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sabato 16 maggio 2015

Paura di volare ? Vi insegno a vincerla.

Impiegai un anno per convincere mia madre a venire a trovarmi in America. Con grande sprezzo del magro conto bancario, le regali un biglietto di prima classe, sul volo da Milano a New York.
Convinsi la sorella Cecilia ad accompagnarla e il volo naturalmente andò benissimo. Con un solo, grave rischio di esplosione. Per le otto ore del viaggio, la mia mamma, signora raffinata e colta, rifiutò di alzarsi dal sedile per andare alla toilette. Temeva che i 58 chili del suo peso, in movimento all'interno di un Boeing 747 "Jumbo" da 330.000 chili, potessero squilibrarlo e condannarlo a una spirale senza controllo, precipitandolo.
Poiché si dice che la mela non cada mai lontana dall'albero, da lei ho ereditato una invincibile, una insopprimibile paura di volare. Ho viaggiato per milioni di miglia, sono appontato è decollato da una portaerei, (non fatelo, date retta), sono sobbalzato dentro elicotteri in zone di guerra e in aerei militari fra ceffi armati e profughi stralunati, ma la paura continua a farmi compagnia.
Pretendo sempre il posto al finestrino perché - ecco l'istinto del vero giornalista - voglio essere il primo a vedere l'ala che si stacca e informare gli altri passeggeri e l'equipaggio. L'ultimo scoop.
Se negli ultimi anni la paura di volare si è leggermente attenuata, è perché un'altra fobia l'ha ridimensionata. Non è più l'aerofobia, ma l'aeroportofobia, l'odio inteso per ciò che le aerostazioni sono diventate.
Da quelli più grandi, trasformati in sguaiati shooping center che costringono a camminamenti in trincee di cianfrusaglie di ogni genere spacciate come affaroni "tax free", a quelli più spartani, ogni aeroporto è ormai un odioso, garrulo imbuto che conduce al rituale della catena di smontaggio e rimontaggio del proprio abbigliamento, giusto per rammentarci che potremmo esplodere in volo.
La paura di volare si può controllare partendo da una semplice ammissione. Tutti, a bordo di un tubo di alluminio od ormai di plastica, solennemente ribattezzato "materiale composito", sentono che viaggiare a 11.000 mt. di altezza a circa 650 km all'ora è qualcosa a cui milioni di anni di evoluzione non ci avevano predisposto. Hanno paura piloti e assistenti di volo, racconta James Wysong, assistente di volo per 35 anni, nel suo libro Sopravvivere alla paura. Ha paura quel vostro vicino che ostenta indifferenza ma si aggrappa al bracciolo appena l'aereo comincia sobbalzare. Ha paura quella che sembra dormire il sonno del neonato, ma si è probabilmente impasticcata di sonniferi e tranquillanti alla partenza.
Ci sono utili consigli, per gli afflitti da Pteromerhanophobia, questo sarebbe il nome scientifico. Non bere caffè, che eccita.
Bere molta acqua perché la disidratazione innervosisce. Scegliere, se possibile, sedili nella parte anteriore dell'aereo, perché le turbolenze si avvertono di più in coda. Studiare e capire i rumori che provengono dall'aereo, per sapere che non sono segni di imminente catastrofe ma parte delle normali operazioni di volo. E ricordare, mentre seguite con il cuore in gola i dettagli morbosi di un disastro aereo scodellati dai media che si nutrono delle nostre paure, che se quella catastrofe fa tanta notizia è perché è un evento rarissimo, quanto la vittoria di milioni alla lotteria : esiste una probabilità su 11 milioni di essere coinvolti in un serio incidente aereo.
Ogni anno, negli Usa, muoiono 36.000 persone per l'influenza e non fanno notizia. Nel 2013, sugli oltre 850 milioni di passeggeri che hanno volato soltanto nei cieli degli Stati Uniti, si sono avuti i 168 feriti nell'atterraggio "corto" di un aereo a San Francisco e una giovane donna uccisa da un veicolo di soccorso mentre vagava incolume sulla pista, efferata ironia.
Ci sono più probabilità di morire per una reazione allergica violenta al cibo servito a bordo, che in uno schianto. È più alto il rischio di infarto per il trasporto di valigioni sovraccarichi, di incavolature acute alla fila del check in, di panico per il ritardo sul pavimento dell'aeroporto che di morire in volo.
Consiglio sicuro : arrivate sempre con grande anticipo sull'orario di partenza. La noia, droga potente, vince la paura. E soprattutto, per l'amor di Dio, se vi scappa andate alla toilette.


