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domenica 15 ottobre 2017

Oliva ascolana "regina" del gusto Mediterraneo.

Se mi chiedete qual'è quel cibo, quella pietanza, quel gusto che più di ogni altro rappresenti il sole, il mare, il profumo, l'aroma dell'intero bacino del Mediterraneo, risponderei sicuramente l'oliva ascolana.
Nessun'altra pietanza racchiude infatti tutto ciò. Nessun altro sapore è in grado di rappresentare nella maniera migliore quella macro area, culla di formidabili civiltà e di enormi culture, anche e soprattutto alimentari. E ancor oggi, nel bene e nel male, il Mediterraneo ci abbraccia tutti, indistintamente.
Questo scritto vuole essere una piccola ode, un tributo, a questo incredibile concentrato di sapore, che non ha eguali in Italia e nel mondo e che per tanto tempo è stata bistrattata o addirittura disconosciuta dai tanti. E che all'estero è praticamente sconosciuta.
L'oliva ascolana nasce nella notte dei tempi. Ne scrivono addirittura i romani invasori dell'antica Ascoli, ma ha mantenuto nei secoli la sua connotazione, la sua particolarità. E perché proprio ad Ascoli? Semplicemente perché le olive ascolane fresche, le famose olive tenere ascolane, fin da allora si distinsero dalle altre per un particolare gusto e morbidezza della polpa.
Scrive Plinio il Vecchio: “Le olive picene e quelle dei Sidicini sono preferite a tutte le altre”
C'è chi le vuole di nobili natali perché nate per rispondere al lusso e a soddisfare il gusto delicato dei nobili; chi invece le vuole di umili natali, nel senso che inizialmente sembra essere stato il cibo dei contadini ascolani, che soprattutto d'inverno, terminate le feste natalizie, utilizzavano gli avanzi di carne pensando bene di inserirli dentro le olive, che crescevano in abbondanze sui pendii attorno Ascoli. I famosi 2 piccioni con una fava.
La ricetta originale del ripieno delle olive ascolane prevede infatti che si utilizzino 3 tipi diversi di carne – manzo, pollo e maiale – cotte insieme con gli odori, cioè un trito contenente anche sedano e rosmarino e macinato almeno 2 volte, per ottenere un impasto facilmente malleabile.
Ma non è finita qui! All'impasto viene aggiunto parmigiano, noce moscata e uova, tanto per rimanere sul leggero.
Ora arriva il momento dell'oliva. Viene tagliata a elica, a spirale, un'operazione che richiede una passione certosina e che comunque le brave “Vergare”, le padrone di casa ascolane, fanno con grande dedizione e passione. Questo tipo di taglio e preferibile perché permette all'oliva di mantenere la sua forma originale anche quando vi è stato inserito il ripieno.
Ora i laboratori ascolani che forniscono di olive ristoranti e gastronomie, ovviamente non le tagliano a spirale, bensì a metà, questo per motivi di semplicità e di razionalizzazione dei tempi, ma è interessante scriverVi che la ricetta originale prevede proprio questo tipo di taglio, che sommato ai tempi e alle modalità delle altre fasi di preparazione, rende l'oliva ascolana uno dei piatti dalla complicazione e dai tempi di preparazione più alti in assoluto. E chi l'avrebbe mai detto, vero?
E' infatti tradizione ascolana che durante le feste principali o quella del patrono, l'intera famiglia partecipi alla preparazione delle olive ascolane e in famiglia, si sa, la manodopera non costa nulla.
Quindi una volta preparato l'impasto e averlo inserito, sempre manualmente, nelle nostre belle olive tenere ascolane – che preventivamente avremo lasciato a bagno nell'acqua per almeno 12 ore - le passiamo prima nella farina, successivamente nelle uova e infine nel pangrattato.
A questo punto le nostre “regine” sono pronte per essere fritte. Immerse per qualche minuto nell'olio ben caldo, il tempo per farle indorare, vengono poi prese con una cucchiaia forata e posate su una carta assorbente per eliminarne i residui d'olio.
Dopo di chè ... pancia mia fatti capanna!
L'oliva ascolana ha il grande pregio di essere deliziosa sia così calda, appena tolta dall'olio, che fredda. Anche fredda infatti mantiene il suo gusto e la sua prelibatezza. Un autentico piacere per il palato dal gusto unico ed inconfondibile, l'”Oro di Ascoli” come l'ha definita l'amico Giuseppe Frollo che proprio a l'oliva ascolana ha dedicato tutta la sua vita di ristoratore e per la quale ha ideato e realizzato un DVD, dove racconta la sua storia e la sua preparazione, e al quale anch'io mi sono in parte ispirato nella redazione di questo scritto.
Quindi una pietanza complicatissima e laboriosissima da preparare, avete letto solo una parte dei passaggi, che scaturisce da una grandissima cultura e rispetto del cibo, che trova pochi eguali in altre parti d'Italia e soprattutto d'Europa.
E proprio questa cultura e questo rispetto che fa grande e unica l'oliva ascolana e la cucina italiana nel mondo.
E sempre questo aspetto universale mi porta a fare una riflessione: immaginatevi se l'oliva ascolana fosse lanciata nel mondo intero un pò come McDonald's ha fatto con gli hamburger.
O meglio, usando un termine molto in voga negli ambienti del marketing, se l'oliva ascolana fosse correttamente “brandizzata” e si lanciassero una catena di ristoranti o fast food nel mondo dove la si propone in esclusiva, magari affiancandovi le altre golosità fritte ascolane o italiane in generale.
Sono sicuro sarebbe un successo, non solo perché oggettivamente buona, ma perché rappresenta un cibo veloce da consumare, energetico, appagante e tutto sommato molto più sano di tante altre cose.
Ma questo rimane solamente un sogno ad occhi aperti di un vecchio mercante, goloso e sovrappeso come il sottoscritto.
Restando nella realtà consiglio a tutti di farsi un giro ad Ascoli Piceno, per gustare le deliziose olive ascolane e per visitare e fare shooping in una bellissima città.
A proposito, le olive ascolane si trovano anche in buste sul banco surgelati dei maggiori supermercati. Non è la stessa cosa ma sono buonissime e sfizziosissime lo stesso.
Buon appetito!



