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Il primo portale dedicato all'investitore italiano in Rep. Ceca e Slovacchia

mercoledì 13 novembre 2013

Lo stato è ladro e le regioni pure ! La rossa Emilia e la legge sui mercatini.


Che abbia la disgrazia di vivere nel peggior paese d'Europa e probabilmente del mondo, è ormai risaputo. Che lo stato italiano sia ladro e mafioso, compresi ovviamente tutti i suoi servitori, ladri mafiosi e parassiti, anche questo è risaputo. Ma quando un ladro è talmente scellerato nel metter mano al portafoglio di un poveretto, significa che quel ladro è ormai ridotto alla disperazione, e prima o dopo commetterà un gesto inconsulto.
Ed è proprio questa la situazione dello stato italiano, che tramite una sua indecente protuberanza, parlo della regione Emilia Romagna, arriva persino a voler ultra-regolamentare e tassare i mercatini dell'antiquariato e dei robi vecchi.
Parlo della legge regionale dell'Emilia Romagna n. 4 del 24/05/2013 che andrà in vigore il prossimo I° gennaio 2014, e che è una vera e propria mazzata a questo settore. Ora che nei mercatini dell'antiquariato si introiti del denaro è ovviamente fuori discussione, altrimenti non si spiegherebbe il fatto che migliaia di persone ogni domenica si alzano alle 4 di mattina per andare ad esporre, come è ovviamente fuori discussione il momento di approfondimento culturale e storico che queste kermesse rappresentano ; gli oggetti antichi e vecchi sono essi stessi momento di approfondimento culturale, prima ancora che di ricordo, e nei mercatini dell'antiquariato sono numerosissimi i banchetti che espongono vecchi libri, francobolli, corrispondenza, documenti e monete antiche.
Ora questa vergognosa legge che andrà in vigore il prossimo gennaio 2014, tende a parificare “l'attività”, volutamente virgolettata, di espositore dei mercatini, a quella del commerciante ambulante vero e proprio, questo, ovvio, con tutto il gravame burocratico che ne consegue e , ovviamente, per lo stato/regione ladro, con la corresponsione di tasse e balzelli. Siamo alla frutta !
Forse che i burocrati comunisti della rossa Emilia credono che nei mercatini si facciano incassi da migliaia di Euro a settimana ? Ma hanno visto la tipologia della merce in vendita ? Voglio ricordare a lor signori, burocrati ladri, parassiti e iper-pagati dalla regione/stato, che la merce usata e vecchia, ha già per sua connotazione estinto ogni obbligo di IVA, quindi non si vede il motivo di un'ulteriore tassazione indotta.
Poi vogliamo anche dire che i mercatini delle cose vecchie, rappresentano, oggi più di ieri, un sistema di sostentamento per alcune categorie svantaggiate come disoccupati, cassaintegrati, inoccupati, invalidi ecc.
Vogliamo anche parlare dell'indotto che creano ciclicamente ad ogni manifestazione nel comune dove si svolgono essendo seguiti da migliaia di persone, collezionisti o semplici cacciatori di affari, che visitano e consumano negli esercizi.
E poi, non per ultimo, i mercatini dell'antiquariato sono liberi in tutta Europa ! Non esistono gravami, limitazioni o tasse aggiunte per chi gli fa, e chi scrive gli ha fatti sia in Italia che in Austria, in Germania, in Rep. Ceca e Slovacchia ; si paga il plateatico all'organizzatore, che spesso e volentieri è collegato ad un ente pubblico come il comune, e si vende quello che si vuole, senza problemi.
Un bel colpo nell'occhio per i dirigisti burocrati della rossa Emilia. Ed è proprio questa deriva dirigista che ha preso lo stato che mi preoccupa, e alla quale si accodano stupidamente le regioni ; questa mania paranoica di voler regolamentare e normare tutto e tutti.
Noi nel Veneto non è che facciamo una bella figura da questo punto di vista. Anche noi abbiamo adottato la famosa legge dei “6 bollini”, firmata Giancarlo Galan il “libberista”, servo sciocco del Cavalier Berlusconi, e anche allora mi ricordo, sono passati oltre 10 anni, ci fu una discreta sollevazione popolare, con tanto di comitato e di raccolta di firme consegnate a Venezia. La legge non fu abrogata ma fortunatamente fu disattesa dalla maggior parte dei comuni veneti, che ancor oggi non la applicano per via di alcuni cavilli che praticamente danno facoltà al comune, di svolgere il mercatino dell'antiquariato in maniera “sperimentale” e non ufficiale, esonerando quindi la Polizia Locale alla verifica dei 6 permessi-bollini. Un escamotage questo che consente di svolgere mercatini regolari ogni settimana seguiti da tante persone e ai quali partecipano come espositori, anche molti residenti in Emilia Romagna.
E anche questa legge regionale n. 4 del 24/05/13 conterrà dei cavilli ? Sinceramente non lo so. So solamente che è una legge sbagliata in partenza, che se correttamente applicata distruggerà un settore che è patrimonio di tutti, cioè dire la trasmissione della storia e della cultura passata. Il fatto poi che qualcuno guadagni anche qualche Euro, non lo vedo per nulla scandaloso ma sacrosanto e corretto : è giusto che il lavoro e l'impegno siano remunerati. E' scorretto e delinquenziale che lo stato/ladro voglia guadagnarci sopra.
Di fronte a questi atti di prepotenza e di ottusità istituzionale, la ribellione è sacrosanta !