Vittorio Zucconi

venerdì 8 maggio 2015

Festa della mamma. Quello che mia madre mi ha spiegato della vita.

Mia madre ha trasceso le gerarchie e dimostrato a chiunque abbia avuto la fortuna di entrare in contatto con lei, che siamo fatti tutti della stessa pasta.
Il suo approccio alla vita consisteva nell'apprezzare sempre il suo prossimo, e siccome questo sentimento di fiducia e connessione è contagioso, tutti la apprezzavano a loro volta.
Quand'era già piuttosto anziana, mise in pratica la sua convinzione che nessun lavoro fosse troppo umile, e che a determinare il valore di una persona non fosse il modo in cui si guadagnava da vivere, ma la dignità con la quale svolgeva il proprio lavoro.
A metà degli anni 70, andò a Los Angeles a trovare mia sorella e quello che allora era suo marito, con l'intenzione di trattenersi per qualche tempo. Dopo circa un mese, quando fu chiaro che il marito di mia sorella avrebbe preferito non convivere con la suocera, mia madre, non volendo essere di disturbo per nessuno, decise di andare a stare da sola.
Per farlo, però, aveva bisogno di un lavoro. Riflette' allora su cosa sapeva fare, su quali erano i suoi talenti. Si rese conto che sapeva gestire una casa : cucinare, pulire e fare in modo che tutto funzionasse in modo scorrevole, puntuale e senza troppi attriti. Era quello che aveva fatto per tutta la vita, e lo sapeva fare bene.
Mise un annuncio sul giornale, cercando qualcuno a cui servisse una persona per mandare avanti la casa. E la trovò. Ricevette una telefonata, andò a fare il colloquio, ottenne il lavoro.
Fu così che si ritrovò a occuparsi di una splendida famiglia di Santa Barbara con dei figli adolescenti. Si innamorarono di lei seduta stante. Oltre a sbrigare le faccende domestiche, mia madre faceva da consulente a tutta la famiglia, con le sue idee su come organizzare le cose, che lei riassumeva nella definizione "ordine creativo".
Spesso i figli finivano in camera di mia madre a parlare con lei dei loro problemi. Aveva intrapreso quel lavoro senza alcun senso d'inferiorità, motivo per cui alla famiglia non venne mai in mente di trattarla come una persona inferiore. Andava da loro per rendersi utile e guadagnarsi da vivere, senza mai dimenticare chi era. E naturalmente, quando ricevette il suo primo stipendio, tentò di darlo a me e ad Agapi, dicendo che quei soldi a lei non servivano, dal momento che aveva già vitto e alloggio.
La sua avventura si concluse quando la chiamai, chiedendole per favore di raggiungermi a Londra. Ho bisogno di te, le dissi, altrimenti questo libro non lo finirò mai. Mia madre non era mai stata capace di dire di no alle richieste di aiuto delle figlie. Così venne a Londra, dove cominciò a occuparsi del mio piccolo appartamento, mantenendo in funzione la cucina per tutta la notte, mentre io lavoravo freneticamente per rispettare la scadenza che mi ero imposta.
Il suo lavoro a Santa Barbara era stato l'ennesimo modo di insegnare alle sue figlie, tramite l'esempio, che è possibile trascendere le gerarchie senza aspettare che l'autorità e il comando ci vengano concessi dall'esterno.
Le sue soluzioni ai problemi, potevano talvolta apparire semplici e scontate, ma solo per il coraggio e la fiducia con cui lei affrontava il mondo e lo attraversava.
Se all'inizio della vita il nostro obiettivo è capire che cosa farne, mia madre diceva sempre che l'obiettivo, invecchiando, diventa quello di capire che cosa la vita può fare di noi. È bene, lei ha fatto della sua vita una grande avventura, e la sua vita ha fatto di lei una splendida guida.
Mia madre, che è vissuta con me quasi sempre - assistendo al mio matrimonio, alla nascita delle mie figlie e al mio divorzio - è scomparsa nel 2000.
La sua morte mi ha costretto a confrontarmi con la mia paura più profonda : continuare a vivere senza la persona che della mia vita ha costituito le fondamenta.
L'ho persa, e ho dovuto andare avanti senza di lei. Ma il modo in cui ha vissuto la vita e affrontato la morte, su che cosa significa superare la paura, mi hanno insegnato moltissimo.

