fino a poco prima parevano montagne invalicabili, diventano colline. È un sollievo temporaneo : nuove paure già si affacciano, legate all'età, alla salute, alle persone che amiamo. Una sequenza di paure stupide e persino ridicole, accompagna i nostri giorni e si mescola ai grandi tormenti e alle ragionevoli preoccupazioni della vita.
Sono stata una bambina paurosa, forse per questo ho grande curiosità per queste compagne di vita.
Adoro l'attimo magico in cui l'impossibile diventa possibile, il mai sperimentato diventa esperienza. Lì sento che la vita mi sta attaccata alla pelle e morde : penso alla prima volta che i miei figli hanno vinto la paura dell'acqua, la prima volta in bicicletta senza rotelle, il primo tragitto in tram senza adulti, il primo esame ...
Superare le paure ci rende più forti, è banale dirlo, ci rende soprattutto capaci di accudire le paure degli altri.
Serena aspetta il suo primo figlio, m'interroga sul lieto evento come fossi l'oracolo di Delfi. So che esserci già passata non mi autorizza a impartire lezioni, né ricette, né rassicurazioni.
Scaccio la tentazione delle buone parole, sempre inutili. Provo a ricordarmi di me allora. "Ma sai, io temevo soprattutto di essere scortese con l'ostetrica e di perdere il mio consueto aplomb ..." Strabuzza gli occhi. Ognuno ha le paure che si merita. "Però, se hai bisogno, io ci sono", mi arrampico sui muri.
E mi guardo bene dal cadere giù.


Elena Granata

sabato 11 luglio 2015

Orizzonte rosa. Prova costume ? No ! Prova valigia.