Links utili, da leggere :





mercoledì 6 novembre 2013

Modi di dire 18.


Si dice . . . “ essere il cavallo di battaglia “

Quando si parla del “cavallo di battaglia” di qualcuno si intende la cosa in cui la persona indicata riesce a dare il meglio. In particolare, in campo artistico, il personaggio in cui un attore, (o un brano musicale per un cantante), esprime al massimo il suo talento. L'espressione riconduce ai condottieri di un tempo : era infatti il destriero più coraggioso, affidabile e pronto ai comandi – tra quelli che erano stati addestrati – che veniva scelto per una situazione estrema qual era trovarsi in battaglia.


Si dice . . . “ trinariciuto “

L'aggettivo e sostantivo “trinariciuto”, letteralmente in possesso di tre narici, è un termine dispregiativo attribuito a persona dai caratteri non umani e pertanto ottusa, incivile. La parola fu coniata in chiave di satira politica nel secondo dopoguerra dal giornalista e scrittore Giovannino Guareschi, (1908-1968), celebre autore del ciclo di romanzi su Don Camillo e Peppone poi ridotti in popolari film con Fernandel e Gino Cervi. Guareschi attribuiva questa terza narice con funzione di scarico, “in modo da tener sgombro il cervello dalla materia grigia”, ai militanti del partito comunista, in sostanza accusati di pensare con la testa dell'apparato.


Si dice . . . “ è una doccia scozzese “

Si definisce “doccia scozzese” una sequenza di buone e cattive notizie o di fatti spiacevoli e piacevoli che si alternano rapidamente provocando opposti stati d'animo. Il riferimento è al trattamento idroterapico già in uso presso gli antichi scoti e tuttora utilizzato come stimolante della circolazione sanguigna e dei pori. Consiste in un'alternanza di docce calde, a 38°, e fredde, a 18°, della durata di circa 2 minuti che si prendono da un tubo del diametro di 2 cm. I getti d'acqua vengono passati sul corpo dal basso verso l'alto.


Si dice . . . “ avere delle remore”

Significa avere dubbi, riserve, impacci nel fare qualcosa, sia in senso fisico che morale. Il termine remora deriva dal latino è il suo significato originario è indugio. Ma remora, già anticamente, è anche il nome di un pesce della famiglia delle Echeneidae. Lungo circa 40 cm, questo pesce ha sul dorso una sorta di potente ventosa che gli permette di attaccarsi al ventre di grandi pesci o al fondo delle imbarcazioni. Ciò allo scopo di farsi trasportare senza fatica nelle zone dove poi l'animale preda. La credenza popolare riteneva un tempo che la presenza sotto lo scafo di questi pesci, rallentasse l'andatura delle barche ed ecco il motivo del loro nome.


Si dice . . . “ fare la civetta “

Il modo di dire “fare la civetta” o “essere una civetta” si rivolge a una femmina vanitosa che ama farsi corteggiare e attrarre ammiratori. Spesso il termine si estende a ciò che attrae l'attenzione, (candidato-civetta, lista-civetta, civetta come locandina delle edicole), o, al contrario, a ciò che deve passare inosservato, (auto-civetta, nave-civetta, ecc.). Di fatto la civetta, rapace notturno della famiglia degli Strigidi, fu a lungo utilizzata nella caccia come richiamo a causa delle sue strane movenze che attraggono le prede.


Si dice . . . “ essere una palla al piede “

L'espressione vuol dire essere di ostacolo, costringere con il proprio atteggiamento a fare più fatica del necessario nell'agire. L'immagine si riferisce alla grossa sfera di metallo che veniva incatenata al piede dei prigionieri, per impedirne o renderne meno agevole la fuga. Questa coercizione, in uso nei luoghi di pena nel XVIII e XIX secolo, era di per se anche una tortura, perchè causava ferite alle caviglie, con possibili infezioni, dovute alla mancanza di cure e alle scarse condizioni igieniche.

Si dice . . . “ avere una pazienza certosina “

L'espressione vuol dire essere dotati di scrupolo, concentrazione e precisione nel portare a termine un lavoro. Il riferimento è all'ordine religioso dei certosini fondato nel 1084 da S. bruno di Colonia nella chartreuse, (in italiano certosa), nelle Alpi francesi. I certosini, nella loro regola basata sulla meditazione e lavoro, si distinsero come eccellenti copisti, falegnami ed ebanisti, lavori che richiedevano quindi tanta pazienza. Nel campo della decorazione del legno si apprezza tutt'ora la loro “tarsia alla certosina”, una lavorazione di particolare pregio.