Arianna Huffington


mercoledì 6 maggio 2015

Festa della mamma. La vertigine di fare la storia con i se e con i ma.

Quando ero piccola, ero piuttosto brava a scuola. Ero diligente, perfezionista e un po' secchiona. Ero educata, mite, timida ai limiti della patologia, ombrosa quanto basta, assennata, talmente pallida da essere terrorizzata persino dai clown al circo e dai gorghi nella vasca da bagno quando l'acqua scende nello scarico.
Soffrivo di mal di mamma, di mal di scuola e di mal di macchina. Non ero molto dotata negli sport e quelli con la palla, in particolare, mi davano un'enorme ansia. Anche l'atletica, ora che ci penso, mi inchiodava implacabile alla mia inguaribile inettitudine. Ero graziosa ma non abbastanza per comparire nella turpe e vagheggiata classifica della più carina della classe. Avevo qualche timido corteggiatore, ma mai appartenente all'ambita e spesso deviante categoria dei maschi alfa.
Per quelle come me, introverse, riflessive e afflitte da una vita interiore ipertrofica ma crepuscolare, l'infanzia non è stata una scampagnata. Ho il sospetto che mia madre, per natura sicura, determinata e risoluta come uno schiacciasassi, guardasse quella bambina fragile e impaurita, così poco attrezzata nell'infida arte dello stare al mondo, con preoccupazione, perplessità e una buona dose di scoramento.
Per fortuna si cresce, le spalle si fanno più larghe, si scoprono, dentro e fuori, risorse strumenti per non farsi travolgere dalla corrente, si impara a nuotare e si finisce per prenderci gusto fino a decidere che sì, in fin dei conti la vita una cosa bella, che va condivisa.
Ed ecco che, dimentica della mia infanzia e della montagna aspra che mi è toccato scalare, mi sono, con una buona dose di incoscienza, replicata tre volte, in tre tizi altri da me, per genere, indole e talenti, e attualmente sono immersa fino al collo in tre infanzie tanto diverse e lontane da quella che fu la mia. E forse, proprio per questo, tanto affascinanti.
Ho scoperto così un aspetto entusiasmante, arricchente e insidiosissimo dell'essere genitori, che non avevo mai considerato.
Un aspetto irresistibile, come una magia, da maneggiare tuttavia con enorme cura e attenzione, per non fare e non farsi male, da godersi con generosa partecipazione che talvolta può virare in passione.
"Mi ha detto che mi ama", racconta mio figlio grande, 11 anni, con una gravità beffarda. "E tu cosa le hai risposto?". "Che deve aspettare perché anche Martina e Giuliana me lo hanno detto. E devono darmi il tempo per decidere. Anche se forse non scelgo nessuna e me ne sto tranquillo a giocare con Pietro che mi diverto di più".
Leggero, superficiale, sereno. Lo ascolto, catturata da quella maschia noncuranza. E penso a me che al cospetto della prima dichiarazione, unica e quindi preziosissima seppur non corrisposta, su un pullman, da parte di un ragazzetto riccioluto e molto nerd, al rientro di una gita in quinta elementare, mi sentii morire, mi si chiuse lo stomaco e soffrii di insonnia per tre giorni.
Mio figlio di mezzo e i suoi capelli pazzi hanno chiesto se possono essere adottati dalla famiglia del suo amico Stefano, o almeno passare le vacanze di agosto insieme a loro. "Voi restate la mia prima famiglia e non vi dimenticherò", ci rassicura lui, impavido e vagabondo. Alla sua età per me era un dramma persino andare a una festa di compleanno di coetanei e la prospettiva di passare una notte fuori casa era paragonabile al patibolo.
Essere genitori è come stare al cinema, tutti i giorni. Guardare il mondo con occhi, testa e cuore altrui, ma anche un po' propri. È il privilegio di vivere altre vite, osservando loro, i figli, rigorosamente altro da noi ma con qualche pezzo in comune. È la vertigine di fare la storia con i se e con i ma.
Basta non lasciarsi prendere la mano, resistere alla tentazione di un'invasione di campo, rispettare gli abissi che separano noi e loro, riconoscere il filo che ci lega. Se si riesce nell'ardua impresa di tenere le distanze, lo spettacolo può essere il migliore e il più istruttivo mai visto.