Da qualche tempo le riviste non propongono altro che vestitini di cotone, cappelli di paglia e una moltitudine di occhiali da sole ...
D'altronde, non potremo certo aspettarci di vedere Moon Boot e camice di flanella in stile boscaiolo canadese ! Mi dispiace per le persone che stanno per partire per la Groenlandia : rappresentano una minoranza completamente trascurata.
Quanto a me, ogni anno mi ripropongo di portare in vacanza il minimo indispensabile e trovare il modo di mettere insieme un guardaroba intelligente, in cui ogni capo si abbini facilmente agli altri. Poi, però, dopo aver messo in valigia dei jeans bianchi mi affretto ad aggiungerne un paio blu, e al primo pareo ne affianco subito un secondo, perché, mi dico, è così grazioso, e a novembre non avrò certo occasione di indossarlo. Ora o mai!
Lo stesso vale per quella giacca di lino sgualcito e i due bikini di taglio essenziale. Uhmm ... A proposito di bikini : come ignorare "il grande ritorno del costume intero", che le riviste hanno iniziato ad annunciare già ad aprile, e che mi conferirebbe senz'altro un look alla Greta Garbo?
Inutile dire che dovrò portare anche magliette, canottiere, camice di lino e di cotone - il tutto in svariati colori e diversi esemplari, nel caso in cui il servizio di lavanderia dell'albergo non fosse sufficientemente solerte. Né posso omettere una o due mise speciali per la sera : in paese potrebbe esserci una festa, o potrei magari ricevere un invito da parte dei Finzi-Contini del luogo ...
Vi risparmio la lista degli accessori, che vanno dalle espadrillas alla pochette da sera, passando per gli orecchini ricevuti in regalo da mio cognato Mario, nel quale potrei imbattermi, e un paio di sandali da frate ricoperti di strass e acquistati a peso d'oro in un momento di pioggia e di profonda depressione, quando sognavo le vacanze ancora lontane. Una spesa che adesso sarò costretta ad ammortizzare portandoli con me in vacanza. E alla fine, voilà : mi ritrovo come ogni anno con una valigia sovrappeso. Per non dire obesa.
L'ultima volta la scusa era: "Sono stata costretta a partire in fretta e furia, e non ho potuto fare attenzione a cosa mettevo in valigia". Una bugia pietosa, dal momento che il contenuto della mia valigia era stato più ponderato del cartesiano Discorso sul metodo.
Una volta arrivati a destinazione capiterà anche a voi di trovare, tra mercati e negozietti sulla spiaggia, un delizioso camicione, un pareo irresistibile, un braccialetto di cotone intrecciato o un bel cestino, e di indossarli per l'intera vacanza, magari alternandoli a shorts di jeans bucati e sbiaditi.
Quest'anno, dunque, vi consiglio di mettere in valigia gli abiti che durante l'anno non indossate mai. Per esempio io, che vivo in blazer blu e pantaloni a sigaretta neri, (persino una suora potrebbe essere più estrosa di me), porterò vestitini a fiori stile anni 40', corpetti di pizzo e gonne lunghe un po' hippy. Dopo tutto, cosa c'è di più riposante che trasformarsi per qualche giorno in un'altra persona ? È una soluzione che consente di prendere le distanze dalla vita di tutti i giorni.
Ma non dimenticate di aggiungere anche i capi assolutamente improbabili. Mi spiego : l'anno scorso, nel ristorante di un'isola spagnola molto alla moda, seduta al tavolo accanto al mio ho notato una ragazza che indossava una semplice camiciola di seta color bianco avorio, stretta in vita da una cintura, e un Panamà. Una scelta che ho trovato fantastica, perché io possiedo abiti di quel genere, ma li indosso solo se ho un appuntamento con il mio banchiere, devo fare visita a una vecchia zia o sono già in ritardo di mezz'ora per andare al lavoro e non ho tempo di riflettere su cosa indossare. In breve, vedendo questa ragazza così elegante, mi sono ripromessa che l'anno dopo l'avrei imitata.
Ecco perché ho deciso che farò cambiare aria ai miei tristi pantaloni a righe e a scarpe di cuoio con i lacci, che portate senza calze acquistano un'aria incredibilmente moderna. In questo caso l'intenzione sarebbe quella di somigliare più a musicista cubano che a una starlette di Malibù.
Ma a prescindere dalla cura che dedicherete alla scelta del vostro guardaroba, ricordate che non si può prevedere il futuro : è per questo che le nostre valigie sono spesso "sbagliate".


Inès de la Fressange

sabato 6 giugno 2015

Orizzonte rosa. Donne soldato, vittime senza cicatrici.