Si dice . . . “ essere la pietra dello scandalo “

Essere la pietra dello scandalo”, dal greco “skandalon” ostacolo inciampo, vuol dire dare un cattivo esempio, esporsi a critiche per il proprio comportamento. L'espressione si riferisce a una grossa pietra che si trovava nella Roma di Giulio Cesare di fronte al Campidoglio. Dovevano sedercisi sopra i falliti o chi non avesse onorato i propri debiti. Essi dovevano gridare “cedo bona!”, (svendo i miei beni), alzandosi e sedendosi violentemente per 3 volte. Ciò estingueva le loro colpe. Ve n'era una anche a Firenze, sotto la Loggia del Mercato Nuovo. Sopra essa i mercanti falliti, nel '500, venivano sbattuti per forza a sedere nudo per 3 volte.


Si dice . . . “ perdere la tramontana “

Vuol dire perdere la pesta, andare in collera. L'immagine del modo di dire è di origine marinaresca : prima dell'invenzione della bussola i naviganti si orizzontavano con la stella polare, chiamata Tramontana come il vento che proviene da nord. Quando essa non era visibile a causa del cielo nuvoloso, l'orientamento era impossibile e smarrire la rotta era dunque molto facile. Non a caso un'espressione simile è “perdere la bussola”.

Si dice . . . “ avere fegato”

Significa essere coraggiosi nell'affrontare i pericoli. Ciò perchè il fegato un tempo, (nell'antica Grecia, ad esempio), era considerato la sede della forza, della caparbietà e dei sentimenti, in particolare della passione fisica e dell'ira. Emblematico in tal senso è il mito greco di Prometeo, titano che rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini contro il volere di Zeus. Scoperto il furto, Zeus fece incatenare Prometeo a una rupe e dispose che ogni giorno un'aquila gigante giungesse a divorargli il fegato, che ogni notte ricresceva di modo che il rapace potesse divorarlo il giorno dopo.

sabato 2 novembre 2013

Si ritorna a parlare di ridurre la soglia del contante. A chi giova ?


Secondo quanto riportato dalla Reuters, il Ministro Saccomanni avrebbe espresso la volontà da parte dell'esecutivo di ridurre ulteriormente i limiti di utilizzo del contante. 
Nell'agenzia si legge: 
Il governo intende ridurre la soglia massima di pagamento in contanti, attualmente posta a 1.000 euro."Questo è un punto su cui l'Italia resta indietro ed è un punto su cui vogliamo intervenire", ha detto il ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni, durante un'audizione in Parlamento sulla legge di Stabilità.
Di seguito vi propongo alcune riflessioni, in parte già ospitate su numerosi articoli presenti sul blog.
Nella vita comune, l'utilizzo del denaro contante è  una delle cose più normali che esista. La possibilità di utilizzare denaro contante per compensare transazioni commerciali, costituisce elemento di libertà di  ogni essere umano, oltre che motore di sviluppo alla crescita economica e al benessere collettivo.
Quotidianamente, avvengono milioni e milioni di transazioni che hanno come contropartita l'utilizzo del denaro contate,  senza il quale, con ogni probabilità, parte di queste non avverrebbero mai, o avverrebbero in maniera sensibilmente ridotta
L'utilizzo del denaro contante è semplice, è pratico, è efficace, è veloce e non è costoso.
Questo, unito alla possibilità di utilizzare anche altre forme di pagamento che il progresso tecnologico ha reso disponibile, contribuisce ad elevare il grado di efficienza della società e delle pratiche commerciali le quali, a seconda dei casi, richiedono strumenti di pagamento più o meno consoni a talune tipologie di spese

Ridurre o eliminare del tutto l'utilizzo del denaro contante nelle pratiche commerciali, implicherebbe che chi ha uno stipendio, ad esempio, dovrà riceverlo obbligatoriamente in banca. Così come ogni sostanza contante di cui si dispone, dovrà essere depositata in banca, e da lì spesa attraverso la moneta elettronica.

Di colpo, grazie ad un atto normativo, il cittadino verrebbe privato oltre che di questa forma di libertà (cioè quella di utilizzare il contante), anche dell'unica forma di dissenso a sua disposizione nei confronti del sistema bancario. Per contro, le banche verrebbero graziate in quello che per loro costituisce il vero e proprio incubo: la corsa agli sportelli.

A quel punto, essendo il denaro smaterializzato e sostituito con un algoritmo astratto e intangibile, ne deriva che se non esiste moneta contante da scambiare e da prelevare, viene meno anche il pericolo che la popolazione possa chiedere la restituzione di ciò che non esiste. E' evidente, e le banche festeggiano.
Nel corso dei secoli, la necessità degli stati e quindi della politica, di contare sempre più sull'appoggio del sistema bancario per il finanziamento degli abusi di spesa della macchina statale e dei privilegi di politici (spesso corrotti ed incapaci), ha favorito l'instaurarsi di  una connivenza simbiotica tra la politica e il sistema bancario. Ciò  per reciproca convenienza: quella della politica di poter contare sui favori dei banchieri; e quella di quest'ultimi, di poter godere di  un quadro normativo di  favore per incrementare i propri affari e, in caso di dissesti, contare sull'interventismo statale.