domenica 16 luglio 2017

Bruno Contrada mafioso mafiosissimo anzi no.

Mafioso, mafiosissimo, anzi no. E sul caso Contrada, in seguito alla recente pronuncia della Cassazione, si è scatenata la solita ridda da curva sud, aggravata questa volta dall’ipocrisia per cui i forcaioli di ieri sono diventati i garantisti di oggi o, nell’ipotesi meno pesante, si sono limitati a raccontare la vicenda in maniera secca, come Il Fatto Quotidiano. E c’è da scommettere che non mancherà chi, pur di svelenare, si appiglierà ai soliti discorsi antiformalisti: dirà, cioè, che una cosa sono gli appigli da legulei un’altra i fatti.
Come se la Corte europea dei diritti umani fosse un covo di Azzeccagarbugli. Come se, invece, la giustizia regnasse in Italia. Come se, a proposito di giustizia, la Corte d’Appello di Palermo non avesse preso uno svarione pesantissimo.
No, stavolta c’è una cosa che molti cronisti giudiziari, i quali a vario titolo si sono esercitati (e non poche volte accaniti) su questa storia, non hanno capito: il diritto fa parte del fatto. Perché è un fatto che Bruno Contrada abbia avuto determinati rapporti e abbia parlato con certe persone senza avere la consapevolezza di commettere un reato. E questo senza nulla togliere alla validità di quella nebulosa figura che è il concorso esterno in associazione mafiosa, senza cui molti amministratori infedeli e collusi ora starebbero al loro posto anziché in galera.
È lecita, anzi doverosa, una domanda, a questo punto: come mai c’è voluto tanto perché la Cedu scoprisse che le Corti italiane avevano violato un principio cardine dell’ordinamento giuridico? Si badi bene: non dell’ordinamento giuridico italiano, ma di tutti gli ordinamenti giuridici: il principio di legalità, secondo il quale una persona non può essere condannata o processata per un fatto se la legge non lo prevede prima come reato.
Il concorso esterno in associazione mafiosa iniziò ad essere elaborato in seguito al delitto Lima, uno degli episodi più terribili dell’infame stagione dello stragismo mafioso. «Hanno creato un clima infame», disse allora Craxi. Giusto: di quel clima ne ha fatto le spese anche Contrada. E con lui interi apparati dello Stato. Che andò in frantumi con la classe politica che lo dirigeva e che stava per essere travolta da Tangentopoli.
Contrada finì in manette per accuse relative a fatti che risalivano alla fine degli anni ’80, quando lui non era più il poliziotto che in più di un’occasione aveva messo Palermo a soqquadro, ma un big del Sisde. E questo passaggio impone un altro quesito: è possibile che un poliziotto dimostratosi capace, acuto e brillante, una volta entrato nei servizi segreti impazzisca e, di punto in bianco, si metta a trescare con i soggetti che dovrebbe ammanettare?
Il grande Montanelli, a proposito del caso Contrada, aveva formulato una domanda piuttosto provocatoria: «Si possono applicare agli uomini della polizia e dei carabinieri, e a maggior ragione a quelli dei servizi segreti, le stesse regole morali che valgono per i comuni cittadini? Il campo d’azione di questi uomini sono le fogne. C’è qualcuno capace di rimestare nelle fogne senza sporcarsi le mani e contrarne il fetore?».