Fu un martello che costrinse Diana a rivelare il segreto che aveva divorato la sua vita.
Era un qualsiasi fine settimana, nella sua California, quando il fidanzato le chiese di accompagnarlo in un Home Depot, uno di quei cavernosi, infiniti empori di tutto. Fra le dozzine di reparti, era proprio la sezione dei martelli che lui puntava, e quando la bella, ordinata esposizione di quegli attrezzi le si parò davanti, il panico l'assalì.
Cominciò a sudare, a sentire il cuore vacillare, a perdere il controllo delle gambe. Svenne. Quando si riprese, più tardi nel pronto soccorso dell'ospedale, dopo che i primi esami d'urgenza avevano confermato che non c'erano cause acute per il suo collasso, si decise a raccontare la sua storia.
Martelli erano appesi alla parete della stanza nella base americana di Bagram, in Afghanistan, quando il capitano che comandava il suo reparto l'aveva afferrata per il collo, l'aveva rovesciata sulla scrivania alla quale lei lavorava, e con tutto il peso dei suoi 90 chili per un metro e ottanta l'aveva violentata. Di tutte le schegge di ricordi che l'avevano trafitta in quel momento, erano i martelli visti alle spalle di quell'uomo che si erano fissate nella memoria. E funzionavano da detonatore del panico.
Diana aveva fatto quello che gli istruttori, i superiori, i regolamenti le avevano insegnato prima di arruolarsi in Marina. Era andata la notte stessa all'ospedale della base. Il medico di servizio aveva annotato le ferite, le ecchimosi, le abrasioni. Non c'erano dubbi, aveva concluso. Era stata oggetto di un rapporto sessuale completo e forzato.
Poi arrivò il momento della scelta. C'erano due possibilità, le fu spiegato : la "denuncia per apertura di un'inchiesta", con indagini, deposizioni, interrogatori ed eventuale rinvio a giudizio davanti a una corte marziale. Oppure la "denuncia senza inchiesta", riservata alle autorità militari, anonima, affinché conducessero ricerche interne, riservatissime e mai pubbliche. Dopo un anno tutta la documentazione sarebbe stata distrutta. La notte dei martelli si sarebbe dissolta nel nulla.
Diana scelse la seconda strada. Adorava il proprio lavoro, sognava di entrare nelle forze speciali. Sapeva che se la sua denuncia fosse divenuta pubblica forse, soltanto forse, il capitano che l'aveva buttata sulla scrivania sarebbe stato radiato e condannato, ma che certamente, senza alcun dubbio, la sua carriera nella US Navy sarebbe finita a 24 anni. E per mesi e mesi lei sarebbe stata al centro di interrogatori, contro interrogatori, e esami e contro esami.
Ma la ferita non si sarebbe più rimarginata. Il capitano era sempre lì e aveva cominciato a tormentarla con note di demerito nella sua cartella, ritardi al lavoro, disordine nell'uniforme, scarsa collaborazione, quelle mille punture di vespa che distruggono la carriera e una vita.
Dalle compagne, alle quali non aveva detto nulla, non potevano venire solidarietà né sostegno. Tutte sanno, nessuno parla.
Resistette per tre mesi, Diana, poi chiese di essere rimpatriata. Il medico che l'aveva esaminata nella notte dei martelli firmò la sua domanda di congedo per ragioni di salute, senza specificare. Lei raccontò in giro di aver un nodulo sospetto al seno, che non era vero.
Tornata in California, cominciò la vita del silenzio. Non disse nulla al fidanzato e neppure ai genitori. Le visite frequenti all'ospedale erano spiegate con i controlli al seno, per non rivelare che in realtà vedeva uno psichiatra. Aveva trovato lavoro come cameriera, ma quando al ristorante dovevano fare lavori e comparivano i carpentieri con i martelli, lei si dava malata. Le pareti della sua casa erano spoglie, perché al fidanzato era stato proibito di appendere quadri.
Oggi, si tormenta nel pensiero di avere sbagliato a scegliere la "denuncia senza inchiesta", insieme con altre dozzine di donne ex militari nelle sue condizioni. Ha detto la verità alla famiglia, alle amiche, al fidanzato e con il loro aiuto si sta diplomando infermiera.
Vuole lavorare in un ospedale militare, nei reparti dove trattano le vittime senza cicatrici o protesi, di una guerra che continua a martellare l'anima, anche quando risparmia i corpi.


Vittorio Zucconi

sabato 2 maggio 2015

Orizzonte rosa. Donne, geni incompresi.