Il denaro, per il sistema bancario, è elemento sul quale fonda i propri affari: in buona sostanza è la merce da vendere.  Avere il controllo e la gestione di tutto il denaro, per la banca, è un moltiplicatore del proprio business e quindi di redditività.
In un sistema basato sulla riserva frazionaria quale è il nostro, accade che i 1000,00 euro che vengono depositati in banca,  possono  diventare (per il sistema bancario) fino a 100.000, ossia cento volte tanto. E ciò è possibile per l'effetto moltiplicativo  dei depositi. Siccome sulle somme depositate la banca è tenuta ad accantonare solo l'1% del deposito (nel nostro caso 10 euro, l'1% di 1000) per far fronte ad eventuali esigenze di cassa e richieste di rimborso delle sostanze depositate, ne consegue che le altre 990 possono essere  immesse nuovamente nel sistema, mediate la concessione di prestiti. A questo punto i 990 euro concessi in prestito, vengono nuovamente depositati sul sistema bancario e la banca, dopo aver provveduto ad accantonare un'altro 1% (9.90 euro in questa seconda fase) della somma depositata,  avrà nuovamente a disposizione 980.10 da poter  concedere di nuovo in prestito, e così via fino a che non si sarà esaurito l'effetto moltiplicatore sul deposito iniziale. Ossia fino a quando non si sarà prodotta moneta virtuale per 100.000 euro a fronte dei 1000 euro di deposito reale iniziale. In sostanza, per ogni mille euro di deposito, la banca potrà moltiplicare fino a 100.000 euro la materia oggetto dei propri affari: il denaro. 

Sulla massa di prestiti concessi, in questo caso 99.000 euro,  la banca trae un enorme profitto applicando un tasso di interesse che chi ha usufruito del prestito  dovrà rimborsare a determinate scadenze, unitamente al capitale preso in prestito. Alla luce del ragionamento appena esposto, risulta del tutto agevole comprendere l'interesse da parte del sistema bancario affinché si giunga alla completa eliminazione della denaro contante. Tanto meno sarà il contante in circolazione, tanto più elevata sarà la possibilità riservata alle banche di incrementare il proprio giro d'affari e aumentare a la redditività prodotta, che si traduce in bonus milionari pagati ai super manager.


Il sistema bancario così deterrebbe in deposito la maggior parte della ricchezza del paese. Deterrebbe in custodia i vostri investimenti in titoli, azioni, obbligazioni, i preziosi custoditi in cassette di sicurezza, e ora anche il denaro che, obbligatoriamente, deve essere depositato sul conto corrente.


Siccome le pretese impositive dello Stato 
si fondano su imponibili di cui lo Stato stesso ne dovrebbe conoscere le dimensioni e la collocazione, se ne deriva che lo Stato non potrebbe tassare ciò che non conosce, come ad esempio il denaro contante che voi custodite a casa. Almeno fino a questo momento.

Il pericolo è proprio quello di essere obbligati, tramite un provvedimento di legge, a privarsi dell'utilizzo del contante, per rendere la macchina coercitiva del fisco ancora più efficiente, funzionale, perfetta e micidiale.

Tra qualche giorno,  le banche italiane dovranno trasmettere all'anagrafe tributaria tutte le movimentazioni dei nostri conti correnti. Lo stato, con un semplice click, potrà conoscere in tempo reale ogni vostra ricchezza: sia la sua collocazione, che la sua dimensione complessiva. Ricchezza incrementata, ovviamente, dai depositi di denaro contante che, oltre a far aumentare la base imponibile da colpire con un'eventuale imposizione patrimoniale, offre allo Stato la garanzia del buon esito della sua pretesa tributaria.


Quindi, in questo caso, avrebbe a sua completa disposizione ogni forma di ricchezza, e potrebbe tassare, confiscare ed espropriare, ogni importo a suo piacimento, desiderio e necessità, sia per salvare chi tale ricchezza la detiene in deposito (le banche), sia per salvare se stesso e i privilegi del manipolo di gerarchi da un eventuale bancarotta.

Anzi, questo pericolo è quantomai reale e percepibile al punto che buona parte della nomenclatura politica del paese non nasconde affatto il desiderio di applicare un'imposta patrimoniale.
Volete un esempio su cosa potrebbe fare lo stato con il vostro patrimonio? Bene, basta prendere ad esempio Cipro. La cosa più semplice da fare è proprio quella di aggredire il deposito sui conti correnti. Sono sostanze disponibili e quindi per definizione idonee ad essere immediatamente trasferite, dal conto corrente alle casse dello stato.E poi se lo Stato è fortunato e a voi vi dice male, sul conto corrente potrebbe anche trovare un saldo particolarmente elevato derivante dal mutuo che la vostra banca
, magari, vi ha accreditato qualche giorno prima per comprare la vostra casa o finanziare la vostra attività. Quindi un "extragettito" per lo Stato, una maggiore rapina per voi, su dei patrimoni a debito che dovrete rimborsare alla banca.La cosa vi sorprende? Nel 1992, con la patrimoniale di Amato, è accaduto proprio questo. Aziende e famiglie di sono viste confiscare ricchezza su delle somme derivanti da un finanziamento concesso dalla banca e temporaneamente depositato sul conto corrente bancario. Vi sembra giusto?