Sempre per restare agli amarcord giornalistici, è doveroso citare un riferimento importante all’operato del Contrada sbirro. Importante soprattutto perché proviene da fonte insospettabile di tenerezze nei riguardi dell’ex poliziotto: Francesco Viviano, storica firma di Repubblica, una testata non proprio innocentista. Nel suo Il caso De Mauro, il giornalista siciliano mise a paragone l’operato di Contrada con quello di dalla Chiesa durante le indagini sulla scomparsa del celebre cronista dell’Ora di Palermo: in quell’occasione, il poliziotto, che aveva sperimentato anche alcune artigianali intercettazioni telefoniche, si era avvicinato alla verità molto più del giovane e promettente ufficiale dei carabinieri. Ma la reale differenza tra dalla Chiesa, demolito in vita da certa intellettualità gauchiste perché persecutore delle Br e piduista, e Contrada consiste in una sola cosa: la morte. Quella morte, cruenta, che, mutatis mutandis, ha beatificato anche Falcone, osteggiato da vivo in tutti i modi, anche dalle toghe rosse, che fino all’ultimo gliene fecero di tutti i colori.
Contrada, che ha tirato fendenti pesantissimi a Cosa Nostra, forse non è stato ammazzato perché nel suo caso l’ammazzatina non serviva. Già: un agente segreto (ché questo era quando avrebbe commesso le cose per cui fu arrestato) ha abbastanza peccati. Di più: una buona fetta del mestiere consiste nel peccare, sia in relazione ai parametri legalitari, sia in relazione a quelli etici. Le barbe finte hanno una
deontologia a parte, che si riassume in un solo concetto: lealismo, che è poi l’unico metro di giudizio con cui le istituzioni possono e debbono giudicarne il comportamento.
Quindi la domanda, che non si sono posti gli innocentisti (troppo indaffarati a usare Contrada come feticcio per la consueta e non disinteressata crociata contro la magistratura), né i colpevolisti (che in maniera altrettanto non disinteressata hanno preferito raccontare le cose di mafia come un western grossolano) è più sottile: Contrada è stato sleale nei riguardi di quelle istituzioni per conto delle quali doveva rimestare nel fango? Contrada ha parlato coi mammasantissima per dovere o, più prosaicamente, per farsi i fatti suoi? La vera risposta è qui che va cercata, se si vuole davvero scrivere la parola fine all’episodio più paradossale dei fatti di mafia. Il diritto ha stabilito che l’ex capo della Squadra mobile più in trincea d’Italia è innocente. È innocente come sbirro, perché da sbirro nulla gli si è imputato. È innocente come 007, perché il reato contestatogli all’epoca non esisteva.
Di questo non si è accorta la magistratura che lo ha prosciolto solo una volta, ma nel merito, cioè giudicando sui fatti come se il reato ci fosse.
Ma dalla cronaca non è emerso un altro dettaglio, tutt’altro che secondario: condannare Contrada avrebbe significato condannare l’intelligence in quanto tale. E questa considerazione vale molto più, in questo caso, di un tomo di Verri o di Beccaria. Solo una cultura come la nostra, abituata a demonizzare lo Stato a prescindere poteva insistere a oltranza sulla linea della colpevolezza. Ora il sipario è calato e i titoli di coda consistono in un’unica frase dell’ex numero due del Sisde: rivoglio il mio onore.

Saverio Paletta

domenica 7 maggio 2017

Da Le Ore a Men: storia della pornografia in Italia.