Elasti” 

sabato 2 maggio 2015

Orizzonte rosa. Donne, geni incompresi.

Steve Jobs era, a detta di molti, un capo particolarmente difficile : un tipo passionale, a tratti ossessivo e per nulla paziente. Chiedeva ai suoi collaboratori il massimo, a tratti l'impossibile e non sempre con modi gentili.
Ma era un genio e, si sa, con le menti eccezionali bisogna portare pazienza e capirli. Alcuni sostengono che fosse affetto dalla sindrome di Asperger, una forma lieve di autismo, e intorno a questi geniali maschi semi-autistici in America sembra addirittura aleggiare una sorta di mito. Adesso, però, provate a immaginare se al posto di Steve, ci fosse stata una Stephanie Jobs. Come sarebbero andate le cose ?
Fateci caso, in campo femminile non c'è nessuna mitologia del genere. Stephanie Jobs, una donna che perde le staffe con i propri dipendenti a cui chiede straordinari su straordinari, una dirigente vittima di sbalzi d'umore ingiustificabili, capace di improvvise crisi di pianto o di alzarsi e sparire nel bel mezzo di una riunione : chi mai sarebbe disposto a perdonarla, un'arpia del genere ? Stephanie non sarebbe stata un genio, ma semplicemente un incubo.
Certo, rispetto a venticinque anni fa le donne oggi godono di un'eguaglianza considerevole in tema di diritti. Abbiamo raggiunto successi importanti in politica, scienza, arte. Abbiamo sfondato tetti di cristallo, cresciuto figli e alimentato con successo economie domestiche, mentre eravamo alle prese con la gestione di un'azienda, la stesura di una sinfonia o il coordinamento di una campagna politica.
Abbiamo dimostrato a noi stesse di avere capacità strabilianti, da vere campionesse del multitasking.
Alcune cose, però, non sono cambiate affatto. Per cominciare, alle donne viene chiesto - oggi come ieri - di essere gentili. Dalla scuola materna in poi, ci si aspetta che le bambine siano sedute composte in aula e diano una mano con i lavori di casa. Quando cresciamo, oltre ad andare bene a scuola e prendere ottimi voti - le aspettative di base - ci viene anche chiesto di essere accomodanti e pazienti. Non dobbiamo mai smettere, insomma, di essere aspiranti mamme che si esercitano quotidianamente con zelo e devozione.
Siamo chiamate ad anteporre i bisogni degli altri ai nostri, ad assicurarci che amici e parenti stiano bene, a occuparci dei nostri genitori che invecchiano, a ricordarci compleanni, mandare gli auguri a Natale, preservare la pace e consolare gli affranti. Tutto - ca va sans dire - sempre col sorriso. Ah, già, e i capelli in ordine, il vestito giusto e una forma fisica invidiabile.
Le donne sono i primi e i più severi giudici di queste assurde aspettative. Provate a pensare a tutte le volte che vi siete trovate a criticare il modo in cui una donna era vestita o si presentava. Provate a ricordare l'ultima volta che avete criticato un'altra donna per essere stata maleducata, irresponsabile o egoista. O a immaginare un gruppo di mamme all'uscita della scuola che mormorano : quella lì ha portato qualcosa da mangiare per il picnic ? Quella non si è fatta vedere il giorno del torneo sportivo ! Quella è la mamma che ha mandato a scuola il figlio con le caramelle nello zaino al posto della frutta ? Che vergogna !
Questo atteggiamento censorio viene reiterato anche fuori dall'ambiente domestico : donne che perdono le staffe o offendono gli altri, donne impazienti, donne difficili ... Non esistono scuse. A nessuno viene in mente che potrebbero essere dei geni. Nessuno vuole avere a che fare con donne simili.
Queste cose le so non perché sono fatta così - quindi una donna difficile - ma perché sono esattamente l'opposto : una donna gentile. È una vita che sono ben educata, arrivo puntuale, controllo il mio peso e mi mordo la lingua, sorridendo e aspettando. Ho dato anch'io il mio contributo nel giudicare le donne che, a mio avviso, non si stavano impegnando abbastanza. E in questo mio essere così scientemente adorabile, non facevo altro che mettere a tacere le mie opinioni, la mia voce. Così mi sono ritrovata a essere parte integrante del problema.