Steve Jobs era, a detta di molti, un capo particolarmente difficile : un tipo passionale, a tratti ossessivo e per nulla paziente. Chiedeva ai suoi collaboratori il massimo, a tratti l'impossibile e non sempre con modi gentili.
Ma era un genio e, si sa, con le menti eccezionali bisogna portare pazienza e capirli. Alcuni sostengono che fosse affetto dalla sindrome di Asperger, una forma lieve di autismo, e intorno a questi geniali maschi semi-autistici in America sembra addirittura aleggiare una sorta di mito. Adesso, però, provate a immaginare se al posto di Steve, ci fosse stata una Stephanie Jobs. Come sarebbero andate le cose ?
Fateci caso, in campo femminile non c'è nessuna mitologia del genere. Stephanie Jobs, una donna che perde le staffe con i propri dipendenti a cui chiede straordinari su straordinari, una dirigente vittima di sbalzi d'umore ingiustificabili, capace di improvvise crisi di pianto o di alzarsi e sparire nel bel mezzo di una riunione : chi mai sarebbe disposto a perdonarla, un'arpia del genere ? Stephanie non sarebbe stata un genio, ma semplicemente un incubo.
Certo, rispetto a venticinque anni fa le donne oggi godono di un'eguaglianza considerevole in tema di diritti. Abbiamo raggiunto successi importanti in politica, scienza, arte. Abbiamo sfondato tetti di cristallo, cresciuto figli e alimentato con successo economie domestiche, mentre eravamo alle prese con la gestione di un'azienda, la stesura di una sinfonia o il coordinamento di una campagna politica.
Abbiamo dimostrato a noi stesse di avere capacità strabilianti, da vere campionesse del multitasking.
Alcune cose, però, non sono cambiate affatto. Per cominciare, alle donne viene chiesto - oggi come ieri - di essere gentili. Dalla scuola materna in poi, ci si aspetta che le bambine siano sedute composte in aula e diano una mano con i lavori di casa. Quando cresciamo, oltre ad andare bene a scuola e prendere ottimi voti - le aspettative di base - ci viene anche chiesto di essere accomodanti e pazienti. Non dobbiamo mai smettere, insomma, di essere aspiranti mamme che si esercitano quotidianamente con zelo e devozione.
Siamo chiamate ad anteporre i bisogni degli altri ai nostri, ad assicurarci che amici e parenti stiano bene, a occuparci dei nostri genitori che invecchiano, a ricordarci compleanni, mandare gli auguri a Natale, preservare la pace e consolare gli affranti. Tutto - ca va sans dire - sempre col sorriso. Ah, già, e i capelli in ordine, il vestito giusto e una forma fisica invidiabile.
Le donne sono i primi e i più severi giudici di queste assurde aspettative. Provate a pensare a tutte le volte che vi siete trovate a criticare il modo in cui una donna era vestita o si presentava. Provate a ricordare l'ultima volta che avete criticato un'altra donna per essere stata maleducata, irresponsabile o egoista. O a immaginare un gruppo di mamme all'uscita della scuola che mormorano : quella lì ha portato qualcosa da mangiare per il picnic ? Quella non si è fatta vedere il giorno del torneo sportivo ! Quella è la mamma che ha mandato a scuola il figlio con le caramelle nello zaino al posto della frutta ? Che vergogna !
Questo atteggiamento censorio viene reiterato anche fuori dall'ambiente domestico : donne che perdono le staffe o offendono gli altri, donne impazienti, donne difficili ... Non esistono scuse. A nessuno viene in mente che potrebbero essere dei geni. Nessuno vuole avere a che fare con donne simili.
Queste cose le so non perché sono fatta così - quindi una donna difficile - ma perché sono esattamente l'opposto : una donna gentile. È una vita che sono ben educata, arrivo puntuale, controllo il mio peso e mi mordo la lingua, sorridendo e aspettando. Ho dato anch'io il mio contributo nel giudicare le donne che, a mio avviso, non si stavano impegnando abbastanza. E in questo mio essere così scientemente adorabile, non facevo altro che mettere a tacere le mie opinioni, la mia voce. Così mi sono ritrovata a essere parte integrante del problema.


Claire Messud

domenica 19 aprile 2015

Orizzonte rosa. L'infantile senso del pudore.