Primo punto: l’hard sta all’editoria ufficiale e perbene come certe lobby alle istituzioni ufficiali. C’è eccome, ma meglio non vantarsene troppo, non esibire. Tant’è: il primo ha mosso soldi e fatto girare le rotative allo stesso modo in cui le seconde hanno determinato eventi politici importanti dalla loro (non troppo) confortevole penombra.
Secondo punto: è esistita una circolarità perfetta, inconfessabile quanto si vuole ma innegabile, tra l’editoria porno e quella normale. Una circolarità fatta di personaggi, che sono passati, anche più volte e comunque con disinvoltura, dall’uno all’altro settore. Per dirla con un’immagine, dal salotto buono all’alcova più indecente.
Terzo punto: la pornografia ha inciso, dai retrobottega delle edicole, in maniera determinante sull’evoluzione del costume, molto più dei movimenti libertari e radical.
Quarto punto: il porno ha innescato un meccanismo autofago che lo ha portato al declino editoriale proprio nel momento in cui è diventato un elemento normale della cultura quotidiana.
Intendiamoci, non tutto il fenomeno, ma solo quello che Gianni Passavini, giornalista trasformato dal bisogno in pornografo, ha definito Porno di Carta, che è poi il titolo del suo bel volume uscito a novembre per i tipi di Iacobelli.
Passavini parte da sé stesso, cioè dalla propria decennale esperienza presso l’International Press, la casa editrice di Le Ore, per raccontare, attraverso la biografia di Saro Balsamo, l’editore e fondatore dell’International, la storia dell’editoria per adulti.
L’avventura di Passavini, un passato da cronista giudiziario tra gli eskimi delle redazioni militanti, alla corte di Balsamo iniziò nel 1982: «Allora, ancora non sapevo che quella scelta mi avrebbe cambiato così irrimediabilmente la vita. Ma dovevo farla, dopo che, per divergenze politiche, mi erano state imposte le dimissioni da redattore oltre che da direttore responsabile del Quotidiano dei Lavoratori, il giornale militante dove avevo lavorato praticamente gratis negli ultimi tre anni».
Dall’impegno politico e sociale al disimpegno erotico, anzi porno? Certo. Ma quello di Passavini non fu un tradimento dettato da motivi alimentari: nel 1982 quell’ambiente politico in cui lui e tanti altri si erano formati e da cui erano passati al giornalismo era in riflusso. Al contrario, l’impero di Balsamo era fortissimo.
Questione di generazioni e di fortuna: fai il’68 frequenti gli ambienti giusti, che poi sono quelli egemoni, e fai carriera; nasci un po’ dopo, oppure sbagli qualcosa nel tuo percorso, e ti ritrovi da Balsamo, se ti va bene.
Tanto più che il pornomagnate siciliano, che esibiva lauree non verificate e un titolo nobiliare che lo avrebbe apparentato addirittura a Cagliostro, non andava troppo per il sottile, per quel che riguardava la politica. Passavini era di sinistra, come gran parte della redazione dell’epoca. Ma Walter Peroni, cognato dell’editore e direttore di Le Ore, «alla fine degli anni Sessanta era stato uno dei più attivi ragazzotti della destra milanese».
Ma nessun problema, Balsamo accoglieva davvero tutti: «Gente come me, sessantottini, extraparlamentari di sinistra, ex partigiani che avevano sognato di fare la rivoluzione. Ma anche gente che era stata sulla barricata opposta e aveva sperato nel colpo di Stato. Senza dire dell’apporto delle donne: femministe impegnate, madri di famiglia trepidanti per un accenno di tosse dei loro pargoli».
A proposito di politica: quando Balsamo, fresco del successo delle sue riviste giovanilmusicali come Big, decise di tentare il salto nell’editoria per soli uomini (era il ’66 e di porno proprio non si poteva parlare) e fondò Men e Playmen, le prime due testate del settore, pescò alla grande nella redazione de Lo Specchio, settimanale di destra conservatrice e, per usare un termine dell’epoca, atlantica. Facciamo qualche nome: Marcello Mancini, Luciano Oppo, già guastatore e sabotatore della Rsi, Giò Stajano, Pierfrancesco Pingitore (già dirigente universitario del Msi e poi fondatore della compagnia teatrale Il Bagaglino), Armando Stefani, che proveniva da Tabularasa, periodico di eretici del neofascismo, e, dulcis in fundo Enrico de Boccard, il più interessante tra tutti i pornofascisti. Nobile di nascita, già repubblichino e poi missino, de Boccard era riuscito a farsi chiacchierare dalla sinistra in vena di dietrologie perché aveva organizzato nel 1965 il celebre convegno su La guerra rivoluzionaria che si tenne all’Hotel Parco dei Principi, dove aveva invocato, neppure troppo tra le righe, la necessità di un golpe anticomunista. Anche con Balsamo il vizio non se l’era tolto del tutto: nel ’67 andò a Tel Aviv a seguire la guerra dei sei giorni. Tornò con un reportage sui combattimenti, uno sulle prostitute e qualche soffiata per i Servizi. Tra una cosa e l’altra, curò l’edizione italiana della Psychopathia Sexualis di von Kraftt-Ebing e scrisse un Dizionario della letteratura erotica.
Con questa X Mas dell’erotismo convivevano senza problemi Luciano Massimo Consoli, il leader del movimento gay italiano, Milena Milani, autrice del libro scandalo La ragazza di nome Giulio, e l’anarchico-ateo Piero Cimatti. A tacere dell’ex azionista di origine ebraica Franco Valobra, finissimo intellettuale vicino al Partito radicale. Proprio a questa corte si formò Riccardo Schicchi, futuro mentore di Cicciolina, Moana e Eva Henger.