Claire Messud

sabato 25 aprile 2015

Meditate manager, meditate. Occorre dare per ricevere.

Uno dei libri più popolari fra gli amministratori delegati e gli alti dirigenti è un trattato di strategia militare cinese, L'arte della guerra di Sun Tzu. Ma se i CEO leggessero libri per ragazzi come L'albero di Shel Silverstein o Largo agli anatroccoli di Robert McCloskey, staremmo tutti molto meglio. Nella moderna economia interconnessa, infatti, l'empatia e la collaborazione sono strumenti più preziosi dell'idea che "la guerra si basa sull'inganno".
Come spiega molto bene il professor Adam Grant della Wharton School nel suo libro Più dai più hai, (Sperling & Kupfer), chi dona il proprio tempo e le proprie energie agli altri, finisce per ottenere successi più grandi di chi non lo fa. I commessi che guadagnano di più, sono capaci di aiutare clienti e colleghi. Gli ingegneri con la più alta produttività e il minor tasso di errori, sono quelli che fanno più favori ai colleghi di quanti ne ricevano. Secondo alcuni studi citati da Grant, anche le aziende guidate da capi che "prendono" più di quanto danno, finiscono per avere guadagni più oscillanti e volatili.
Nel mio libro Cambiare passo considero da un lato la cultura del superlavoro 24 ore su 24 e dall'altro l'atteggiamento "militaresco" di chi pensa alla propria carriera come una campagna di conquista; due seri ostacoli a vivere pienamente la nostra vita. Strumenti di consapevolezza come la meditazione permettono invece di migliorarla.
Da uno studio scientifico dell'università di Leida, è emerso che diverse tecniche sono in grado di potenziare sia il cosiddetto "pensiero divergente", che ci permette di produrre tante idee diverse, sia il "pensiero convergente", che aiuta produrre una soluzione specifica per un problema in particolare.
Per fortuna, finalmente, la voce comincia a girare.
L'elenco degli amministratori delegati che dichiarano di praticare la meditazione, si allunga di anno in anno. Tra loro ci sono Mark Bertolini delle assicurazioni sanitarie Aetna, Ray Dalio della società di investimenti Bridgewater e Marc Benioff, fondatore e presidente dell'azienda di cloud computing Salesforce, giusto per fare qualche nome. Sono esempi viventi di come l'abitudine a ricaricarsi e rigenerarsi e le prestazioni lavorative, non si escludono a vicenda ma siano anzi più profondamente, necessariamente interconnesse.
E invece di sceglierci dei modelli di riferimento, il cui merito è quello di lavorare 24 ore su 24 e 7 giorni su 7, dovremmo scegliere chi spicca per la qualità del suo lavoro. Un buon esempio è Padmasree Warrior, direttrice tecnologica di Cisco, un'azienda da 43 miliardi di dollari.
Warrior medita tutti giorni e si concede regolarmente dei fine settimana di disintossicazione digitale. Ecco come in un'intervista dell'anno scorso spiegava il suo approccio: "Ciò che bisogna tenere a mente non è l'equilibrio, ma l'integrazione ... Quello che vorrei aggiungere al confronto su questi temi è un invito a concentrarsi sull'integrare tutti e quattro gli aspetti: il lavoro, la famiglia, la comunità e se stessi. Il punto non è tentare di dedicare ogni giorno la stessa quantità di tempo a ciascuna di queste cose, ma tenere sempre presente che tutte queste cose insieme fanno di noi un essere umano completo".
Ciascuno di noi deve trovare un modo suo. Esistono tanti percorsi diversi, ma prima di tutto occorre sbarazzarsi di certi calcoli pre-copernicani, basati sull'errata convinzione che al centro dell'universo ci siano l'eccesso di lavoro e il dovere di tenersi costantemente occupati: pur essendo chiaro che prendersi cura del proprio capitale umano aiuta concretamente la carriera, dobbiamo anche ricordarci che non è il lavoro a definirci. L'obiettivo è vivere bene, e non scalare le gerarchie.
Non sto dicendo che coltivare grandi sogni ed eccellere nel lavoro sia sbagliato, ma che non dobbiamo permettere al successo professionale di definirci come persone. Noi siamo più della nostra lista di cose da fare.
E non dobbiamo aspettare di avere un ufficio lussuoso perché la nostra vita acquisti valore e significato. Possiamo vivere bene ora, ovunque ci troviamo, ed essere esattamente le persone che siamo già.