Volete un'altro esempio? Eccovi serviti. Parte della politica, ad esempio, come dicevamo, non nasconde affatto l'idea che sarebbe favorevole ad un'imposta patrimoniale sui grandi patrimoni. A parte il fatto che non si forniscono chiarimenti su cosa debba intendersi per patrimonio, ossia se si dovranno considerare beni immobili, mobili, investimenti, aziende ecc., il sospetto è che, quando si accorgeranno che il gettito derivante da un'imposizione patrimoniale sarà molto ridotto, probabilmente, abbasseranno di molto il livello di patrimonio dal quale far scattare l'imposizione al fine di aumentare la base imponibile.

Paolo Cardenà

Leggi QUI l'articolo originale.

lunedì 28 ottobre 2013

Il nostro tempo è denaro degli altri.

Arrivò a Milano a metà degli anni 80. Si era appena laureato in matematica, veniva da Reggio Calabria e doveva fare un colloquio di lavoro. Nello spot dell'amaro Ramazzotti, una radiosveglia trillava entusiasmando l'intero universo: un'altra "giornata che non è mai finita” iniziava nella Milano da bere.
"Forse era destino", mi dice oggi Francesco Triglia, "ma la prima cosa che notai furono gli orologi pubblici. Erano tanti, verdi, rotondi. In corso Buenos Aires ne contai tre in pochi metri e mi bloccai per controllare se scattavano in sincrono. Ero stupefatto. Non sapevo che sarebbero stati la mia vita".
Venticinque anni dopo, il dottor Triglia, è direttore generale di Ora Elettrica, la compagnia che per oltre 80 anni, dal 1929 al 2011, si è occupata di fare funzionare gli orologi pubblici della prima città italiana, ad istituire una rete elettrica oraria, la più antica ed estesa d'Europa. Da due anni, però, la gestione è passata di mano. Passeggiando racconta dell'orologio atomico di Mainfilingen in Germania, e di quello del Galileo Ferraris di Torino; spiega che la pausa lunga nel "segnale orario RAI", annuncia lo scoccare del minuto; parla di satelliti, computer e di orologi "master & servants".
Rievoca l'epoca d'oro dell'orologeria industriale: "La precisione era fondamentale, i badge non esistevano e bisognava timbrare il cartellino. Una rete di cavi collegava tutti gli apparecchi della città e squadre di addetti erano al lavoro ogni giorno per monitorare, riparare, sostituire". Poi si arresta: "Ecco, guardi, lo sapevo: quello lì è avanti due minuti… Quello invece è indietro… Ma lo sa che ne ho visti alcuni che sono ancora fermi all'ora legale ?"
 
Forse gli orologi pubblici non servono più. Sopravvivono come arredi retrò. L'ora esatta non bisogna cercarla, ci cerca lei. E sui telefonini, alla radio, in TV, su ogni pagina aperta di Internet, sul cruscotto delle auto e sui display delle moto. Gli orologi da polso si sono trasformati in gioielli. Accade al tempo quello che capita alla vita: un'erosione progressiva della distinzione tra sfera pubblica e privata. Ogni gesto lascia una traccia e, quindi, diventa pubblico.
È un'estinzione lenta, progressiva, ma è da molto che galli, campane, muezzin, sirene delle fabbriche, hanno smesso di farsi sentire e scandire l'esistenza. Al loro posto è rimasta un'estenuante giornata che non finisce mai - come nello spot dell'amaro Ramazzotti - e rimane a disposizione di chi riesca a catturare la nostra attenzione.
Il primo orologio pubblico di Milano, entrò in funzione il 1 gennaio 1875. Doveva misurare il tempo comune. "Per decenni il nostro referente", spiega Triglia, "è stato il Demanio e Patrimonio, l'Assessorato alla casa. Adesso gli orologi sono passati all'arredo urbano, quello che si occupa di pubblicità". Passeggiamo per corso Vittorio Emanuele, a pochi passi dal Duomo. Fa freddo. La gente cammina veloce. In pochi metri ci sono tre orologi. "Li vede?", indica Triglia, "due sono in acciaio, ma uno è grigio. Sono tutti diversi, ormai. Ma non è questo. È che noi eravamo orologiai prima di tutto. Stavamo attenti a non raccogliere troppa pubblicità di agenzie di pompe funebri e sexy shop, e c'era una legge non scritta: nel corso la pubblicità non doveva esserci".
Ora è sotto ogni orologio. Tempo e commercio coincidono. Non è soltanto lo spazio pubblico, e anche il tempo pubblico a essere diventato compiutamente pubblicitario. Il nostro tempo è denaro degli altri.

Giacomo Papi

mercoledì 23 ottobre 2013

Il piccolo paniere Istat del crack finanziario.