Già, recitava l’editoriale del primo numero di Men: «Noi non abbiamo santi in Paradiso, la politica non ci interessa se non per quel tanto che ci disturba».
E il porno? Roba innocente, che oggi non stuzzicherebbe nemmeno l’ultimo sito glamour. Ciò non bastò a evitare il sequestro ai primi otto numeri di Men e la galera a Mancini.
Era solo l’inizio di una lunga contesa giudiziaria, tutta giocata attorno alle interpretazioni degli articoli 528 e 725 del Codice penale. Anche Balsamo, che nel frattempo si era rimangiata l’indifferenza politica e si era messo a fiancheggiare il Psi e manifestava nei confronti di Craxi quella simpatia che sarebbe diventata amicizia stretta, passò i suoi guai: si fece la galera e un anno di latitanza all’estero, finito il quale si ritrovò senza giornali né casa editrice: glieli aveva soffiati sua moglie, Adelina Tattilo, stanca delle sue bizzarrie e, probabilmente, delle corna, che i bene informati riferiscono seriali.
A proposito di circolarità con l’editoria ufficiale e di contatti con la politica, val la pena di ricordare una chiacchiera che girò poco prima che Adelina silurasse il consorte: secondo Lo Specchio il Psi si preparava a stringere rapporti più stretti con Balsamo, che aveva dichiarato guerra alla Dc, attraverso Felice Fulchignoni, ex fascista e faccendiere, passato alla storia, oltre che per essere finito in manette durante Tangentopoli, per aver fondato Adnkronos, la seconda agenzia di stampa italiana dopo l’Ansa…
La ricetta di Men funzionava e il Nostro, bon vivant e spendaccione, lontano dal suo omologo americano Larry Flint, la replicò, a partire dal 1971 con Le Ore, che, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, sarebbe diventata sinonimo di pornografia. Dapprima fu il mix di nudi femminili e inchieste giornalistiche, che aveva già fatto la fortuna di Men (e al riguardo possiamo citare i topless di Patty Pravo), poi l’aspetto erotico prese il sopravvento, fino a scivolare, anche sotto la spinta di una concorrenza agguerrita (chi non ricorda Pop e La Coppia Moderna? ) e grazie a una giurisprudenza più benevola, verso il porno.
E qui parliamo di nuovo di donne. Non delle modelle, famose o meno, bensì delle redattrici. Fu Maria Jatosti, nel lontano ’75, a decidere il passaggio all’hard, dopo un lungo braccio di ferro con il direttore Giorgio Colorni. La Jatosti, background sinistrorso ed ex compagna dello scrittore Luciano Bianciardi, rilevò la direzione, mentre Colorni tornò, con tanto di autocritica, nelle file di quel Pci che aveva abbandonato per darsi all’erotismo…
Da allora in avanti, fu tutta una progressione che toccò l’apice negli anni ’80, quando bastava dire Le Ore per evocare zozzerie. E, con grande abilità, la rivista di Balsamo riuscì a bucare l’immaginario collettivo, attraverso due mosse: l’alleanza strategica con i francesi, cioè con Gabriel Pontello (il futuro mentore di Rocco Siffredi), che aveva organizzato una vera e propria factory in un teatro di posa parigino, e l’uso di starlette in declino, che accettavano di posare in servizi più o meno hard per il giornale, nel frattempo diventato patinato e costoso. Alcune, Karin Schubert e Paola Senatore, avevano già sfiorato l’hard senza lasciarsene coinvolgere. Per altre, Lilli Carati, era la prima volta. Per altre ancora, Tina Aumont e Minnie Minoprio, era solo un passaggio fugace, prima del definitivo addio alle scene: semplici pose di nudo in mezzo a figuranti che facevano ben altro. Ma la botta più forte all’immaginario collettivo Le Ore l’azzecca con la definitiva consacrazione di un personaggio: Ilona Staller, in arte Cicciolina. E non c’è bisogno di dire altro.
Il culto creatosi attorno alle riviste zozze creo un business miliardario, che tuttavia si incrinò a partire dalla seconda metà degli anni ’80. Il primo colpo fatale fu inferto dal mercato dell’home video, che mise in difficoltà prima le riviste e poi le sale a luci rosse. La botta finale arrivò nei ’90, quando i pc, i cd rom, poi i dvd e, infine, il web, fecero fuori definitivamente quell’editoria che aveva aperto i giochi a prezzo di durissime battaglie giudiziarie.
Le Ore chiuse, dopo un penosissimo declino, nel 2000. Balsamo sopravvisse al proprio impero di cinque anni, dopo aver anche tentato di riciclarsi nell’editoria normale. Era finita un’epoca.
Dal porno di carta a quello digitale c’è una distanza di anni luce: consumare il primo era trasgressione e prova iniziatica, guardonare il secondo, propinato ai limiti dell’anestesia sessuale, è una banalità.
Niente più collette davanti all’edicola vicino a scuola, niente più giornaletti nascosti nei fondi dei comodini, dietro i termosifoni e tra quei libri che venivano trascurati in nome di quelle - si fa per dire - letture maledette. Eppure, oggi che basta un clic, anzi un tap sul display, l’amarcord di Passavini risulta bellissimo. E non solo per la solita nostalgia, canaglia per definizione, ma perché Porno di Carta racconta, attraverso i consumi erotici, la differenza antropologica tra quegli italiani che certe cose le limitavano ai cessi e quelli che oggi le vedono in tv. Le tette agli italiani? Quando Balsamo cominciò, quasi non ce n’erano. Ora che sono persino troppe, verrebbe quasi il desiderio di una nuova censura pur di trasgredire a qualcosa.