Arianna Huffington

domenica 19 aprile 2015

Orizzonte rosa. L'infantile senso del pudore.

Fino a qualche tempo fa succedeva che, durante un pranzo o una cena con parenti o amici a casa nostra, mio figlio di mezzo chiedesse: "Posso alzarmi un momento?". Succedeva quindi che si allontanasse da tavola e ricomparisse dopo qualche minuto, sotto gli sguardi attoniti dei commensali, completamente nudo. "Devo andare in bagno", annunciava, con quella naturalezza impudica e sfrontata dei bambini.
"Mi fai compagnia?", domandava al congiunto ospite che, in quel momento, era per lui fonte di maggior ispirazione. Poi, con la proterva incurante e implacabile di chi sa esattamente cosa vuole, prendeva la mano dell'eletto e, scalzo e svestito, lo conduceva di là, a condividere un rito privato, nell'intimità di un tête-à-tête.
Per mio figlio di mezzo, tra i 3 e i 5 anni, certe necessità fisiologiche, per essere serenamente espletate, richiedevano l'assenza totale di vestiti e un interlocutore ai propri piedi, di norma seduto sulle piastrelle del bagno, disponibile alla conversazione.
Abbiamo cercato invano di spiegarli che la nudità, propria e altrui, è un territorio privato è prezioso, da non condividere in pubblico, tra l'arrosto il dolce.
Avremmo dovuto reprimerlo? Sgridarlo? Castigarlo? Non so. Abbiamo preferito tollerare il suo esibizionismo, nonostante lo sconcerto di qualche amico o parente, domandandoci dove, quelli spavaldi defilè, lo avrebbero condotto.
Un giorno, in totale solitudine, ha deciso che spogliarsi, in certe occasioni, era un'attività inutile, oltre che sconveniente, e che il gabinetto richiedeva raccoglimento e solitudine. E ha chiuso la porta, davanti agli ospiti.
Mio figlio piccolo mi mostra orgoglioso le sue grazie, spesso e volentieri, esclamando estasiato: "Guarda che bel pisello!". Gli ho fatto ripetutamente notare che è uguale a quello di tutti i maschi del mondo, ma lui continua a non capacitarsi della mia indifferenza nei confronti di quella mirabile appendice.
Bisogna arginare l'esuberanza e il pisello-centrismo di un treenne, prima che tracimino, trasformandolo in un adulto incontenibile pericoloso per se stesso e per le altre e gli altri? Credo di no, ma lo scoprirò vivendo, quando forse sarà troppo tardi.
L'altra mattina, dopo la doccia, mi stavo vestendo, nella solitudine della mia camera da letto, dietro una porta chiusa. Quando l'ho aperta ho trovato, proprio lì davanti, mio figlio maggiore, in piedi, vigile e impettito come un granatiere, o un mastino. "Cosa fai?" "La guardia". "A chi?". "Come a chi? A te, a mia madre". "E da cosa mi stavi guardando?". "Dal signore che sta aggiustando la lavatrice in cucina. Non si sa mai".
Avrei forse dovuto spiegargli che le donne non vanno protette o guardate, ma semplicemente rispettate. Che non ho bisogno di un granatiere alla mia porta, che me la cavo da sola, che a nove anni non deve preoccuparsi della virtù di sua madre ma coltivarsi le sue, di virtù. Avrei forse evitato che a Natale prossimo mi regali un burqua, da indossare in caso di guasti elettrici o idraulici, e che instauri, con la sua possibile futura fidanzata, nonché mia nuora, un rapporto di vigilanza più che di parità. E invece ho riso parecchio, prima di offrire un caffè al signore della lavatrice.
Il pudore dei bambini, e ancor più la sua assenza, sono piantine preziose e delicate che vanno maneggiate con cautela e cura.
I rischi di sbagliare sono ad ogni angolo e le conseguenze degli errori dei genitori, lastricano le strade e le vite dei figli, ben oltre l'infanzia e l'adolescenza. Camminiamo in equilibrio su un filo sottile, spesso aggrappandoci solo al buon senso, per cui nessuno ci ha mai veramente istruito.
In questo impervio cammino, tra nudità, esibizionismo e mastini, forse l'unica bussola e l'ascolto, l'osservazione e soprattutto, il rispetto.
Perché il rispetto è l'unica chiave capace di tenere chiusa la porta che separa il pudore dalla vergogna. E per diventare grandi c'è bisogno di un po' di pudore e di nessuna vergogna.