La cosa migliore della fine del mondo è che ti sospinge a pensare a ciò che ti serve, per molte ragioni, tra le quali l'amore. E ti costringe a ridare attenzione alle cose. E' questo il cuore di theburninghouse.com, il sito che raccoglie foto di oggetti da salvare in caso di incendio.
E' questa la scoperta di un piccolo gioco-sondaggio che ho svolto via sms tra amici : “Cari tutti, la grande depressione è in arrivo. Immaginate di andare a vivere in campagna, con una mucca, api e galline. Nel gioco potete portare 5 oggetti concreti, (persone e capolavori sono vietati), che possono essere anche inutili, se per voi necessari. Se vi sembra una decisione troppo difficile andate a contare i flaconi del bagno. I miei sono 71, medicine escluse. Adesso tirate un bel respiro. E' giunto il momento delle scelte”.
La risposta è stata immediata. Sms dopo sms l'umanità si è divisa tra apocalittici e serafici, diradando la selva intricata e colorata delle merci, per lasciare intravedere un paesaggio nascosto. Hanno vinto i libri (16), precisamente la Bibbia e l'opera omnia di Shakespeare (ex aequo con 3 voti), mentre in 8 hanno scelto matite, carta e inchiostro. Al secondo posto i computer (10). Al terzo, la prima sorpresa, le biciclette (8) stravincono il confronto con automobili (2) e Vespe (1). La chitarra ottiene ben 4 voti (1 il pianoforte), come sigarette, cioccolato e radio. Nessuno, invece, ha scelto la TV. Il fuoco ha avuto 5 voti (tra pietre focaie e accendini), le torce a manovella 2 e i pannelli fotovoltaici 3.
Le armi hanno avuto 4 preferenze, le medicine solo 1 come scheda Sky e telefonino. Ci sono anche 4 coltelli, 5 pentole, vanga, badile, sega, kit da cucito, lavastoviglie e frigorifero. Uno si è ricordato la moka, un altro il secchio, (se no come mungi la vacca ?). I gatti sono 2, il cavallo è 1 solo. Nei cibi stravincono i semi (5). Uno salva una pianta di vite. Uno la grappa. Un altro “birrette”. Compaiono anche spaghetti al pomodoro e farina.
Sul versante “tempo libero”, i giochi sono 7 (tra cui 2 palloni, 2 pupazzi, backgammon e Wii) ; scarpe, abiti e gioielli 10 (menzione speciale per : “il vestito di Lanvin di mia nonna”) ; tra correttori, creme contorno occhi, trucchi, rimmel e il “mio beauty case” si arriva a 7 voti. Gli stessi che hanno ottenuto le fotografie, (dei miei cari, per ricordarmi chi ero, di mia madre da ragazza).
E' un campione minimo. Vero. Ma è una specie di piccolo paniere Istat del crac finanziario dove non ci sono televisioni, le auto sono due e il telefonino solo uno. Mancano, cioè, le tecnologie che utilizziamo di più, quelle di cui siamo più schiavi. Non è questione di tornare all'indispensabile, come predicano i profeti della decrescita. La povertà continuerà in eterno a essere brutta, (un sms : “Contro la grande depressione, mi porto gli antidepressivi”).
E' questione di sgombrare lo sguardo e ritrovare attenzione per ritornare a scegliere nella propria vita come al mercato. In molte risposte, soffiava più gioia che in un grande magazzino di lusso alla vigilia di Natale per questa ragione. Come canta in Apocalissex Kiki Kawasaki, cantante giapponese nipote del grande poeta : “La fine del mondo sarà un vero casino se ti scordi spazzolino e telefonino”. Ha dimenticato che cosa le rispondeva il nonno quando da piccola insisteva per avere un regalino : “Un giorno la serpe prese casa e diventò lumaca. La gazza rubò tant'oro da non poter volare”.

Giacomo Papi


giovedì 10 ottobre 2013

La gita in Autogrill.


AZNALUBMA è assurdo, ma un po' lo capisco: qualche scimunito completo in giro c'è sempre. La sequenza sarebbe: avvisti nello specchietto un veicolo bianco con la sirena urlante, una croce e una scritta, e ti chiedi: "che cosa sarà mai ?"
A quel punto leggi, e capisci: "Toh, guarda! È un'ambulanza!… Un' aznalubma!" C'è gente che schiatta se non legge le istruzioni su come respirare, scrivere al contrario perché nel riflesso la scritta appaia diritta mi pare perdonabile, benché eccessivo. Quello che, invece, mi manda ai pazzi e leggere sull'asfalto dell'autostrada "Servizio di Area" invece che "Area di Servizio". Ad alta velocità si fa in tempo a leggere solo dal basso verso l'alto. Invece io so leggere in un unico modo, dall'alto in basso, e servizio di area mi fa pensare a un'espressione gergale del tennis. E poi, nessuno sfreccia a 800 km all'ora, non siamo Beep Beep e Willy Coyote, nessuno si muove così in fretta da trasformare il paesaggio in una poltiglia visiva indistinta come nei cartoni animati. E allora perché? I cartoni animati centrano qualcosa?
Il primo autogrill italiano non si chiamava autogrill, il marchio arrivò solo nel 1977. Spuntò sulla Milano-Torino nel 1947, a Veveri, nei pressi del casello di Novara. L'industriale dolciario Mario Pavesi aveva pensato di costruire sull'autostrada un punto vendita per i suoi biscotti. L'architetto era Angelo Bianchetti. Il successo fu immediato. Motta e Alemagna lo imitarono con gli architetti Melchiorre Bega e Angelo Casati, e presto arrivarono gli autogrill a ponte, sospesi come serpenti volanti su entrambe le corsie di marcia. Per gli automobilisti degli anni 50 e 60 rappresentarono il nuovo, anche se il modello era antichissimo: le osterie con le stazioni di posta e il cambio dei cavalli, i bordelli sulle vie dei pellegrini e le oasi nel deserto. Ma il modello - sosta e consumo, parcheggio e carrello - preannunciava anche noi.
Preparava i supermarket e i centri commerciali di oggi. A essere nuova era l'estetica, perché nuova era l'ideologia che l'aveva partorita.
La scelta doveva essere sempre strabordante e la merce universalmente accessibile, voluttuosa proprio perché voluttuaria, una sfilata di transistor, spumanti, pupazzi, cioccolati e salami. Era un mondo pragmatico dove si correva veloce e si consumava correndo.
Racconta un signore che nel 1960 aveva 10 anni: "La domenica con la mia famiglia andavamo in gita all'autogrill Pavesi di Lainate per mangiare il panino Quick, veloce, che era poi l' hamburger di McDonald's". La storia scivolava sotto le gomme come un nastro d'asfalto, e bisognava sbrigarsi, perfino a mangiare - glup ! - come nei cartoni animati. L'idea di ribaltare la scritta - Servizio di Area - forse venne allora, in un'epoca che si concepiva veloce come un cartoon americano, ma che era ancora popolata di persone poco alfabetizzate che leggevano con lentezza. Era una ingenuità ottimista ma triste, un po' da fumetto, che provoca un po' di nostalgia.
Dopo decenni di elogi della lentezza, citazioni di Pasolini e presidi Slow Food - di nostalgia per l'Italia povera contadina, insomma - oggi che stiamo diventando poveri davvero si inizia provare rimpianto per quando eravamo ricchi e fiduciosi.
"In quinta elementare, come regalo di promozione", continua il signore che nel 1960 aveva 10 anni, "mio papà promise di portarmi a mangiare il Quick in autogrill. Non ce la fece mai. Ho aspettato quel momento per tutta la vita. È stata la delusione più grande della mia infanzia".
È la trama esatta di "Gita al faro" di Virginia Woolf, trasportata all'epoca del boom. "La nostalgia è tempo che si è fermato", scrisse Junichiro Kawasaki, poeta, all'amico Gafyn Llawgoch, anarchico, "è il seme ha nostalgia del cielo, mai della terra".