Saverio Paletta

domenica 29 gennaio 2017

Carcere e civiltà: il pellegrinaggio per scontare la pena.

L'associazione si chiama Oikoten ed è in Belgio. Dal 1982 attua uno speciale programma di rieducazione per detenuti: il pellegrinaggio. Le mete sono due: Roma e Santiago di Compostela. Una giovane reclusa belga, Deborah, è stata coinvolta nel percorso di recupero e ha camminato dal suo paese fino a piazza San Pietro, dove ha salutato il Papa alla fine dell'udienza generale.
Una modalità davvero impensabile per il nostro ordinamento penitenziario. Scrive l'Osservatore Romano: "Da detenuta a pellegrina, da un quadrato di mondo visto da dietro le sbarre alle sconfinate prospettive di un cammino fisico interiore capace di convertire. Il suo modo di scontare la pena e trovare la strada
per reintegrarsi nella società sono stati", si legge sul quotidiano della Santa Sede, "quei 1700 km a piedi dal Belgio a Piazza San Pietro, per incontrare Francesco. La donna era accompagnata da Stephanie Nosek, con tanto di supervisione del giudice".
Il metodo, riferiscono al giornale vaticano i responsabili dell'associazione, "è ispirato al concetto cristiano, radicato nella tradizione medievale, di far vivere al detenuto un processo di conversione attraverso il pellegrinaggio, verso Santiago di Compostela o Roma. Ma è anche una forma molto moderna di misericordia".
Ogni anno Oikoten, predispone questo particolarissimo percorso di estinzione alternativa alla pena per 15 detenuti. I destinatari del programma vengono selezionati secondo un'essenziale requisito: devono essere giovani, come Deborah. Le distanze da percorrere a piedi, sarebbero insostenibili per chi non sia sorretto da un fisico in perfetta salute e appunto dalla giovane età.
"È una vera sfida per provare qualcosa al mondo e a se stessi: rappresenta una possibilità di riflettere sul passato e gettare le basi per il domani", aggiungono i responsabili di Oikoten.
Chissà se nell'assai più cattolica Italia, potrebbe mai trovare spazio una misura alternativa così legata alla crescita spirituale e quindi all'effettiva rieducazione del condannato.


sabato 17 dicembre 2016

Raccontare il male: Damiano Damiani e la mafia al cinema.