Claudia “Elasti” De Lillo



domenica 12 aprile 2015

Il profumo di donna e il suo straordinario potere.

Non è certo una novità che il senso dell'odorato può essere spinto a svegliare desideri naturali, istinti della sfera erotica o, più genericamente, sensitiva, tanto più che i componenti essenziali della maggior parte dei profumi si ricollegano alla funzione sessuale di animali o di piante.
Prendiamo, ad esempio, il muschio, usatissimo in un numero di profumi adoperati dalle donne ; in questa essenza vi è una sostanza ottenuta dalla ghiandola del cerbiatto maschio che si sviluppa quando l'animale è in amore. Non dimentichiamo che secondo gli scienziati positivisti, come Darwin, le secrezioni ghiandolari rappresentano un potente prodotto finale di selezione fra gli esseri : in pratica, l'animale che produce maggior quantità di secrezione e, quindi di odore, attira il maggior numero di femmine e, di conseguenza, lascia un maggior numero di discendenti di quanto non possono fare altri meno dotati di lui.
I biologi hanno avanzato la teoria che in tempi remoti, il profumo costituisse la prima forma di attrazione fra i sessi e che altri rapporti, più sofisticati, siano venuti dopo ; ma anche nell'epoca civilizzata al fondo dell'oscuro istinto del maschio e della femmina, vi è la stessa atavica risposta, la stessa misteriosa attrazione. Anche in natura avviene così : i fiori, con il loro profumo, si ricollegano a ciò che i Tantrici chiamano "il gioco di Shiva-Shakti". Le ghiandole oleose dei fiori hanno lo scopo di fecondare, e una larga porzione dell'olio è consumato durante il processo di fertilizzazione. I floricoltori che coltivano varietà da vendere ai profumieri, infatti, hanno cura di fare il raccolto prima che avvenga la fertilizzazione, cioè nel momento di massima fragranza del fiore.
Non tutti i profumi ispirano direttamente una risposta sessuale : taluni hanno valore mistico, sacrificale, come gli aromi balsamici con cui i sacerdoti delle antiche civiltà profumavano i loro morti, gli incensi usati in molte pratiche religiose, anche nella liturgia cattolica. Già gli Egiziani e i Caldei, per non dire degli Ebrei, dei Greci e dei Romani, credevano che l'odore dolciastro di gomma bruciata e di spezie, ascendendo verso il cielo, avrebbe deliziato la divinità.
Ma quei sacerdoti non ignoravano neppure che le stesse essenze avevano il potere di creare nei fedeli uno stato mistico, influenzandone i pensieri e i sentimenti e provocandone negli esseri più sensibili vere e proprie estasi.
Nelle sacre scritture troviamo menzione di segrete formule adatte a Mosé, per la consacrazione di Aronne e dei suoi figli al sacerdozio. L'uso dell'unguento nelle consacrazioni è rimasto nelle cerimonie dell'incoronazione dei monarchi "per diritto divino".