Giacomo Papi


sabato 5 ottobre 2013

Gli ingredienti vincenti della formula Ferrari.


Qui, alle pendici degli Appennini, vengono costruite le auto più belle e desiderate. Qui ha sede la squadra più vincente nella storia dell'automobilismo, qui vengono rivoluzionate le leggi che regolano domanda e offerta, creando una scarsità artificiale vendendo sempre meno di quanto il mercato richieda. Recentemente a Maranello si è tenuto un incontro con circa 300 testate provenienti da oltre 35 diversi paesi, per capire cosa fa della Ferrari un'azienda unica nota in tutto il mondo, quali sono gli ingredienti della "Formula Ferrari".
A illustrare "la ricetta" Ferrari il suo presidente Luca Cordero di Montezemolo, in carica dal 1991 quando tornò da numero uno in quell'azienda che lo aveva visto giovane team manager a metà degli anni 70, un periodo in cui riportò alla vittoria la Scuderia Ferrari con ben tre titoli costruttori e due piloti.
Al suo ritorno Montezemolo trovò un'azienda orfana del suo fondatore, Enzo Ferrari era scomparso nel 1988, ancorata al nome ma che, come ha ripetuto spesso, era come "una grande attrice da un grande passato, cui nessuno offriva più una parte".
Montezemolo rifondò l'azienda rifocalizzando il prodotto sulle caratteristiche di innovazione ed esclusività che aveva un po' perso, rifondò la squadra di Formula Uno che doveva tornare a vincere ma, soprattutto, rimise al centro le persone che, come ha più volte sottolineato, "sono il principale patrimonio della Ferrari".
Concetto ripreso in apertura dell'incontro di Maranello parlando delle 3000 persone provenienti da 29 diversi paesi che sono al centro di Formula Uomo. E questo il nome della filosofia di gestione dell'azienda, ispirata da Montezemolo, che prevede che le persone siano il fulcro perché "per costruire vetture straordinarie, ci vogliono persone altrettanto straordinarie che devono poter lavorare in ambienti a loro dedicati".
È per questo motivo che nel campus di Maranello, dove le vetture del Cavallino Rampante vengono progettate e realizzate in tutti i passaggi produttivi - dalla fonderia al prodotto finito pronto per essere consegnato in 61 mercati nel mondo - abbondano luce naturale, controllo della qualità dell'aria e del rumore, ergonomia degli spazi e aree verdi persino all'interno delle officine.
Le attività produttive sono un mix perfettamente bilanciato, di artigianalità e tecnologie avanzate, dove l'abilità e la qualità delle persone vengono esaltate nel lavoro quotidiano, mentre alle macchine vengono lasciati i compiti più pericolosi e ripetitivi.
Alla domanda su quali siano gli ingredienti della formula Ferrari, Montezemolo ha così risposto: "il nostro spirito di squadra, la nostra passione, la nostra tecnologia estrema e la nostra esclusività".
Fondamentali gli investimenti in innovazione, una delle chiavi di volta del successo della Ferrari - nessuno dei modelli in gamma segue le stesse linee di design, ognuno è unico: dalle 12 cilindri come la FF alle otto cilindri come la California, ancora il modello più venduto negli Usa. Montezemolo sintetizza la strategia dell'azienda dicendo che oggi produce, "diverse Ferrari per diversi ferraristi, ovvero sempre vetture sportive ed esclusive, ma con missioni e architetture diverse per soddisfare ogni esigenza".
A proposito di esclusività Montezemolo ha annunciato di non voler aumentare il numero di Ferrari stradali prodotte nel 2013, che sarà inferiore alle 7000 unità. "Voglio che Ferrari resti esclusiva" -ha spiegato. "Una Ferrari e come una bellissima donna, deve valere la pena di farsi desiderare. Mi rifaccio a ciò che ho imparato da Enzo Ferrari: se produciamo meno non inonderemo il mercato e ciò renderà anche le nostre vetture usate più desiderabili". Questo a fronte di risultati economici straordinari che la Ferrari continua a mettere a segno, tanto che dopo il 2012, il miglior anno della storia, anche il primo trimestre 2013 si conferma in crescita. Un totale di 1798 vetture stradali vendute, escludendo le prevendite de LaFerrari, per un incremento del 4% rispetto al primo trimestre del 2012. Anche i ricavi sono aumentati fino a 551 milioni di euro, un aumento del 8%. L'utile della gestione ordinaria sale al 42% raggiungendo 80,5 milioni di euro, con un profitto netto superiore del 36,5% con 54,7 milioni di euro.