Titoli didascalici. Colori crudi, per rimarcare il senso di tristezza che pervade le storie. Personaggi piuttosto vivi, ma legati in maniera rigida a un ruolo. Ed ecco che il magistrato integerrimo e ingenuo convive col poliziotto non conformista, ansioso di giustizia e vendicativo. Ed ecco che i contrasti fortissimi tra le esigenze di verità dei puri, ciascuno a modo suo, e la corruzione esplodono sulla pellicola.
Sono le coordinate del cinema civile di Damiani Damiani.
Il regista friulano era approdato a questo genere particolare, molto in voga negli anni ’70, con il Giorno della Civetta (1969). E ne matura una propria personale lettura con il successivo Confessione di un commissario di polizia al procuratore della Repubblica (1971). L’influenza di Leonardo Sciascia, seminale in tutto il filone, continua, anche in assenza di riferimenti diretti, perché Confessione resta un drammone siciliano pieno degli silemi del grande scrittore di Racalmuto: la difficile ricerca della verità, soffocata da una realtà ambigua, i personaggi ipercaratterizzati, in cui potere e corruzione si mescolano in maniera indistricabile, come se l’uno non potesse esistere senza l’altra. Ma, a differenza degli altri grandi autori (Petri, Rosi ecc.) che pure si cimentarono con la narrazione sciasciana, Damiani mantiene una dimensione più popolare, che sarebbe esplosa in tutto il suo potenziale un decennio dopo ne La Piovra.
Infatti, in Confessione la suggestione letteraria - che comunque c’è, sebbene in sottofondo - cede il posto alla cronaca. E Damiani racconta la Sicilia di allora: quella, per capirci, in cui i sindacalisti venivano falcidiati come mosche, in cui l’ombra del sospetto non risparmiava neppure i vertici della magistratura, in cui la lotta per la giustizia era un affare per solitari Don Chisciotte.
Il 5 maggio 1971 cadono sotto i colpi dei sicari (stando alle dichiarazioni intercettate a Totò Riina in carcere, tra gli esecutori ci sarebbe stato Bernardo Provenzano) Pietro Scaglione, il procuratore capo di Palermo, e il suo agente di scorta Antonino Lo Russo. È l’esito tragico della carriera importante e difficile di un magistrato che si era occupato dei casi più complicati della storia dell’isola. Scaglione è stato riabilitato nell’ultimo decennio, ma, prima di morire, è stato uno dei magistrati più criticati e malvisti da una certa opinione pubblica di sinistra.
Nel film di Damiani gli esperti hanno voluto cogliere un riferimento anche a lui, visto che il personaggio del procuratore distrettuale Malta (interpretato da Claudio Gora) gli somiglierebbe sin troppo.
Il 1971 è anche l’anno in cui il sacco di Palermo, cioè la cementificazione selvaggia dei quartieri storici della città raggiunge l’apice, sotto le giunte Dc guidate da Vito Ciancimino. La ricostruzione storica e giudiziaria del periodo avrebbe confermato ciò che si sapeva e che parte della stampa, soprattutto L’Ora di Palermo, aveva già rivelato: l’iperattivismo edilizio era il risultato della convergenza tra potere politico, mafia e impresa.
Il 1971, infine, è l’anno in cui la mafia inizia a diventare una questione nazionale.
Logico che Confessione risenta del clima dell’epoca e lo riproponga.
Non raccontiamo tutta la trama solo perché il film di Damiani, nonostante i richiami violenti all’attualità, è un giallo e il finale dei gialli non si rivela. Se ne accenna quel che basta per incuriosire verso una pellicola che merita ancora di esser vista e meditata.
I protagonisti della vicenda sono Traini, un giovane procuratore (interpretato da uno smagliante Franco Nero, in quegli anni l’attore feticcio di Damiani) e il commissario Bonavita (un superbo Martin Balsam a cui dona tantissimo l’accento siciliano datogli dal doppiatore Arturo Dominici).
I due entrano in contrasto durante un’indagine su una strage compiuta da Michele Li Puma (il bravo caratterista Adolfo Lastretti), un ex killer di recente dimesso dal manicomio. Entrambi mirano a risolvere la brutta storia che, in apparenza, sembra solo la vendetta di un folle. Ma ciascuno a modo suo: il poliziotto sotto il pungolo di un’ansia di verità che lo spinge a forzare le regole, il magistrato con lo scrupolo del rispetto delle leggi. «Ma lei che farebbe se dovesse applicare una legge ingiusta?», chiede al riguardo Bonavita a Traini in una delle scene più belle.
I due protagonisti, in un clima di reciproca diffidenza, indagano sul palazzinaro Ferdinando Lomunno (a cui dà il volto Luciano Catenacci, uno dei più noti caratteristi dei ’70), un re del cemento in odor di mafia e legato alla peggiore politica. Esemplificativa di questo rapporto proibito è la battuta che Lomunno rivolge all’onorevole Grisi (il paffuto Giancarlo Badessi, volto notissimo delle commedie dell’epoca): «Non ti sta più bene? Dimettiti, passa all’opposizione: per uno come te che se ne va ne troviamo altri tre».
La vicenda si dipana tra colpi di scena che portano a un finale tragico e aperto che lasciano lo spettatore pieno di dubbi e di indignazione.
Sullo sfondo, una Palermo grigia e triste, dove gli spaccati di vita popolare danno il ritmo alla narrazione, scandita dalla musica drammatica di Riz Ortolani.
Il poliziotto e il magistrato, nel loro rapporto burrascoso, rappresentano due estremi: la sete di giustizia che sconfina nel desiderio di vendetta, che arriva ed è amara, e il rispetto del diritto, che può tradursi in impotenza («Conduca pure l’indagine», dice Malta a Traina, «ma con prudenza»). E la verità diventa disillusione in una frase di Traina: «Ma se davvero è così, come può la gente credere nelle istituzioni?».

Un interrogativo ancora valido ancora su certe dinamiche dell’Italia profonda che, oggi come allora, indossa i pantaloni a zampa d’elefante. Le mode cambiano e tornano. I vizi rimangono. Nell’era delle fiction manca solo chi sappia denunciarli con l’efficacia appassionante di Damiani.

Saverio Paletta

Fonte l' Indygesto.it


sabato 3 dicembre 2016

Autoerotismo.