Fino a qualche tempo fa succedeva che, durante un pranzo o una cena con parenti o amici a casa nostra, mio figlio di mezzo chiedesse: "Posso alzarmi un momento?". Succedeva quindi che si allontanasse da tavola e ricomparisse dopo qualche minuto, sotto gli sguardi attoniti dei commensali, completamente nudo. "Devo andare in bagno", annunciava, con quella naturalezza impudica e sfrontata dei bambini.
"Mi fai compagnia?", domandava al congiunto ospite che, in quel momento, era per lui fonte di maggior ispirazione. Poi, con la proterva incurante e implacabile di chi sa esattamente cosa vuole, prendeva la mano dell'eletto e, scalzo e svestito, lo conduceva di là, a condividere un rito privato, nell'intimità di un tête-à-tête.
Per mio figlio di mezzo, tra i 3 e i 5 anni, certe necessità fisiologiche, per essere serenamente espletate, richiedevano l'assenza totale di vestiti e un interlocutore ai propri piedi, di norma seduto sulle piastrelle del bagno, disponibile alla conversazione.
Abbiamo cercato invano di spiegarli che la nudità, propria e altrui, è un territorio privato è prezioso, da non condividere in pubblico, tra l'arrosto il dolce.
Avremmo dovuto reprimerlo? Sgridarlo? Castigarlo? Non so. Abbiamo preferito tollerare il suo esibizionismo, nonostante lo sconcerto di qualche amico o parente, domandandoci dove, quelli spavaldi defilè, lo avrebbero condotto.
Un giorno, in totale solitudine, ha deciso che spogliarsi, in certe occasioni, era un'attività inutile, oltre che sconveniente, e che il gabinetto richiedeva raccoglimento e solitudine. E ha chiuso la porta, davanti agli ospiti.
Mio figlio piccolo mi mostra orgoglioso le sue grazie, spesso e volentieri, esclamando estasiato: "Guarda che bel pisello!". Gli ho fatto ripetutamente notare che è uguale a quello di tutti i maschi del mondo, ma lui continua a non capacitarsi della mia indifferenza nei confronti di quella mirabile appendice.
Bisogna arginare l'esuberanza e il pisello-centrismo di un treenne, prima che tracimino, trasformandolo in un adulto incontenibile pericoloso per se stesso e per le altre e gli altri? Credo di no, ma lo scoprirò vivendo, quando forse sarà troppo tardi.
L'altra mattina, dopo la doccia, mi stavo vestendo, nella solitudine della mia camera da letto, dietro una porta chiusa. Quando l'ho aperta ho trovato, proprio lì davanti, mio figlio maggiore, in piedi, vigile e impettito come un granatiere, o un mastino. "Cosa fai?" "La guardia". "A chi?". "Come a chi? A te, a mia madre". "E da cosa mi stavi guardando?". "Dal signore che sta aggiustando la lavatrice in cucina. Non si sa mai".
Avrei forse dovuto spiegargli che le donne non vanno protette o guardate, ma semplicemente rispettate. Che non ho bisogno di un granatiere alla mia porta, che me la cavo da sola, che a nove anni non deve preoccuparsi della virtù di sua madre ma coltivarsi le sue, di virtù. Avrei forse evitato che a Natale prossimo mi regali un burqua, da indossare in caso di guasti elettrici o idraulici, e che instauri, con la sua possibile futura fidanzata, nonché mia nuora, un rapporto di vigilanza più che di parità. E invece ho riso parecchio, prima di offrire un caffè al signore della lavatrice.
Il pudore dei bambini, e ancor più la sua assenza, sono piantine preziose e delicate che vanno maneggiate con cautela e cura.
I rischi di sbagliare sono ad ogni angolo e le conseguenze degli errori dei genitori, lastricano le strade e le vite dei figli, ben oltre l'infanzia e l'adolescenza. Camminiamo in equilibrio su un filo sottile, spesso aggrappandoci solo al buon senso, per cui nessuno ci ha mai veramente istruito.
In questo impervio cammino, tra nudità, esibizionismo e mastini, forse l'unica bussola e l'ascolto, l'osservazione e soprattutto, il rispetto.
Perché il rispetto è l'unica chiave capace di tenere chiusa la porta che separa il pudore dalla vergogna. E per diventare grandi c'è bisogno di un po' di pudore e di nessuna vergogna.

Claudia “Elasti” De Lillo