La ricetta di profumi negli oli impiegati a fabbricare "l'essenza sacra" è tenuta rigorosamente segreta ma, almeno oggi, non è possibile sfuggire del tutto all'indiscrezione dei cacciatori di notizie ; così sappiamo che l'olio usato nella incoronazione di Elisabetta II d'Inghilterra conteneva essenza di fiori d'arancio, di rosa, cannella, gelsomino e sesamo, misto a benzoino, muschio, zibetto e ambra grigia. Vi è addirittura un'antica arte che insegna a leggere nei profumi, additando per ognuno di essi l'influenza cui sarebbe legato : così si dice che l'odore della magnolia stimoli l'istinto a combattere, che il bergamotto favorisca la meditazione, l'ambra grigia la poesia, mentre l'odore di verbena inciterebbe gli uomini a ubriacarsi.
Ma il più vero, spontaneo legame è quello del sesso. Quest'unione fra odori e sessualità e messa in evidenza in tutti racconti, anche nei più antichi, dove si parli di una donna ammaliatrice d'uomini : di questa donna viene esaltato il profumo e si dice che il suo fascino risiede principalmente nell'odore del corpo. Di Cleopatra Shakespeare dice: "Era così profumata che i venti ne erano affascinati".
La maggior parte dei Tantrici usano profumi in modo personale, ciascuno variando le antiche regole di quel poco che basta e farle proprie. Il primo scopo del profumo è quello di stimolare il muladhara o radice chakra quando l'energia kundalini è ancora raccolta, poiché questo sottile centro è collegato direttamente al senso dell'odorato e si lascia particolarmente influenzare dai profumi.
Ecco perché i Tantrici usano oli particolari che sono loro prescritti dal guru. In genere, i profumi più usati sono: il muschio, il gelsomino (champak), il pasciuli, il legno di sandalo e lo zafferano. Alcuni ungono differenti parti del corpo del loro mudra (partner sessuale del rito), con profumi diversi. Per le mani viene usato l'olio di gelsomino, il pasciuli per le guance per il seno, il muschio per il grembo, il legno di sandalo per le cosce e lo zafferano per i piedi.
In India e nel Tibet è per i rituali yogici, non si usano mai essenze sintetiche considerate inferiori. Ciò che l'occidentale può prendere da questa antichissima esperienza e la sensibilizzazione dei propri sensi attraverso un opportuno uso del profumo. Egli dovrà anche imparare a distinguere gli odori che vibrano in natura, nelle cose. Fermarsi, mentre si cammina in campagna, cercando di concentrare tutto se stesso in un profumo che sale da una foglia d'un fiore, lasciarsene permeare fino al più profondo di sé.
Questa sensibilità dell'odorato è meravigliosa per accentuare la forza viva dell'istinto. Sviluppata la sensibilità più elementare, quella per la natura, sarà possibile cominciare distinguere gli odori delle singole persone, e per questo esercizio si porterà al massimo la tensione psicofisica rivolta ai profumi che emanano dal corpo femminile.