Le idee sessuali, o desideri sessuali, che sorgono in un individuo quando è solo e non è influenzato dalla presenza del sesso opposto, sono dette auto-erotiche. Havelock Ellis dice che la masturbazione rappresenta soltanto una parte dei fenomeni sessuali, che dovrebbero essere raggruppati collettivamente sotto la voce "fenomeni auto-erotici" o fenomeni sorgenti nell'essere senza suggestioni dall'esterno.
La passione per il rapporto normale può venire anche sotto questa forma, quando sorge spontaneamente il desiderio di uno abituato al rapporto sessuale e separato temporaneamente dal suo compagno.
Il fantasticare costituisce una delle più semplici forme dell'autoerotismo. Si dice che questa semplice forma sia più comune nelle femmine che nei maschi; in questo sesso però non può raggiungere che una brama indefinita.
Le emissioni nel maschio, ed i sogni erotici con o senza orgasmo, (nella femmina, che non agli organi per la eiaculazione), sono anche detti polluzioni. Si tratta dei comuni "sogni umidi" che capitano normalmente al sesso maschile, dall'adolescenza al periodo matrimoniale, (ed anche dopo durante periodi di forzata astinenza); e dei corrispondenti sogni che si presentano nelle donne in piena maturità sessuale, qualora siano prive del soddisfacente coito. In tali condizioni queste auto-erotiche manifestazioni, non dovrebbero essere considerate anormali o innaturali.
Secondo il Dizionario medico illustrato americano di Dorland, la parola masturbazione è derivata dalla parola latina manus, ma l'uso della mano non è il solo metodo impiegato in tale atto. Frizioni di ogni specie, sia contro oggetti su cui uno siede o giace, ed anche con lo sfregamento fra le cosce della femmina, possono costituire masturbazioni nel senso più ampio.
In casi non usuali, l'orgasmo può venire spontaneamente per l'influenza di più alti centri, (pensiero), sui più bassi, (midollo spinale e corpuscoli genitali). Questa è talvolta detta "masturbazione psichica". Sono stati riportati casi di donne talmente sensuali, che solo la presenza di un uomo attraente causava loro l'orgasmo. Si dice che la masturbazione si verifichi dall'infanzia sino ad un'età piuttosto avanzata. Nei ragazzi è dovuta a qualche causa predisponente come una irritazione locale, e in tali casi l'eliminazione della causa eliminerebbe l'effetto.
Sono state accusate differenze significative circa l'insorgere della masturbazione, nei maschi e nelle femmine. Nei ragazzi, dalla pubertà all'età virile, ed oltre, tale pratica è generalmente di regola. Nelle ragazze si dice cominci più tardi e continui indefinitivamente, a meno che non venga sostituita da un soddisfacente coito.
La percentuale delle ragazze e donne giovani che cercano di soddisfare in questo modo ai compressi sentimenti sessuali, è minore di quella dei ragazzi e uomini giovani.
Tra i maschi c'è una tradizione che la masturbazione sia vile e possibilmente dannosa, e quest'attitudine aiuta la natura a considerare con un senso di vergogna e di colpa tale atto e a prevenirlo. Nelle donne, si dice che non vi siano tali tradizioni, e perciò nessun senso di vergogna e di rimorso esiste dopo. Forse questa è un'esagerazione, ma Ellis parla di un caso in cui una donna bene allevata e attiva in tutto, non si rese conto d'essersi masturbata per anni senza pensare di peccare, finché non lesse uno di quelli opuscoli ciarlatani, che richiamano la suggestione del diavolo nell'autosoddisfacimento. Il rimorso inutile così destato e tanto tragico quanto ingiustificato.
La concezione moderna circa la masturbazione praticata per desiderio di una cosa reale, contrasta spiccatamente con quella dei secoli XVII e XVIII. Ciononostante anche in anni recenti, e possibilmente anche ora, le cosiddette "autorità" avrebbero considerato la masturbazione come una malattia, attribuendola, ad esempio, ad una irritazione dell'uretra posteriore nel maschio.
Come materia di fatto, la masturbazione è in effetto una valvola di sicurezza, provveduta dalla natura stessa e non solamente per il genere umano, ma anche per molti tipi di animali inferiori. Anche i più reazionari ora ammettono che la pazzia e la causa e non l'effetto della masturbazione eccessiva.
Vi sono senza dubbio esempi in cui la masturbazione eccessiva causa danno, ma ciò interessa principalmente gli organi sessuali. Anche il mangiare eccessivo, l'esercizio eccessivo, il coito eccessivo danneggiano la salute. Certi individui, non possono resistere alla tentazione di bere o fumare eccessivamente, ma ciò non significa che non vi sia posto per l'uso temperato dell'alcool e del tabacco.
La masturbazione praticata moderatamente faute de mieux, (cioè non per preferenza, ma perché il coito pure intensamente desiderato, non può essere effettuato), non è cosa anormale, innaturale e nemmeno un'abitudine, non più di quel che sia il normale coito fra marito e moglie; è la semplice espressione di una urgenza biologica, e non dovrebbe essere condannata poiché non è nociva.
Solamente quando venga praticata in eccesso, presenta una base patologica che necessita di cure.


Lombard Kelly