Una decisione importante che il presidente ha ribadito "di aver voluto prendere adesso quando siamo in un periodo positivo. È in questi casi che si devono prendere le decisioni strategiche e non quando si è in difficoltà e si è guidati dalla necessità".
Montezemolo ha annunciato che quest'anno ci saranno 250 nuove assunzioni, con un aumento del 20% degli operai, oltre a opportunità di promozione a ruoli impiegatizi per 100 operai durante il prossimo triennio. "Il mio sogno è quello di essere sostituito da qualcuno che sia cresciuto qui iniziando come operaio"-dice Montezemolo con entusiasmo. Non è stato annunciato solo l'investimento in nuova forza lavoro, ma anche i "100 milioni di investimenti da oggi al 2015 nell'ambiente di lavoro".
Fra tanti titoli mondiali vinti in Formula 1 con la Scuderia Ferrari, (15 titoli piloti e 16 costruttori, di cui rispettivamente 8 e 7 vinti sotto la presidenza di Montezemolo), uno dei premi in cui l'azienda va più fiera è il Best Place to Work in Europe, riconoscimento attribuitole da una ricerca condotta sotto l'egida del Financial Time.
Il presidente ha voluto inoltre enfatizzare che Ferrari è un marchio di straordinario successo in tutto il mondo, come testimoniano i 95 articoli del cavallino rampante venduti al mondo ogni minuto. Con una presenza internazionale in più di 61 paesi, ci sono attualmente 54 concessionari in Usa, 27 in Greater China, (un numero destinato ad aumentare), 101 in Europa, Medio Oriente e Asia, (EMEA), e 17 nel Far East, anch'essi in crescita.
Anche in questo caso oltre le cifre c'è una certificazione esterna, come quella della prestigiosa società inglese Brand Finance che ha stabilito che Ferrari è il "brand più forte al mondo", precedendo marchi come Coca-Cola è Apple.
Inaugurato in questi giorni anche il nuovo Ferrari Store che ha recentemente riaperto di fronte alla fabbrica. Il punto vendita è stato ampliato fino a 650 m² con un nuovo design, concepito per offrire ai clienti un assaggio di tutte le anime del mondo Ferrari, e che servirà da capostipite per tutti gli store del Cavallino Rampante nel mondo.
 
Anche il museo Ferrari è stato ampliato, ed è pronto a superare il record di 250.000 visitatori raggiunto lo scorso anno. Significativi gli investimenti per la sostenibilità fatti in materia di ricerca e sviluppo per ridurre le emissioni di CO2 e aumentare al tempo stesso potenza e guidabilità.
Circa il 17% del fatturato annuale è investito nello sviluppo del prodotto: attraverso questo impegno, si è anche raggiunto nell'ultimo quinquennio, l'obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 del 40% pur in presenza di un aumento della potenza pari a 100 HP. Come ha ricordato l'amministratore delegato Amedeo Felisa, l'investimento in ricerca e sviluppo rivolto a un'ulteriore riduzione delle emissioni per i prossimi cinque anni, sarà di 250 milioni di euro.
L'obiettivo è stato raggiunto lavorando sull'intero sistema veicolo, inclusa la riduzione del peso delle vetture, ottenuta con l'uso di ben 12 diverse leghe di alluminio.
Nella visione del futuro l'attenzione alla sostenibilità, come peraltro è stato in maniera sempre più rilevante negli ultimi anni. Se è vero che il consumo di energia per la produzione è cresciuto del 10% fra il 2008 e il 2012, le relative emissioni di CO2 sono diminuite addirittura del 40%. Tutti i nuovi edifici sono costruiti con criteri ecosostenibili: le strutture che ospiteranno da qui a due anni la Scuderia Ferrari saranno a emissioni zero, un risultato che anticipa nettamente gli standard europei previsti per il 2020.

Stefano Lai